Il 7 febbraio 2021 potrebbe essere un giorno molto difficile per Haiti. “Molte persone potrebbero morire in quel periodo “, ha detto Djovany Michel, un analista politico con sede a Port-au-Prince.

Il punto della discordia è il termine del mandato presidenziale. Ad Haiti il 7 febbraio, ogni 5 anni, scade il mandato del presidente della Repubblica ma stavolta la data non trova concordi l’opposizione e il presidente in carica Jovenel Moïse.

Le ragioni, spiegate da Fabrizio Lorusso in un capitolo (scaricabile dal sito di People) del libro Haiti: il terremoto senza fine, risiedono nel travagliato percorso elettorale che portò all’elezione di Moïse. Il presidente precedente Michel Martelly, terminò il suo mandato il 7 febbraio 2016 (5 anni fa), senza che fossero state indette le elezioni per scegliere il suo sostituto. Dopo un periodo interino dove la presidenza fu occupata da Jocelerme Privet, Jovenel Moïse assunse il potere il 7 febbraio 2017 (4 anni fa). Quest’anno di interregno è la causa del disaccordo tra chi dice che ogni 5 anni bisogna eleggere un nuovo presidente e chi sostiene che il mandato deve durare 5 anni effettivi.

Sta di fatto che la situazione democratica è già compromessa da almeno un anno, da quando, cioè, è decaduto il Parlamento haitiano, avendo compiuto il proprio mandato quinquennale a gennaio 2020 senza che fossero indette nuove elezioni (inizialmente previste per ottobre 2019). Da allora, da oltre un anno, il presidente sta governando per decreto e con un primo ministro che non ha mai ricevuto la fiducia da parte delle camere.

Inoltre anche i sindaci sono decaduti per mancanza di elezioni e sono stati sostituti da prefetti nominati direttamente dal Presidente.

L’opposizione, che accusa Moise di essere un autocrate corrotto che non ha fatto abbastanza per frenare l’ondata di rapimenti che hanno terrorizzato la nazione, afferma che un governo di transizione dovrebbe prendere il controllo del paese dopo il 7 febbraio.

Negli ultimi mesi due decreti sono stai al centro delle critiche della comunità internazionale: il primo istituisce un corpo di agenti segreti agli ordini del presidente che godono di una immunità praticamente illimitata, il secondo classifica come atti di terrorismo (quindi punibili con le pene più alte) atti come incendio doloso e blocco delle strade pubbliche, che sono le strategie usate durante le proteste di strada.

Inoltre il tribunale amministrativo che dovrebbe controllare i contratti firmati dallo stato è stato fortemente limitato nelle proprie possibilità di verifica.

In questo contesto un piccolo gruppo di “saggi” è stato incaricato dal Presidente di riscrivere la Costituzione (in vigore dal 1987, cioè da quando terminò la dittatura di Baby Doc) per dare maggiori poteri al Presidente, abbandonando il sistema del semipresidenzialismo alla francese e il bicameralismo.

Ad inizio dell’anno Moïse ha presentato il suo calendario elettorale, non concordato con le opposizioni:
– ad aprile un referendum sulla nuova Costituzione (riscritta senza Assemblea Costituente)
– in autunno i due turni per l’elezione dei parlamentari, sindaci e presidente.

L’uno e il due febbraio è stato indetto uno sciopero nazionale per chiedere le dimissioni di Moïse e la creazione di un governo di transizione di unità nazionale.

Haiti sta ancora cercando di riprendersi dal devastante terremoto del 2010 e dall’uragano Matthew che ha colpito nel 2016. I suoi problemi economici, politici e sociali si sono aggravati, con la ripresa della violenza delle bande, la spirale dell’inflazione e cibo e carburante diventano sempre più scarsi in un paese dove il 60% della popolazione guadagna meno di $ 2 al giorno.

Per approfondire segnalo il libro HAITI: IL TERREMOTO SENZA FINE.

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