Jocelerme Privert era entrato in carica il 14 febbraio 2016 dopo che il mandato del presidente di Haiti Martelly si era concluso il 7 febbraio senza che fosse eletto un suo successore.

Il Parlamento haitiano scelse allora il presidente del Senato affidando un incarico ad interim con degli obiettivi ben chiari: la celebrazione del secondo turno delle presidenziali il 24 aprile e l’insediamento il 16 maggio, il suo mandato non poteva durare più di 120 giorni. Il processo elettorale non era stato per nulla semplice, rinviato per anni l’elezione del nuovo parlamento, Martelly ha governato tutto il 2015 in solitaria, le elezioni, iniziate in agosto, sono state contestate ad ogni livello e dopo il primo turno presidenziale di ottobre non si è riusciti a realizzare il ballottaggio, convocato e cancellato 3 volte.

Ora siamo di nuovo ad un punto in cui Privert non è riuscito a rispettare le scadenze previste. La commissione creata per analizzare i risultati del primo turno ha suggerito di annullare le elezioni e ripeterle per interno, almeno al livello presidenziale, oltre che per 39 deputati e 3 senatori. Il nuovo calendario previsto dal Consiglio Elettorale Provvisorio prevede un nuovo primo turno il 9 di ottobre 2016 e il ballottaggio in gennaio 2017.

Martedì scorso sono scaduti i 120 giorni del mandato ad interim. Il Parlamento avrebbe dovuto riunirsi per decidere cosa fare, ma non l’ha fatto. Opposte fazioni ritengono automaticamente rinnovato il mandato fino ad una decisione diversa, oppure dichiarano decaduto automaticamente il presidente. Il presidente della Camera ha dichiarato di ritenere legittimo presidente in carica l’attuale primo ministro Enex Jean-Charles.

La situazione nel paese per il momento è tranquilla visto che le persone stanno lottando contro l’epidemia di Zika e contro la peggiore crisi alimentare degli ultimi 15 anni.

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E’ passata una settimana dalle elezioni presidenziali, legislative e amministrative in Repubblica Dominicana che hanno determinato gli incarichi per i prossimi 4 anni.

Tutte le figure elette entreranno in carica il 16 agosto, ma, nel frattempo, il conteggio procede lentamente, soprattutto per quel che riguarda il livello amministrativo, l’unico conteso.

Questa la prima pagina del principale quotidiano dominicano, tendenzialmente favorevole al governo, di oggi:

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Elezioni presidenziali: record di preferenze per Danilo Medina.

I dati più aggiornati riguardano il 95,5 % dei seggi e non lasciano alcun dubbio su chi sia il vincitore di queste elezioni: Danilo Medina, il presidente uscente del Partito della Liberazione Dominicana (PLD), raggiunge il 61,76% dei voti validi. Luis Abinader, principale sfidante, si ferma al 34,99% dei voti. Gli altri candidati hanno valori minimi: Guillermo Moreno (Alinaza Pais) non supera il 2%, tutti gli altri sono sotto lo 0,5%. Danilo Medina registra l’indice di gradimento più alto della storia dominicana, superando il record precedente del 57% di Leonel Fernandez (2004, PLD), un risultato che non lascia alcun dubbio sulla volontà dei cittadini dominicani di continuare con la gestione del presidente uscente che è stato in grado di segnare un cambio rispetto alla gestione precedente di Leonel, pur essendo dello stesso partito. Gli elementi più importanti sono, probabilmente, l’aver raddoppiato l’investimento dell’educazione, l’aver impostato una rete di asili pubblici, lo sviluppo di una rete di microcredito, la realizzazione di alcune opere viarie di grande importanza e impatto, l’aver rinegoziato i permessi di estrazione dell’oro ad opera di compagnie straniere e, soprattutto, l’essersi presentato come una persona in grado di rispettare ed ascoltare i cittadini.

Il successo è stato anche quello del suo partito il PLD in grado di raccogliere nella scheda presidenziale più del 50% delle preferenze (nel 2012 aveva meno del 38% dei voti), dimostrando di essere in grado, anche da solo, di vincere le elezioni. Tra gli alleati l’unico risultato degno di nota è quello del Partito Revolucionario Dominicano (PRD) che raccoglie meno del 6%. Il PRD è stato da sempre il principale oppositore del PLD e 4 anni fa aveva raccolto oltre il 42% dei voti. Il PRD, vale la pena ricordare, ha sofferto la scissione di parte dei suoi dirigenti che hanno dato vita al PRM che ha raccolto quasi il 27% dei voti.

Elezioni legislative: Maggioranza assoluta per il PLD che perde alcuni senatori.

La situazione di partenza era di quelle irripetibili. Il PLD e alleati nel 2010 avevano conquistato 31 senatori su 32 mentre il restante, il senatore di Higuey, si era comunque alleato al PLD. Alla camera l’alleanza poteva contare con 105 su 178 deputati. Quest’anno il risultato non è mai stato in bilico, ma l’alleanza PRM – PRSC conquista 3 senatori (nelle province di San Pedro de Macoris, Puerto Plata, El Seibo) mentre il Bloque institucional Socildemocrata (BIS) conquista la provincia di San José de Ocoa, mentre nel resto del paese è alleato del PLD. Il questo scenario il PLD e alleati potranno contare su 29 senatori su 32.

Ad oggi  non esiste ancora un’assegnazione ufficiale dei posti da deputato. Si profila una larga maggioranza per il PLD. Unico dato certo è che due dei partiti non alleati con gli schieramenti principali, Alianza Pais e il Partito Quisqueyano Demócrata Cristiano avranno un rappresentate grazie alla legge che definisce il diritto di rappresentanza (Diputado Nacional) per le realtà politiche che, non alleate con altri, raggiungono almeno l’1% dei voti ma non eleggono deputati in nessuna provincia. Il ritardo nell’assegnazione dei deputati è uno dei punti più contestati del processo post-elettorale, insieme a diverse amministrazioni locali.

Elezioni amministrative: cambiano colore tutte le principali città

I grossi cambi, e le sorprese, si sono avuti nelle elezioni comunali dove i sindaci erano in carica dal 2010. Sembra che un governo lungo di sei anni non abbia giovato alla popolarità degli amministratori locali. La prima grande sorpresa si è avuta a Santo Domingo (Distrito Nacional) dove il sindaco uscente del PLD, Roberto Salcedo, ha perso nettamente contro il candidato dell’alleanza PRM – PRSC mettendo fine a un governo di 10 anni. Anche Santiago cambia colore passa dal PRD a un monocolore PLD con il sindaco uscente, Gilberto Serrulle, che raccoglie solo il 10%. Terza città per importanza, San Fransisco de Macoris e terzo cambio, da PLD a PRM. Cambiano amministrazione anche San Cristobal, Santo Domingo Norte, passate al PLD, La Vega, Nagua, Samanà e Moca, passate al PRM. Boca Chica è stata vinta dal BIS (contro un candidato del PLD). Risultati a sorpresa nei piccoli comuni di Las Charcas (Azua) dove vince il candidato di Alianza por la Democracia, e Fundación (Barahona) con il candidato de Frente Amplio.

Le elezioni amministrative sono quelle che hanno causato maggiori proteste e accuse di brogli con casi di incendio delle urne elettorali come a Santo Domingo Norte e la richiesta di annullamento dell’intero processo come a Santo Domingo Este.

I manifesti di Roberto Salcedo (PLD) a Santo Domingo

I manifesti di Roberto Salcedo (PLD) a Santo Domingo

In generale sei dei sette candidati alla presidenza sconfitti hanno firmato un documento in cui denunciano brogli e irregolarità, per la maggior parte dovuti al cattivo funzionamento degli scanner per il conteggio elettronico dei voti. Strumento al centro del dibattito degli ultimi giorni di campagna elettorale.

 

Si è votato nella giornata di ieri in un clima, tutto sommato abbastanza tranquillo. Il presidente uscente Danilo Medina, 64 anni, puntava ad una riconferma già al primo turno con l’obiettivo di superare il 60% dei voti e, a scrutinio ancora in corso, sembra che vi sia riuscito. Il dato più aggiornato sul conteggio dei voti (55% dei seggi), lo vede al 62% con il principale avversario, Luis Abinader, fermo al 35%. Gli altri candidati non arrivano al 2%.

Non sono ancora disponibili i dati del congresso anche se è probabile che il PLD del presidente Danilo Medina, e gli alleati, abbiano la quali totalità dei senatori (circa 28 su 32).

In bilico alcune città importanti come Santo Domingo e San Francisco de Macoris dove l’opposizione potrebbe registrare gli unici successi rilevanti.

La vittoria è stata chiara, senza lotta e senza sorprese. Il PLD, partito che in un’ottica forzatamente europea potremmo definire tra il centro e il socialdemocratico, si conferma al governo, ruolo che ricopre senza interruzione dal 2004 mentre Danilo registra uno dei massimi risultati per un presidente. Nel 2012 era stato eletto con il 51% dei voti, mentre il suo predecessore Leonel Fernandez aveva registrato quasi il 54% nel 2008 (era presidente uscente) e il 57% nel 2004. Nel 2000 Hipolito Mejia risultò eletto al primo turno con il 49.87% dopo che lo stesso Danilo Medina (che aveva ottenuto il 24.94% dei voti e il diritto a partecipare al ballottaggio) rinunciò alla corsa.

La forza di Danilo è stata, oltre che l’appoggio dell’apparato statale, la vicinanza con la gente, il presentarsi come persona semplice e capace di capire i problemi, ma anche i risultati di 4 anni di governo con grandi investimenti in educazione, sociale e opere pubbliche e la crescita economica costante. Molti i punti interrogativi della sua gestione, uno su tutti la corruzione, ma che il candidato dell’opposizione non ha saputo sfruttare a suo favore essendo incapace di presentare una proposta alternativa e credibile. In attesa dei dati definitivi della Camera, va registrata la quasi scomparsa elettorale dei cosiddetti partiti minori che potranno festeggiare se riusciranno ad eleggere, con Alianza País, uno o due deputati.

Dati parziali

Dati parziali

Ecco, la legge Cirinnà sulle unioni civile è stata approvata. Meglio di niente.

C’è però un grosso problema, a mio avviso, limita le Unioni Civili alle coppie omosessuali creando così una discriminazione per orientamento sessuale.

Commentando un post della compagna di Jacopo Fo, Eleonora Albanese, ho suggerito loro di chiedere il riconoscimento come Unione Civile e poi fare ricorso alla Corte Costituzionale quando gli sarà negato. Ecco, sembra che l’idea sia piaciuta e Jacopo Fo l’ha rilanciata su il Fatto Quotidiano. Quindi quando vinceranno la causa potrete dire di sapere chi gli ha dato l’idea!

coppie di fatto

Tra una settimana esatta si vota in Repubblica Dominicana per il rinnovo del presidente, parlamento e tutte le amministrazioni comunali. E’ la prima volta dal 1994 che le elezioni presidenziali e legislative tornano ad unificarsi dopo un lungo dibattito che 6 anni fa portò alla decisione di stabilire un mandato straordinariamente lungo di 6 anni per legislatori e amministratori.

Per provare a spiegare la situazione elettorale attuale, che ha visto rompersi alleanza storiche e formarsi di inedite, ho scritto un articolo per Termometro Politico, che vi invito a leggere.

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In un solo giorno i cittadini dominicani voteranno per presidente, vicepresidente, 32 senatori, 190 deputati, 20 rappresentanti al Parlamento Centroamericano, 158 sindaci e vicesindaci e 1.164 consiglieri comunali, oltre a direttori e sindaci dei distretti comunali e delle sezioni rurali.

Tutto ciò porta a un sovrannumero di candidati se si pensa che i partiti riconosciuti e presenti sulla scheda elettorale sono 26.

I candidati alla Presidenza della Repubblica sono 8. Il presidente uscente, Danilo Medina, appare in 15 spazi sulla scheda elettorale, mentre il suo principale oppositore, Luis Abinader, in 5.

Danilo Medina (PLD) è stato eletto per la prima volta presidente 4 anni fa, nel 2012, dopo aver sconfitto il candidato del PRD Hipolito Medina, che, a sua volta, lo aveva battuto alle elezioni del 2000.

Leggi l’articolo completo su Termometro Politico

Il 25 aprile è un po’ il compleanno della mia famiglia.

Uno di quei momenti che non puoi non festeggiare.

Sarà per lo zio Peppino che alla lotta partigiana prese parte fin da subito, ben prima del 1943. E che aveva piacere nel raccontare i fatti che portarono alla Liberazione ma che alla domanda su “chi fossero i fascisti di Cernusco”, preferiva non rispondere perchè ormai non era più importante, e che finì la sua storia andando a visitare quasi ogni giorno la statua del milite ignoto in un parco di Berlino, quel milite che fu suo nemico e ora era suo compagno.

Sarà per il nonno Gianni che non ha mai conosciuto nessun suo nipote, compagno di brigata dello zio, e della cui vita so poco, ma quel poco che so aveva a che fare con la sua voglia di libertà.

Sarà per la zia Maria, sorella del nonno Gianni e moglie dello zio Peppino, staffetta partigiana, donna forte e decisa, la cui foto più cara era quella con il suo futuro sposo dopo un’azione partigiana nel centro di Milano, ritratti da un fotografo mentre nascondeva l’arma dello zio.

Sarà che i miei genitori si sono conosciuti al matrimonio del figlio della zia Maria e dello zio Peppino, che senza la lotta partigiana chissà se si sarebbero mai incontrati.

Sarà che la manifestazione di Cernusco che oggi vede il sindaco e la banda che suona Bella Ciao e Venceremos, nacque qualche decennio fa grazie alla testardaggine di un gruppo di giovani e di Stefano.

Sarà che la manifestazione del 25 aprile finisce davanti alla lapide che ricorda i partigiani Mattavelli e Riboldi, uccisi il 24 aprile 1945, una manciata di secondi prima che lo zio Peppino potesse arrivare in loro appoggio. Se ci fosse stato anche lui con loro, forse non ci sarei stato io.

Sarà che il 25 aprile è stato per anni manifestazione e pranzo in famiglia. Tutti.

Sarà per Serena che oggi, che siamo lontani da Cernusco, ci ha svegliato con le foto e i video della manifestazione, per farci sentire più partecipi.

Sarà che uno dei riti di passaggio della mia adolescenza è un pomeriggio del 25 aprile alla mia prima manifestazione milanese con Erica, Roberto e Daniele (non ricordo se c’era anche Stefano :-)), credo fosse il 1996.

Sarà che è l’unica festa italiana che ho voluto diventasse festa anche per Gladis.

Sarà che mi è stato insegnato che la Resistenza non finì nel 1945 ma è quell’anelito che ci spinge sempre a cercare di migliorare il mondo in cui viviamo, con la tristezza che i partigiani veri hanno portato dentro tutta la vita per essere stati obbligati a dover ricorrere alle armi, con la speranza che il domani sarà migliore.

Sarà per tutto questo, ma oggi, a 7.000 km di distanza dalle terre dove si è combattuto per la libertà, mi prenderò il pomeriggio libero dal lavoro per insegnare Bella Ciao a mio figlio. Che mi sembra un bel modo per festeggiare il compleanno della nostra famiglia.

Esattamente 7 giorni dopo la fine del mandato del presidente Martelly (7 febbraio), il parlamento di Haiti ha nominato un nuovo presidente ad interim che rimarrà in carica, secondo le previsioni, fino al 16 maggio, quando dovrebbe essersi concluso il travagliato percorso elettorale.

Il giorno prima di terminare il mandato Michel Martelly aveva firmato un accordo con il Presidente del Senato Jocelerme Privert e con quello della Camera Cholzer Chancy che prevedeva: la nomina da parte del parlamento di un presidente, l’organizzazione del ballottaggio per le presidenziali (e i seggi non ancora assegnati) il 24 aprile e l’insediamento del nuovo presidente il 16 maggio. Questo accordo è stato rifiutato dal gruppo di partiti dell’opposizione denominato G8, a cui ha aderito anche Celestin, candidato che dovrebbe correre nel ballottaggio presidenziale, che chiedono l’annullamento di tutto il percorso elettorale del 2015 (rinnovamento del parlamento e delle cariche amministrative, altre che il primo turno delle presidenziali) perchè lo ritengono fortemento viziato da brogli filogovernativi. In particolare ritengono l’attuale Parlamento parte del problema e quindi incapace di essere parte della soluzione. L’aacordo, invece, è stato visto di buon occhio dall’Organizzazione degli Stati Americani, USA e Unione Europea.

Fatto sta che ieri, in assemblea plenaria, con presenti 23 senatori su 30 (6 posti sono ancora vacanti) e 92 deputati su 130 (27 seggi non sono ancora stati assegnati), alla seconda votazione, il presidente del Senato, firmatario dell’accordo con Martelly, Jocelerme Privert è risultato eletto come presidente a interim.

Jocelerme Privert non appartiene al gruppo politico che sostiene Martelly, anzi è stato ministro  (2002) con l’ex-presidente Aristide, il mandato è stato interrotto da un colpo di stato. Dopo la caduta del governo, segue le disavventure del suo primo ministro – Yvon Neptune – ed è stato arrestato nella sua casa il 4 aprile 2004. E’ rimasto tredici mesi in prigione. Il 12 aprile 2005, a seguito di un tentativo di ammutinamento nel carcere, si ritrova in strada ma si rifiuta di fuggire e trona nella sua cella fino al suo rilascio nel 2006. Nel 2008 il presidente Preval (sostenitore della candidatura di Celestin) lo nomina suo consigliere economico.

La sua elezione è stata ben accolta anche dal gruppo dei G8 e dal partito Lavalas di Aristide, tutti presenti al suo insediamento. E questa è una nota positiva perchè nelle dichiarazioni del giorno precedente avevano annunciato che non avrebbero riconosciuto il nuovo presidente. Oggi continuano a chiedere un’indagine indipendente sulle elezioni del 2015.

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Tra tre giorni Haiti potrebbe ritrovarsi senza presidente, mentre il primo ministro si è dimesso ieri e il Parlamento è ridotto a pochi rappresentanti.

Tutto questo è stato generato da una serie di cancellazioni di tornate elettorali che non hanno permesso completare il processo di scelta dei rappresentanti del popolo, mentre le spaccature aumentano e i contrasti, anche violenti, incendiano letteralmente le strade del paese.

Per Termometro Politico ho ripercorso i 5 anni del governo del Presidente Martelly tra elezioni cancellate e accuse di colpi di stato. Anni che, anzichè rafforzare il controllo dello Stato, ne hanno indebolito la capacità di incidere sulle sorti della nazione.

Qui trovi l’articolo completo.

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Il 12 gennaio 2010 è la data che a Port-au-Prince segna un prima e un dopo. Prima miseria, povertà, violenza, colpi di stato, dopo miseria, povertà, violenza, democrazia zoppa, e milioni di dollari versati sull’isola e da questa usciti. Il terremoto che ha colpito la capitala haitiana, lascando 300.000 morti e un milione e mezzo di senza tetto è stato un gran affare per una parte della cooperazione internazionale e per un parte politica, e una grande tragedia, che si è sommata a molte altre, per il popolo haitiano.

Sono passati sei anni da quando la terra tremò, Gou­dou Gou­dou, e la situazione non è certo delle migliori, anzi.

Non molto è cambiato nell’ultimo anno. Qui raccontavo la situazione esattamente un anno fa.

Il disastro iniziò nei giorni successivi al terremoto quando la cooperazione internazionale decise di implementare la strategia dei campi profughi attraverso l’installazione di tende T-Shelter in aree lontano dalla città. Si crearono, quindi, ampie zone popolate senza servizi basici, con strutture temporali (perchè si pensava dovessero durare massimo tre mesi), lontane dalle zone in cui la gente viveva e in cui aveva relazioni famigliari, sociali ed economiche. Nei campi arrivarono oltre 1.500.000 persone. Le tende non sono pensate per resistere al clima tropicale (sono nate per le zone aride del sahara), non hanno intimità, non garantiscono sicurezza igienica.

Questo sistema fu sviluppato fino ad ottobre 2011, cioè quasi due anni dopo il terremoto. Quello che doveva essere una soluzione temporanea per massimo tre mesi, divenne la principale strategia di intervento, drenando molte risorse internazionali. La società haitiana aveva chiesto che anzichè queste costose, e fragili, strutture si intervenisse fornendo legno e lamiera alle famiglie colpite che, come han sempre fatto, si sarebbe ricostruita la propria casa. In due anni si costruirono 96.000 case temporanea, 4.600 nueve case e si ripararono solo 6.600 case delle otre 250.000 distrutte dal sisma.

Mentre il Segretario di Stato Hillary Clinton interveniva direttamente nel processo elettorale del 2011 promuovendo l’esclusione del candidato Celestin a favore del cantante Martelly (vedi qui), la popolazione, stanca della situazione dei campi, iniziò una autoricostruzione delle case, senza materiale, senza soldi e senza aiuto internazionale. Finalmente nel 2012 iniziò una politica di chiusura dei campi con il programma 16/6, ovvero spostare gli abitanti di 6 campi in 16 nuovi quartieri. Peccato che la maggior parte di questi fosse in zone ad altissimo rischio sismico.

Il sussidio per l’affitto è stato lo strumento più scelto dai beneficiari, ma senza una corretta espansione del patrimonio edilizio, ha promosso l’addensamento abitativo, in uno spazio in una stanza dove vivevano prima del terremoto 4 persone, ora ne vivono 6, si è verificato l’aumento dei prezzi di affitto, l’aumento di autocostruzione in zone ad alto rischio e l’ampliamento dell’area urbana della capitale. La precarietà in cui si sono trasferite molte delle famiglie che vivevano prima nei campi ha portato a definire che la delocalizzazione, come attuata a Port au Prince, può costituire una forma più sofisticata di sgombero forzato.

Vari studi internazionali sostengono che la capitale haitiana, dopo sei anni dal terremoto e 15 miliardi di dollari di aiuti internazionali è più impreparata ad un nuovo terremoto di come si trovava nel 2010. Cattive pratiche di costruzione, case in aree ad alto rischio, la mancanza di una rete sismica nel paese, e il processo di ricostruzione scoordinata e diretto verso soluzioni alternative lasciano, sei anni dopo, una città di variegate forme, instabile fragile, sostenuta dall’ingenio dei suoi abitanti e costruita da attori con interessi discordanti. A fine 2015 si calcola che più di 50.000 persone stiano ancora vivendo nelle residenze “temporanee”.

Gli scandali legati alla ricostruzione sono moltissimi. Quello di maggior impatto forse è stato quella della Croce Rossa statunitense. Inizialmente aveva previsto un investimento di 97 milioni di dollari per costruire 15.000 nuove case, poi ridotto nel 2013 a 59 milioni per 2.249. Allo stato attuale sono state costruite circa 900 case. Oppure il caso della fondazione Yele del popolare rapper Wyclef Jean che raccolse 16 milioni di dollari nel 2010 per spenderne 4 in spese di gestione e andare in liquidazione nel 2012.

Se vi fossero ancora dei dubbi su chi abbia tratto vantaggio dai milioni di dollari arrivati ad Haiti dopo il terremoto basta guardare questo grafico:

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Meno dell’un per cento dei soldi spesi dall’agenzia statunitense di cooperazione è stato gestito da organizzazioni i dal governo haitiano. Il resto è rimasto sotto il controllo di ONG statunitensi o direttamente di imprese private (come quelle che hanno gestito la rimozione delle macerie). I progetti finanziati sono stati, per esempio, lo studio per la creazione di un nuovo porto commerciale a nord di Haiti, costato 4 milioni e mezzo di dollari e mai consegnato.

Si dovrebbe anche parlare del colera, assente sull’isola da oltre un secolo e tornato con i caschi blu nepalesi (vedi articolo dedicato) che ancora oggi sta portando morti ad Haiti. Ricordiamoci che la prima conferenza internazionale per l’eliminazione del colera ad Haiti si è tenuta ad ottobre 2014, vuol dire 4 anni dopo la sua apparizione sull’isola. Si calcola che, con i giusti investimenti, ci vorranno 40 anni per eliminare questa malattia dall’isola.

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Nell’ultimo anno la situazione politica è degenerata. A gennaio Haiti si è trovata senza Parlamento dopo che è scaduto il mandato di quello in carica e che non sono state realizzate nuove elezioni. Il presidente Martelly ha deciso di proseguire governando per decreto e nominando come primo ministro (mai rettificato dal Parlamento) un personaggio coinvolto nel golpe di stato contro Aristide nel 2004: Evans Paul. Il processo elettorale, iniziato ad agosto, non si è ancora concluso e si sono registrati scontri e proteste per brogli ad ogni turno. Ad ottobre si è tenuto il primo turno per le elezioni presidenziali con oltre 50 candidati. I risultati sono stati contestati da tutti i partiti dell’opposizione e il ballottaggio tra il candidato presidenziale Moise e lo sfidante Celestin (quello già estromesso su pressione degli USA nel 2011) è stato rinviato dal 27 dicembre al prossimo 17 gennaio. I principali 8 partiti di opposizione hanno richiesto oggi la sospensione del processo elettorale e la nomina di un governo di transizione, dopo che un comitato appositamente nominato ha registrato brogli in più della metà dei seggi controllati, il report finale non è stato firmato dal rappresentante delle organizzazioni non governative, perché, a suo dire, si sarebbe dovuto procedere con il riconteggio globale delle schede.

Per capire un po’ la figura di Moise (mentre Celestin non ha ancora confermato l’intenzione di correre per il ballottaggio) basta sapere che nel 2014, ha lanciato una compagnia di espoetazioni di banane in joint venture con il governo in un terreno di circa 2.470 acri (1.000 ettari) a nord-est di Haiti, con un prestito di 6 milioni di dollari approvato dall’amministrazione Martelly. Moise si riferisce con orgoglio a se stesso con il nome di  “Neg Bannann” – Banana Man in creolo haitiano.

Nel frattempo sono avvenuti vari eventi molto discussi, tra cui l’approvazione di una legge sull’estrazione mineraria tanto cara alle multinazionali.

La situazione ambientale è il vero problema di Haiti. La deforestazione estrema ha esposto il paese ad inondazioni, uragani e frane. La cooperazione internazionale, con poche eccezioni, si è disinteressata a questa tematica non contribuendo ad uno sviluppo sostenibile del paese.

In sintesi, la situazione è ancora molto brutta, anche se i riflettori su queste terre si accendono solo il 12 gennaio, per un paio di servizi sull’anniversario del sisma, qualche foto sulla (mancata) ricostruzione e poi il nulla per un altro anno.

Per chi volesse approfondire continuo a suggerire il libro che ho curato con Helga: “Haiti: l’isola che non c’era“, IBIS edizioni. Dateci un’occhiata.

Pur in ritardo di tre giorni risptto i tempi promessi, sono arrivati oggi i risultati del primo turno delle elezioni presidenziali ad Haiti.

Non si sono grandi sorprese rispetto a quanto previsto:

vanno al ballottaggio il candidato appoggiato dal presidente uscente, Jovenel Moise, e il principale candidato dell’opposizione, Jude Célestin, legato all’ex presidente Preval.

Questi i numeri diffusi dal Comitato Elettorale Provvisorio:

Jovenel Moïse (PHTK) 511,992 votes 32.81%
Jude Célestin (LAPEH) 394,390 votes 25.27%
Moïse Jean Charles (Pitit Dessaline) 222,646 votes 14.27%
Maryse Narcisse (LAVALAS) 110,049 votes 7.05%
Jean Baptiste Eric (MAS) 56,671 votes 3.63%
Jean Henry Céant (Renmen Ayiti) 39,005 votes 2.50%
Sauveur Pierre Étienne (OPL) 30,227 votes 1.94%
Ivenson Steven Benoit (Konviksyon) 17,851 votes 1.14%
Steeve Khawly (Bouclier) 16,791 votes 1.08%
Samuel Madistin (MOPOD) 13,656 votes 0.88%

Dopo l’annuncio dei risultati sono scattate le proteste dei sostenitori dei candidati esclusi, e già si registra un morto. La differenza tra il secondo e il terzo fa pensare che non vi sarà molto spazio per evenutali ricorsi. Il ballottaggio dovrebbe tenersi il 27 di dicembre. Non sono ancora stati diffusi i risultati delle elezioni legislative e comunali.

Jude Celestin aveva annunciato la sua volontà di non correre per il ballottaggio denunciando frodi e brogli da parte del Governo a favore di Moise.

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Questa storia sta diventando un caso internazionale che può rischiare di cambiare il panorama politico francese.

Tutto inizia nel marzo del 2013 quando due piloti francesi in procinto di partire con un Falcon da Punta Cana (Repubblica Dominicana) alla volta di Saint-Torpez (Francia) vengono fermati dalla polizia dominicana quando si scopre che a bordo hanno 700 kg di cocaina (per un valore commerciale di 30 milioni di euro). I due vengono condannati in agosto 2015 a 20 anni di prigione, ma, avendo chiesto l’appello, si trovano agli arresti domiciliari.

I due piloti, Pascal Fauret e Bruno Odos, però non sono rimasti tranquilli a casa in attesa del nuovo giudizio, ma, con l’aiuto di amici ex militari francesi, sono scappati in veliero fino a MArtinica per poi volare in Francia dove la polizia transalpina li ha arrestati e avviato nuove indagini. Già questo bastava per creare scompiglio in Repubblica Dominicana con l’opposizione che accusa il Governo di incapacità, se non di complicità, nella gestione della custodia.

Ora però appare una foto dei piloti in fuga verso Martinica.

Pascal Fauret e Bruno Odos, tra di loro Pierre Malinowski, secondo France TV Info

Nella foto, secondo France TV Info, ci sarebbe Pierre Malinowski, ovvero, un ex militare della Legione Straniera nonchè l’assistente parlamentare di Jean-Marie Le Pen, fondatore e presidente a vita del Frente Nacional, nonché padre dell’aspirante presidentessa Marine Le Pen.

In un comunicato Jean-Marie Le Pen afferma:

“être totalement étranger” aux péripéties de l’affaire Air Cocaïne. “Monsieur Pierre Malinowski est un assistant parlementaire européen que je partage dans le cadre d’un mi-temps avec monsieur Aymeric Chauprade, dont il est très proche. Dans ces conditions, il n’y a aucune raison valable pour que mon nom soit associé au développement de ce dossier”

Di fatto chiamandosi fuori e scaricando le eventuali colpe politiche sul collega di partito Aymeric Chauprade, anche lui a bordo del veliero utilizzato durante la fuga, e che rivendica l’idea della fuga in un’intervista.

Se tutto ciò non bastasse, nella vicenda trovano posto anche due ex presidenti:

Nikolas Sarkozy è sotto inchiesta per aver volato per tre volte con la stessa compagnia dei due piloti. La magistratura francese si sta riservando il diritto di individuare eventuali collegamenti.

Il deputato del Frente Nacional, invece, è stato in passato ospite in molte occasioni della fondazione guidata dall’ex presidente della Repubblica Dominicana, Leonel Fernandez.

electionlisty-haiti-master1050Ieri si è tenuta la seconda delle tre giornate elettorali che segnano il 2015. Ieri si votava per il primo turno del Presidente della Repubblica, il secondo turno del Parlamento e i comuni.
Una situazione già complessa di suo, ma molto più difficile da gestire se si pensa che i soli candidati alla Presidenza della Repubblica erano 54.

Risulta difficile fare il quadro completo della situazione e capire se vi sarà bisogno del ballottaggio presidenziale, che sarebbe il 27 dicembre, ma qualche notizia si può dare.

Ricordiamo che attualmente la situazione politica vede il Parlamento sciolto ad inizio anno e un Presidente, Martelly, che governa in solitaria per decreto, affiancato dal primo ministro Evans Paul, già parte del golpe di stato che pose fine alla presidenza di Aristide nel 2004. Nel 2010 le elezioni, previste per febbraio, vennero cancellate a seguito del terremoto che colpì Port-au-Prince, quando a fine anno si andò a votare, al primo turno passarono inizialmente Mirlande Manigat e Jude Célestin(delfino dell’allora presidente René Preval). Dopo proteste di alcuni settori e la “mediazione” degli Stati Uniti con l’intervento personale di Hillary Clinton, Célestin fu escluso dal ballottaggio a favore del cantante Michel Martelly che, sorprendendo tutti, triplicò i voti che aveva preso e vinse le elezioni. La presidenza di Martelly è stata segnata da scandali, da instabilità politica (5 primi ministri) e da grandi concessioni alle multinazionali straniere.

I pretendenti alla presidenza sono molti, abbiamo detto. I principali sono:

  • Jovenel Moise, produttore di una società di esportazione di banane nel nord del paese, rappresenta il Parti haitien tet kale (Partito haitiano delle teste calve) al potere, così chiamato in riferimento al celebre cranio rasato di Martelly. E’ il candidato del presidente uscente.
  • Jude Célestin, capo del partito Lapeh (Lega alternativa per il progresso e l’emancipazione di Haiti), come abbiamo detto, era il candidato di Preval nel 2010 e in precedenza era direttore di un’agenzia di costruzioni governativa molto attiva nei mesi successivi al terremoto. Nel 2010 raggiunse circa il 22% dei voti.

dopo di loro seguono molti candidati cosiddetti minori, ma che potrebbero riservare sorprese:

  • Maryse Narcisse, del partito Fanmi Lavalas, ovvero la formazione guidata da Aristide, già presidente in due occasione, entrambe terminate con un colpo di stato. Fu portavoce di Aristide durante il suo esilio forzato e attivista per i diritti umani.
  • Charles Henri Baker, del partito Regwoupman Sitwayen Pou Espwa, al terzo tentativo dopo quello del 2006 (terzo con 8,24% dei voti) e del 2010 (sesto con 2,38%)
  • Jean-Charles Moise (Platfom Pitit Desalin) uno dei senatori “dissidenti” che si rifiutò a firmare l’accordo di gennaio 2015 che avrebbe portato all’estensione del mandato del parlamento in cambio di una possibile rielezione del presidente uscente
  • Jean Henry Céant (Renmen Ayiti) un avvocato al secondo tentativo di elezione, nel 2010 arrivò quarto con l’8,18% dei voti, all’epoca era il candidato appoggiato da Fanmi Lavalas, che in quell’occasione non potè presentarsi alle elezioni.

Ad Agosto si votò per il primo turno delle elezioni legislative, inizialmente previsto in maggio. L’affluenza fu del 17,82%. Il secondo turno fu cancellato e accorpato con le elezioni presidenziali.

I dati sulle elezioni di ieri non ci sono ancora. Si parla della possibilità di avere dati parziali sul presidente intorno alla fine della prima settimana di novembre, e i definiti per la fine del prossimo mese. Tutto fa pensare che il ballottaggio presidenziale si terrà con molta difficoltà il 27 dicembre. E questo potrebbe voler dire che non si avrà un presidente eletto in tempo per gennaio 2016, quando scadrà il mandato di Martelly. Nella storia moderna di Haiti non c’è stato un presidente che abbiamo concluso il suo mandato nei tempi previsti (o interrotto prima o prolungato). Il ballottaggio sarà necessario se nessun candidato raggiunge la maggioranza assoluta dei voti o un vantaggio di 25 punti sul secondo.

La giornata di ieri è stata relativamente tranquilla. La polizia parla di 234 arresti e 13 pistole confiscate, anche se la accuse di poco trasparenza e di brogli arrivano da un po’ tutto il paese. In 8 sezioni (su poco meno di 14.000) il voto è stato annullato. Oggi le scuole sono rimaste chiuse per sicurezza.

Diversi gruppi politici, tra cui l’ex candidata alla presidenza Mirlande Manigat, avevano chiamato al boicottaggio delle elezioni ausèicando la formazione di un governo di transizione.

Aggiornamento: Jude Celestin e Jean Charles Moïse,candidati dell’opposizione, denunciano brogli 

Aggiornamento 5/11/15: mancano poche ore alla diffusione dei risultati provvisori e i candidati alla presidenza che chiedono una commissione indipendente sono 8: Sauveur Pierre Etienne, Moise Jean-Charles, Jude Celestin, Jean-Henry Ceant, Steeven Benoit, Charles Henry Baker, Eric Jean-Baptiste y Samuel Madistin. Praticamente tutti i principali candidati dell’opposizione.

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Oggi è il 21 ottobre, il giorno in cui Marty McFly arriva nel futuro in Ritorno al Futuro – parte 2.

Siti e siti si lanciano in classifiche di oggetti che gli autori del film avevano immaginato con una ventina d’anni di anticipo e che oggi esistono veramente, ma vediamo cosa, invece, abbiamo inventato e che non era stato previsto:

stivali infradito

stivali infradito

Bastone per selfie

Bastone per selfie

Stampante per toast

Stampante per toast

Acqua dietetica

Acqua dietetica

Supposta effervescente

Supposta effervescente

 

 

 

 

 

 

Ad Haiti non c’è il petrolio. Questa è una frase che spesso si sente dire per giustificare il poco interesse internazionale verso la parte occidentale dell’isola di Hispaniola.

In realtà il poco interessa riguarda soprattutto la stampa e non i paesi della regione. Qui raccontavo come l’allora segretario di stato USA Hillary Clinton avesse interferito in forma diretta durante il passato percorso elettorale (post terremoto del 2010), e in altri post provavo ad illustrare come la ricostruzione, vera o presunta, ad Haiti fosse in realtà un ottimo affare per pochi (vedi caso Felix Bautista, o ONG americane). Haiti è stata anche al centro di uno scontro Venezuela – USA sul tema dell’approvvigionamento del petrolio, come svelato da Wikileaks.

Tutto ciò va ricordato per capire cosa sta succedendo ora nell’isola.

Siamo nel pieno di un complicato processo elettorale, iniziato a gennaio con lo scioglimento del Parlamento e con la decisione del Presidente Martelly di continuare il suo mandato governando per decreto affiancato da un governo guidato dalla figura di Evans Paul, già parte del golpe di stato del 2004. Ad agosto vi sono state le prime elezioni amministrative, i cui risultati non sono ancora noti, e nei prossimi mesi vi saranno quelle legislative e presidenziali.

Proprio in questo momento di grande confusione, alcune organizzazioni haitiane denunciano il fatto che il presidente Martelly starebbe per approvare per decreto una nuova legge per regolamentare l’estrazione mineraria nel paese. Questa revisione sarebbe stata elaborata un anno fa da esperti della Banca Mondiale (ente privato che gestisce prestiti soprattutto a paesi in via di sviluppo) ma mai sottoposta all’esame del Parlamento. Uno dei punti salienti sarebbe che la rettifica degli accordi di estrazione non sarebbe più sottoposta al vaglio del Parlamento ma diventerebbe prerogativa del solo Governo. Inoltre verrebbe abolito lo studio di impatto ambientale e, soprattutto, quello di impatto sociale, sostituito da una breve relazione a carico del Ministero dell’Ambiente.

Di fatto verrebbe sottratto al dibattito pubblico la decisione di concedere nuove concessioni di estrazione.

Nella storia recente di Haiti esistono casi di comuni completamente deturpati dalle attività estrattive senza che alcun beneficio economico ricadesse sulle comunità, come a Miragoâne o a Les Gonaïves. Forse la fretta per l’approvazione di questa legge potrebbe essere dettata dal rischio di un cambio di governo e dalla vittoria di forze meno “aperte” agli interessi USA, o dalla conferma di voci che girano da un paio d’anni rispetto alla possibilità di giacimenti di uranio sull’isola.

In sostanza gli ultimi mesi del governo (senza controllo parlamentare) di Martelly, mentre l’opinione pubblica è distratta dalle elezioni, sembrano indirizzati ad aprire il paese alle multinazionali diminuendo gli strumenti di controllo e verifica. In sostanza si stanno realizzando tutti i migliori, per loro, piani dei finanziatori occulti dell’oligarchia haitiana, le aziende nordamericane che puntano a mantenere Haiti come una base economica per le loro operazioni commerciali.

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Ho parlato più volte del caso di Jozef Wesolowski, già nunzio apostolico in Repubblica Dominicana e nei caraibi, sostituito da Papa Francesco per sospetti abusi sessuali su minori dominicani. Era già stato ridotto allo stato laicale ed era agli arresti in Vaticano dopo l’inizio del processo penale.

Nella mattinata di oggi è stato trovato morto nella sua stanza, sembra per cause naturali. È stata ordinata l’autopsia.

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Domani è una data storica: comincia in Vaticano il primo processo per pedofilia dopo la riforma voluta da Jorge Bergoglio nel 2013.

Weso?owski è accusato di aver pagato dei ragazzi adolescenti per fare sesso, mentre era nunzio vaticano nella Repubblica Dominicana tra il 2008 e il 2013.

Nell’agosto del 2013 è stato richiamato in Vaticano da Jorge Bergoglio, dopo che erano stati denunciati episodi di pedofilia e di sfruttamento della prostituzione minorile da parte del sacerdote. Le accuse di pedofilia sono emerse dopo la pubblicazione di un’inchiesta della giornalista dominicana Nuria Piera (che domani trsmetterà in diretta dal Vaticano), uscita nel settembre 2013, che sosteneva che il sacerdote pagava per fare sesso con minori e frequentava una zona di Santo Domingo nota per la prostituzione minorile.

Nel 2014 il Vaticano ha sospeso l’immunità per Weso?owski, che è stato arrestato il 22 settembre 2014 ed è agli arresti domiciliari dal giugno dello stesso anno.

Weso?owski rischia 12 anni di carcere, che potrà scontare nelle prigioni vaticane o in quelle italiane. Se condannato, potrà fare appello. A giudicare Weso?owski sarà un collegio composto interamente di laici. Purtroppo però non verrà sottoposto al giudizio della giustizia dominicane, stato in cui ha commesso i delitti ma era protetto dall’immunità diplomatica.

Si tratta della prima volta in cui non viene applicato il diritto canonico ma quello penale. Questo è il vero cambiamento tra Bergoglio e il suo predecessore in tema di lotta alla pedofilia tra i religiosi. Questo processo farà giurisprudenza.

Mentre Haiti si prepara alle agognate elezioni di agosto, che dovrebbero mettere fine alla crisi istituzionale che dura da più di un anno (link) il Presidente del Consiglio Elettorale Provvisorio, Pierre Louis Opont, che nel 2010 era il Direttore Generale dell’allora consiglio elettorale, rivela ciò che portò 5 anni fa all’elezione dell’attuale presidente Martelly.

Per capire la situazione bisogna fare un salto indietro di oltre 5 anni. A gennaio del 2010 un terribile terremoto colpisce la capitale di Haiti e distrugge buona parte degli edifici pubblici e privati. Le elezioni presidenziali previste per febbraio vengono rimandate e nel paese arrivano fiumi di soldi per la cooperazione internazionale. il numero di ONG straniere si moltiplica iperbolicamente e gli USA sbarcano con i marines per portare soccorso umanitario. La missione dell’ONU Minustha, presente nel paese dal colpo di stato del 2004 che obbligò alla fuga il presidente Aristide, viene ampliata. Inizia un gioco di potere, sulla testa degli haitiani tra USA e Venezuela (e Brasile) per l’affermazione della supremazia regionale (si veda anche la questione sul petrolio svelata da Wikileaks).

In questo clima si va a votare a fine novembre 2010 (qui il mio post dell’epoca). I candidati in corsa per la presidenza sono sostanzialmente 4: Jude Célestin, a sostenuto dal Presidente uscente Preval, Mirlande Manigat, moglie di Leslie Manigat, già presidente di Haiti per pochi mesi nel 1988, Jean Henry Céant, che rivendica una continuità con l’ex presidente Aristide, molto vicino ai quartieri più popolari e Michel “Sweet Micky” Martelly cantante senza alcuna esperienza politica ma che ha fatto grandissimi investimenti durante la campagna elettorale.

Subito dopo le elezioni iniziano giorni concitati: Manigat arriva prima con circa il 31 % dei voti, dietro di lei Célestin (22,48%) e Martelly (21,84%). Al ballottaggio dovrebbero andare i primi due, ma qui scatta la protesta. Le accuse sono di brogli da parte del Governo e quindi a favore di Célestin. Per settimane i risultati non sono definitivi, vi sono dichiarazioni dall’Organizzazione degli Stati Americani e dell’ONU che chiedono la rinuncia di Célestin, le richieste dei partiti di opposizione haitiani sono di annullare le elezioni. Questa idea però non piace agli USA che vogliono una controparte politica haitiana con cui relazionarsi e gestire (in quasi totale autonomia) la ricostruzione. A posteriori sappiamo come è andata, la stragrande maggioranza dei soldi investiti per ricostruire Haiti non sono mai usciti dai confini americani rimanendo ad appannaggio delle aziende e delle ONG statunitensi, solo il 10% delle risorse è stato amministrato dal governo haitiano e meno del 3% da ONG locali.

Nel disordine di quel gennaio, il 31 arriva sull’isola Hillary Clinton, allora Segretario di Stato USA e, ricordiamolo con Bill Clinton incaricato dall’ONU per la ricostruzione ad Haiti. Insomma, era colei che aveva i soldi dalla parte del manico. Secondo la ricostruzione di Opont, la Clinton molla la crisi egiziana nel suo più alto punto di tensione (è il giorno in cui Mubarak licenzia tutto il consiglio dei ministri) per recarsi ad Haiti e sostenere le aspirazioni presidenziali di Michel Martelly. Durante la visita si riunisce con alcuni candidati alla presidenza, tra cui lo stesso Martelly, violando ciò che la Casa Bianca di Obama e il Consiglio di Sicurezza Nazionale chiama una “pratica di lunga data e principio” ovvero non essere visti con i candidati o capi di stato dei paesi stranieri durante le loro elezioni.

Nel frattempo le strade della capitale di Haiti sono percorse da manifestazioni a favore dell’inclusione di Martelly nel ballottaggio. Già all’epoca scrivevo di come quelle proteste non fossero “politiche” ma guidati da criminali, si è poi scoperto che un senatore dominicano Felix Bautista finanziò Martelly portando alla destabilizzazione del paese (Felix Bautista fece poi affari milionari con appalti assegnati alle sue imprese dal futuro presidente Martelly) appoggiandosi al delinquente Louis-Jodel Chamblain.

Morale, dopo la visita della Clinton, il 3 febbraio, il Comitato Elettorale estromise Célestin dal ballottaggio. Opont dice che, in qualità di direttore generale, dette i risultati ufficiali agli osservatori internazionali, ma che Cherly Mills, il Capo del Gabinetto del Segretario di Stato Hillary Clinton, e gli osservatori dell’Organizzazione degli Stati Americani hanno poi dato risultati diversi da quelli che erano stati loro passati.

Il resto è storia, al ballottaggio Manigat raccolse esattamente gli stessi voti del primo turno, 336.000, mentre Martelly passò magicamente da 234.000 voti a 716.000. Essendo invariato il numero di votanti, praticamente tutte le persone che al primo turno non avevano votato per Manigat al secondo votarono per Martelly. Per un uomo senza un passato politico e senza un partito serio di appoggio (il partito di Martelly riuscì a eleggere solo 3 senatori su 98) si è trattato di un miracolo politico impossibile da realizzare senza l’aiuto straniero (e dell’ex dittatore Duvalier, rientrato ad Haiti a gennaio 2011).

Gli anni del governo Martelly sono poi stati segnati da instabilità istituzionale, predominio delle ONG straniere sul controllo locale del terremoto, corruzione e sperpero di denaro fino alla crisi che nei mesi scorsi ha portato allo scoglimento del Senato e alla nomina di un ex golpista (contro Aristide) come primo ministro.

Il 25 ottobre del 2015 ci saranno le nuove elezioni presidenziali, staremo a vedere, per il momento il numero dei candidati è di 56, ma in continua evoluzione, anche perchè Martelly non potrà ricandidarsi, mentre Célestin si.

Qui il video dell’intervista con le rivelazioni di Opont.

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Beppe Grillo, in un post delirante, citando a sproposito Giovanni Falcone, elabora la teoria che i 1.000 euro, circa, che ogni migrante paga agli scafisti per venire in Italia siano pagati dalla mafia italiana.grillo 2

La teoria è questa, la mafia guadagna sui centri di accoglienza dei rifugiati (uno o due euro al giorno, dice), quindi è disposta ad investire mille euro per ognuno di loro per farli venire in Italia. E questo guadagno sarebbe superiore a quello del commercio della droga.

Il sistema non sta in piedi da nessun punto di vista, ma ipotiziamo che sia così e facciamo due conti. Ogni rifugiato frutta alla mafia circa 500 euro all’anno, quindi dovrebbe rimanere in un centro di accoglienza per almeno due anni perchè la stessa possa andare in pari. Tre anni per riuscire a raccimolare 500 euro. Ma sappiamo che i tempi di permanenza sono molto più contingentati, si parla di sei mesi rinnovabili di altri sei, molti rifugiati, poi dopo poco tentano di lasciare l’Italia per raggiungere altri paesi europei quindi sarebbe un investimento ad alto rischio e con poco profitto.

Inoltre non tutte le persone che arrivano sui barconi vengono riconosciuti come rifugiati, per loro non vi sono sistemazioni pagate dall’unione europea o dallo stato italiano, quindi nessuna possibilità di guadagno per la mafia, quindi sarebbe un investimento perso.

Ora, se una cosa la mafia sa fare sono i conti. Quale mafioso pagherebbe milioni di euro per far arrivare in Italia gli immigrati con la prospettiva, forse, di rientrare dall’investimento in tre/quattro anni?

È evidente che la teoria di Grillo non ha nessun futuro e punta solo a sostenere la sua teorica soluzione, ovvero:

“Per risolvere il problema immigrazione va prosciugato il fiume di soldi che si porta con sé.”

Detto in altri termini basta aiutare le persone che sono in fuga da guerre e da situazioni economiche insostenibili.

Le mafie italiane non hanno bisogno di importare a pagamento i migranti, li sfruttano una volta qui, dentro il sistema dei centri di accoglienza, certo, ma quello è solo una piccola parte, perchè c’è il caporalato e il lavoro nero (la camorra nel casertano dovrebbe dire qualcosa), offrendo viaggi verso gli altri paesi europei, speculando sulla loro situazione di precarietà per utilizzarli all’interno dei traffici illegali e di spaccio.

La domanda iniziale però rimane ed è interessante, ovvero, dove trovano i soldi le persone che si imbarcano per venire in Italia?

Forse il modo migliore è porre la domanda a chi quel viaggio l’ha fatto. Un ottimo documento è il lavoro di Andrea Segre “Come un uomo sulla terra“, video reportage di un’ora che racconta il viaggio dei migranti durante la vigenza degli accordi Italia-Libia.È importante ricordare che il viaggio, infatti, non inizia sulle coste libiche ma ha un antecedente di sofferenza forse tanto grande quanto la traversata del Mediterraneo. E non è un unicum, ma è fatto di traversate del deserte, di soste di mesi, di ricerca di fondi, di attese, di schiavitù, di rimpatri da un paese africano all’altro, di fallimenti e di ripartenze. Se si guarda il viaggio solo dalla prospettiva europea, ovvero, da quando delle barche lasciano le acque territoriali libiche non potremo mai capire il senso e la natura dello stesso.

Questo il racconto di un ospite della Casa della Carità di Milano, Ahmed, un uomo di mezza età in viaggio con la famiglia: “In Libia succedono cose orrende. Ci siamo stati due mesi. Insulti e e violenze, anche sulle donne. Ci tenevano in delle specie di prigioni, in una stanza come questa c’erano tre volte le persone che ci dormono ora. Speravamo nella solidarietà tra musulmani e invece le condizioni del paese erano talmente pessime che ci hanno dato il coraggio per salire sui barconi”. Molti dei quali non erano nemmeno in grado di compiere la traversata.

Ecco un altro racconto: partito dall’Eritrea, “partimmo da Asmara all’alba con un autobus di linea fino a Tessenei. Durante la strada trovammo almeno 25 posti di blocco, fortunatamente non troppo difficili da sviare. Arrivammo a Tessenei al tramonto con 2500 nakfa (100 euro) in tasca che ci servivano per affrontare il “vero” viaggio. Prima di partire ci siamo rifocillati e, indossato il vestito del popolo musulmano (jallbia) per confonderci tra loro, appena il sole fu tramontato, partimmo alla volta del deserto verso il Sudan. In Sudan sono rimasto circa un anno a lavorare per guadagnare un po’ di soldi perché quelli che avevo non bastavano a pagare il viaggio. Mi offrirono un “pacchetto viaggio” che sembrava interessante, ad un costo relativamente basso per andare da Kartoum a Tripoli. Il “pacchetto” proponeva: l’attraversamento del deserto fino a Kufra in 3 giorni al prezzo di 250 dollari e da Kufra a Tripoli al prezzo di 300 dollari. (…) Eravamo già in territorio libico. Due ore dopo il crepuscolo ci raggiunsero due macchine con due persone a bordo. Ci fecero scendere e ci dissero che per continuare il viaggio avremmo dovuto pagare altri soldi. Sia io che altri che viaggiavano con me avevamo finito i soldi che ci eravamo portati da Kartoum; alcuni nostri connazionali hanno fatto una colletta per aiutarci ma i soldi non sono bastati per tutti: 4 etiopici, purtroppo, sono rimasti al campo di Bengasi. A Tripoli affittai per un mese un appartamento insieme ad altri 12 miei connazionali al prezzo di 110 dollari in attesa della nave per l’Europa. Il proprietario dell’appartamento veniva quasi ogni giorno per informarsi se qualcuno di noi fosse pronto a partire per l’Europa, il che si traduceva nella possibilità di pagare la traversata in nave. Dopo un mese avevo ripagato i debiti del viaggio nel deserto e avevo in tasca 1200 dollari per l’altro viaggio, l’ultimo, e così gli dissi che ero pronto a partire.”

Questa un’altra testimonianza, raccolta da Elisa Pierandrei nelle coste tunisine:  “Io ho un fratello che verrà a prendermi dalla Francia. Per trovare i soldi ho chiesto aiuto ai miei parenti, ho promesso di restituire tutto appena trovo un lavoro in Italia o in Europa ”.

Altre testimonianze raccolte da studenti delle superiori:

“Mio padre è un grande, anche se non mi parla e non mi ha mai fatto una carezza sulla testa, io so che mi vuole bene, perché qualche giorno fa mi ha confidato che tra un furto e qualche lavoretto è riuscito, dopo anni, a mettere via quei maledetti soldi per pagare gli scafisti e dire addio a questa specie di vita. Da questo capii che tutti gli sforzi erano stati inutili, i soldi non erano stati abbastanza e i miei genitori erano rimasti a terra, le tariffe imposte dai trafficanti di uomini erano assurde per le nostre condizioni. I nostri genitori tennero come ricordo i bagagli preparati e lasciati a terra. (…) Io e mio fratello lavammo centinaia e centinaia di vetri fino a quando non avemmo abbastanza soldi per rintracciare i nostri genitori e offrire loro l’ opportunità di vivere assieme a noi. Purtroppo ne ricavammo solo una spiacevole notizia: non erano sopravvissuti alla guerra, entrambi erano morti in seguito ad un’esplosione.”

In sostanza in questo viaggio che dura mesi, se non anni, i migranti lavorano, si aiutano, vengono derubati, trovano il sostegno di parenti già all’estero, si prostituiscono, si ingegnano mezzi per trovare i soldi, ma sicuramente non hanno l’appoggio della mafia o di altre organizzazioni criminali per pagarsi il passaggio sui barconi, anzi le organizzazioni puntano a prendersi tutto e subito togliendo ogni volta che sia possibile qualsiasi risparmio abbiamo da parte.

Per approfondire eccoo altre storie, quelle dei 5.000 km da percorrere per arrivare in Libia e quella della traversata del mediterraneo.

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Per i sindaci e le regioni che hanno cercato di arginare il gioco d’azzardo sta per arrivare una vera e propria mazzata. Ordinanze, decreti e leggi da loro emanate decadranno entro la fine dell’anno. È quanto prevede l’ultima bozza del decreto fiscale del Governo Renzi dedicato al “riordino delle disposizioni in materia di giochi pubblici”. Dall’analisi di Redattore sociale sui 114 articoli del provvedimento, emerge un sostanziale via libera ai gestori di slot machine, agenzie di scommesse o sale gioco. Gli enti locali, in base al comma 2 dell’articolo 13, non potranno più porre “limitazioni di distanza ed orari nei riguardi dei punti di offerta di gioco”, né potranno adottare altri tipi di misure che “si risolvono in forme di sostanziale espulsione dal territorio comunale” delle sale da gioco. Dalla bozza emerge che il decreto dovrebbe entrare in vigore il 1 luglio del 2015 e gli enti locali avranno sei mesi di tempo per adeguarsi, dopodiché ogni norma contraria decadrà.

Insomma decadrebbero tutti i vincoli posti dai comuni per limitare l’accesso di minori al gioco d’azzardo come la distanza minima dalle scuole, per capirci. Non è la prima volta che i governi cedono alle pressioni delle grandi case di gioco d’azzardo, infatti già nel dicembre 2013 si era tentato di introdurre la liberalizzazione nel decreto “Salva Roma”, tentativo poi bloccato dal Capo dello Stato perché non era coerente con il decreto. E come non ricordare la cancellazione della multa ai gestori di slot inserita nel decreto IMU nell’agosto 2013?

Solo una ampia mobilitazione potrà bloccare questo nuovo scempio. La bozza deve essere cambiata.

Che riparta la campagna #noslot e facciamo pressione sui parlamentari!

noslot

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L’ultimo episodio si è registrato ieri quando, dopo che un ragazzo dominicano è stato trovato morto a Moca, un gruppo di persone, accusando dell’omicidio non meglio identificati haitiani, si è recato presso le case di alcuni haitiani per cacciarli, spaccare le case e dare fuoco ad un paio di esse. Tra le persone allontanate a spintoni e colpi di bastone anche bambini, neonati, donne alcune di loro incinta o che avevano dato alla luce solo 6 giorni prima. Un totale di oltre 300 persone.

Due video, terribili, testimoniano l`accaduto, in uno si vede addirittura la polizia che anzichè bloccare e arrestare gli aggressori, vi dialoga cordialmente.


Questi fatti, molto simili a quelli successi un paio di anni fa a Santiago, nella comunità de Los Platanitos, e si sommano a tanti episodi, all’apparenza isolati, di intolleranza e giustizia sommaria perpetrata da dominicani, per lo più ipernazionalisti, contro persone haitiane o discenti da haitiani.

Il clima è stato tutto un crescere dalla sentenza della Corte Costituzionale dominicana che ha eliminato la cittadinanza a oltre 200.000 cittadini di discendenza haitiana e che solo in piccolissima parte è stata mitigata dalle legge di naturalizzazione del governo Medina. Ormai la miccia era stata innescata e il dibattito si è spostato da quello dei diritti a quello delle illazioni. Nei media dominicani i nemici sono stati individuati nelle ONG e nella Corte Interamericana per i Diritti Umani. Le prime accusate di volere l’unificazione dell’isola in un unico stato la seconda di non difendere i diritti dei dominicani. Addirittura contro quest’ultima una nuova sentenza della Corte Costituzionale dominicani ha sancito l’uscita della stessa Repubblica Dominicana dalla Corte dei Diritti Umani.

Morale, complice anche l’avvicinarsi delle elezioni primarie per la presidenza e tutti i carichi politici (dai parlamentari ai sindaci), i discorsi contro la supposta invasione haitiana si stanno moltiplicando e le persone interpretano come una libertà d’intervento estrema, che arriva al furto dentro la casa dell’ambasciatore haitiano a Santo Domingo (compiuto da poliziotti e militari) o all‘impiccagione di un haitiano a Santiago per essersi rifiutato di partecipare all’uccisione di una persona o a tentare di contrattare un sicario latitante per uccidere dei giornalisti accusati di essere troppo filohaitiani.

Aggiornamento 10/04/15: La polizia dominicana ha arrestato 11 persone con l’accusa di aver partecipato alla rappresaglia contro gli haitiani a Moca