Ho parlato più volte del caso di Jozef Wesolowski, già nunzio apostolico in Repubblica Dominicana e nei caraibi, sostituito da Papa Francesco per sospetti abusi sessuali su minori dominicani. Era già stato ridotto allo stato laicale ed era agli arresti in Vaticano dopo l’inizio del processo penale.

Nella mattinata di oggi è stato trovato morto nella sua stanza, sembra per cause naturali. È stata ordinata l’autopsia.

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Domani è una data storica: comincia in Vaticano il primo processo per pedofilia dopo la riforma voluta da Jorge Bergoglio nel 2013.

Weso?owski è accusato di aver pagato dei ragazzi adolescenti per fare sesso, mentre era nunzio vaticano nella Repubblica Dominicana tra il 2008 e il 2013.

Nell’agosto del 2013 è stato richiamato in Vaticano da Jorge Bergoglio, dopo che erano stati denunciati episodi di pedofilia e di sfruttamento della prostituzione minorile da parte del sacerdote. Le accuse di pedofilia sono emerse dopo la pubblicazione di un’inchiesta della giornalista dominicana Nuria Piera (che domani trsmetterà in diretta dal Vaticano), uscita nel settembre 2013, che sosteneva che il sacerdote pagava per fare sesso con minori e frequentava una zona di Santo Domingo nota per la prostituzione minorile.

Nel 2014 il Vaticano ha sospeso l’immunità per Weso?owski, che è stato arrestato il 22 settembre 2014 ed è agli arresti domiciliari dal giugno dello stesso anno.

Weso?owski rischia 12 anni di carcere, che potrà scontare nelle prigioni vaticane o in quelle italiane. Se condannato, potrà fare appello. A giudicare Weso?owski sarà un collegio composto interamente di laici. Purtroppo però non verrà sottoposto al giudizio della giustizia dominicane, stato in cui ha commesso i delitti ma era protetto dall’immunità diplomatica.

Si tratta della prima volta in cui non viene applicato il diritto canonico ma quello penale. Questo è il vero cambiamento tra Bergoglio e il suo predecessore in tema di lotta alla pedofilia tra i religiosi. Questo processo farà giurisprudenza.

Mentre Haiti si prepara alle agognate elezioni di agosto, che dovrebbero mettere fine alla crisi istituzionale che dura da più di un anno (link) il Presidente del Consiglio Elettorale Provvisorio, Pierre Louis Opont, che nel 2010 era il Direttore Generale dell’allora consiglio elettorale, rivela ciò che portò 5 anni fa all’elezione dell’attuale presidente Martelly.

Per capire la situazione bisogna fare un salto indietro di oltre 5 anni. A gennaio del 2010 un terribile terremoto colpisce la capitale di Haiti e distrugge buona parte degli edifici pubblici e privati. Le elezioni presidenziali previste per febbraio vengono rimandate e nel paese arrivano fiumi di soldi per la cooperazione internazionale. il numero di ONG straniere si moltiplica iperbolicamente e gli USA sbarcano con i marines per portare soccorso umanitario. La missione dell’ONU Minustha, presente nel paese dal colpo di stato del 2004 che obbligò alla fuga il presidente Aristide, viene ampliata. Inizia un gioco di potere, sulla testa degli haitiani tra USA e Venezuela (e Brasile) per l’affermazione della supremazia regionale (si veda anche la questione sul petrolio svelata da Wikileaks).

In questo clima si va a votare a fine novembre 2010 (qui il mio post dell’epoca). I candidati in corsa per la presidenza sono sostanzialmente 4: Jude Célestin, a sostenuto dal Presidente uscente Preval, Mirlande Manigat, moglie di Leslie Manigat, già presidente di Haiti per pochi mesi nel 1988, Jean Henry Céant, che rivendica una continuità con l’ex presidente Aristide, molto vicino ai quartieri più popolari e Michel “Sweet Micky” Martelly cantante senza alcuna esperienza politica ma che ha fatto grandissimi investimenti durante la campagna elettorale.

Subito dopo le elezioni iniziano giorni concitati: Manigat arriva prima con circa il 31 % dei voti, dietro di lei Célestin (22,48%) e Martelly (21,84%). Al ballottaggio dovrebbero andare i primi due, ma qui scatta la protesta. Le accuse sono di brogli da parte del Governo e quindi a favore di Célestin. Per settimane i risultati non sono definitivi, vi sono dichiarazioni dall’Organizzazione degli Stati Americani e dell’ONU che chiedono la rinuncia di Célestin, le richieste dei partiti di opposizione haitiani sono di annullare le elezioni. Questa idea però non piace agli USA che vogliono una controparte politica haitiana con cui relazionarsi e gestire (in quasi totale autonomia) la ricostruzione. A posteriori sappiamo come è andata, la stragrande maggioranza dei soldi investiti per ricostruire Haiti non sono mai usciti dai confini americani rimanendo ad appannaggio delle aziende e delle ONG statunitensi, solo il 10% delle risorse è stato amministrato dal governo haitiano e meno del 3% da ONG locali.

Nel disordine di quel gennaio, il 31 arriva sull’isola Hillary Clinton, allora Segretario di Stato USA e, ricordiamolo con Bill Clinton incaricato dall’ONU per la ricostruzione ad Haiti. Insomma, era colei che aveva i soldi dalla parte del manico. Secondo la ricostruzione di Opont, la Clinton molla la crisi egiziana nel suo più alto punto di tensione (è il giorno in cui Mubarak licenzia tutto il consiglio dei ministri) per recarsi ad Haiti e sostenere le aspirazioni presidenziali di Michel Martelly. Durante la visita si riunisce con alcuni candidati alla presidenza, tra cui lo stesso Martelly, violando ciò che la Casa Bianca di Obama e il Consiglio di Sicurezza Nazionale chiama una “pratica di lunga data e principio” ovvero non essere visti con i candidati o capi di stato dei paesi stranieri durante le loro elezioni.

Nel frattempo le strade della capitale di Haiti sono percorse da manifestazioni a favore dell’inclusione di Martelly nel ballottaggio. Già all’epoca scrivevo di come quelle proteste non fossero “politiche” ma guidati da criminali, si è poi scoperto che un senatore dominicano Felix Bautista finanziò Martelly portando alla destabilizzazione del paese (Felix Bautista fece poi affari milionari con appalti assegnati alle sue imprese dal futuro presidente Martelly) appoggiandosi al delinquente Louis-Jodel Chamblain.

Morale, dopo la visita della Clinton, il 3 febbraio, il Comitato Elettorale estromise Célestin dal ballottaggio. Opont dice che, in qualità di direttore generale, dette i risultati ufficiali agli osservatori internazionali, ma che Cherly Mills, il Capo del Gabinetto del Segretario di Stato Hillary Clinton, e gli osservatori dell’Organizzazione degli Stati Americani hanno poi dato risultati diversi da quelli che erano stati loro passati.

Il resto è storia, al ballottaggio Manigat raccolse esattamente gli stessi voti del primo turno, 336.000, mentre Martelly passò magicamente da 234.000 voti a 716.000. Essendo invariato il numero di votanti, praticamente tutte le persone che al primo turno non avevano votato per Manigat al secondo votarono per Martelly. Per un uomo senza un passato politico e senza un partito serio di appoggio (il partito di Martelly riuscì a eleggere solo 3 senatori su 98) si è trattato di un miracolo politico impossibile da realizzare senza l’aiuto straniero (e dell’ex dittatore Duvalier, rientrato ad Haiti a gennaio 2011).

Gli anni del governo Martelly sono poi stati segnati da instabilità istituzionale, predominio delle ONG straniere sul controllo locale del terremoto, corruzione e sperpero di denaro fino alla crisi che nei mesi scorsi ha portato allo scoglimento del Senato e alla nomina di un ex golpista (contro Aristide) come primo ministro.

Il 25 ottobre del 2015 ci saranno le nuove elezioni presidenziali, staremo a vedere, per il momento il numero dei candidati è di 56, ma in continua evoluzione, anche perchè Martelly non potrà ricandidarsi, mentre Célestin si.

Qui il video dell’intervista con le rivelazioni di Opont.

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Beppe Grillo, in un post delirante, citando a sproposito Giovanni Falcone, elabora la teoria che i 1.000 euro, circa, che ogni migrante paga agli scafisti per venire in Italia siano pagati dalla mafia italiana.grillo 2

La teoria è questa, la mafia guadagna sui centri di accoglienza dei rifugiati (uno o due euro al giorno, dice), quindi è disposta ad investire mille euro per ognuno di loro per farli venire in Italia. E questo guadagno sarebbe superiore a quello del commercio della droga.

Il sistema non sta in piedi da nessun punto di vista, ma ipotiziamo che sia così e facciamo due conti. Ogni rifugiato frutta alla mafia circa 500 euro all’anno, quindi dovrebbe rimanere in un centro di accoglienza per almeno due anni perchè la stessa possa andare in pari. Tre anni per riuscire a raccimolare 500 euro. Ma sappiamo che i tempi di permanenza sono molto più contingentati, si parla di sei mesi rinnovabili di altri sei, molti rifugiati, poi dopo poco tentano di lasciare l’Italia per raggiungere altri paesi europei quindi sarebbe un investimento ad alto rischio e con poco profitto.

Inoltre non tutte le persone che arrivano sui barconi vengono riconosciuti come rifugiati, per loro non vi sono sistemazioni pagate dall’unione europea o dallo stato italiano, quindi nessuna possibilità di guadagno per la mafia, quindi sarebbe un investimento perso.

Ora, se una cosa la mafia sa fare sono i conti. Quale mafioso pagherebbe milioni di euro per far arrivare in Italia gli immigrati con la prospettiva, forse, di rientrare dall’investimento in tre/quattro anni?

È evidente che la teoria di Grillo non ha nessun futuro e punta solo a sostenere la sua teorica soluzione, ovvero:

“Per risolvere il problema immigrazione va prosciugato il fiume di soldi che si porta con sé.”

Detto in altri termini basta aiutare le persone che sono in fuga da guerre e da situazioni economiche insostenibili.

Le mafie italiane non hanno bisogno di importare a pagamento i migranti, li sfruttano una volta qui, dentro il sistema dei centri di accoglienza, certo, ma quello è solo una piccola parte, perchè c’è il caporalato e il lavoro nero (la camorra nel casertano dovrebbe dire qualcosa), offrendo viaggi verso gli altri paesi europei, speculando sulla loro situazione di precarietà per utilizzarli all’interno dei traffici illegali e di spaccio.

La domanda iniziale però rimane ed è interessante, ovvero, dove trovano i soldi le persone che si imbarcano per venire in Italia?

Forse il modo migliore è porre la domanda a chi quel viaggio l’ha fatto. Un ottimo documento è il lavoro di Andrea Segre “Come un uomo sulla terra“, video reportage di un’ora che racconta il viaggio dei migranti durante la vigenza degli accordi Italia-Libia.È importante ricordare che il viaggio, infatti, non inizia sulle coste libiche ma ha un antecedente di sofferenza forse tanto grande quanto la traversata del Mediterraneo. E non è un unicum, ma è fatto di traversate del deserte, di soste di mesi, di ricerca di fondi, di attese, di schiavitù, di rimpatri da un paese africano all’altro, di fallimenti e di ripartenze. Se si guarda il viaggio solo dalla prospettiva europea, ovvero, da quando delle barche lasciano le acque territoriali libiche non potremo mai capire il senso e la natura dello stesso.

Questo il racconto di un ospite della Casa della Carità di Milano, Ahmed, un uomo di mezza età in viaggio con la famiglia: “In Libia succedono cose orrende. Ci siamo stati due mesi. Insulti e e violenze, anche sulle donne. Ci tenevano in delle specie di prigioni, in una stanza come questa c’erano tre volte le persone che ci dormono ora. Speravamo nella solidarietà tra musulmani e invece le condizioni del paese erano talmente pessime che ci hanno dato il coraggio per salire sui barconi”. Molti dei quali non erano nemmeno in grado di compiere la traversata.

Ecco un altro racconto: partito dall’Eritrea, “partimmo da Asmara all’alba con un autobus di linea fino a Tessenei. Durante la strada trovammo almeno 25 posti di blocco, fortunatamente non troppo difficili da sviare. Arrivammo a Tessenei al tramonto con 2500 nakfa (100 euro) in tasca che ci servivano per affrontare il “vero” viaggio. Prima di partire ci siamo rifocillati e, indossato il vestito del popolo musulmano (jallbia) per confonderci tra loro, appena il sole fu tramontato, partimmo alla volta del deserto verso il Sudan. In Sudan sono rimasto circa un anno a lavorare per guadagnare un po’ di soldi perché quelli che avevo non bastavano a pagare il viaggio. Mi offrirono un “pacchetto viaggio” che sembrava interessante, ad un costo relativamente basso per andare da Kartoum a Tripoli. Il “pacchetto” proponeva: l’attraversamento del deserto fino a Kufra in 3 giorni al prezzo di 250 dollari e da Kufra a Tripoli al prezzo di 300 dollari. (…) Eravamo già in territorio libico. Due ore dopo il crepuscolo ci raggiunsero due macchine con due persone a bordo. Ci fecero scendere e ci dissero che per continuare il viaggio avremmo dovuto pagare altri soldi. Sia io che altri che viaggiavano con me avevamo finito i soldi che ci eravamo portati da Kartoum; alcuni nostri connazionali hanno fatto una colletta per aiutarci ma i soldi non sono bastati per tutti: 4 etiopici, purtroppo, sono rimasti al campo di Bengasi. A Tripoli affittai per un mese un appartamento insieme ad altri 12 miei connazionali al prezzo di 110 dollari in attesa della nave per l’Europa. Il proprietario dell’appartamento veniva quasi ogni giorno per informarsi se qualcuno di noi fosse pronto a partire per l’Europa, il che si traduceva nella possibilità di pagare la traversata in nave. Dopo un mese avevo ripagato i debiti del viaggio nel deserto e avevo in tasca 1200 dollari per l’altro viaggio, l’ultimo, e così gli dissi che ero pronto a partire.”

Questa un’altra testimonianza, raccolta da Elisa Pierandrei nelle coste tunisine:  “Io ho un fratello che verrà a prendermi dalla Francia. Per trovare i soldi ho chiesto aiuto ai miei parenti, ho promesso di restituire tutto appena trovo un lavoro in Italia o in Europa ”.

Altre testimonianze raccolte da studenti delle superiori:

“Mio padre è un grande, anche se non mi parla e non mi ha mai fatto una carezza sulla testa, io so che mi vuole bene, perché qualche giorno fa mi ha confidato che tra un furto e qualche lavoretto è riuscito, dopo anni, a mettere via quei maledetti soldi per pagare gli scafisti e dire addio a questa specie di vita. Da questo capii che tutti gli sforzi erano stati inutili, i soldi non erano stati abbastanza e i miei genitori erano rimasti a terra, le tariffe imposte dai trafficanti di uomini erano assurde per le nostre condizioni. I nostri genitori tennero come ricordo i bagagli preparati e lasciati a terra. (…) Io e mio fratello lavammo centinaia e centinaia di vetri fino a quando non avemmo abbastanza soldi per rintracciare i nostri genitori e offrire loro l’ opportunità di vivere assieme a noi. Purtroppo ne ricavammo solo una spiacevole notizia: non erano sopravvissuti alla guerra, entrambi erano morti in seguito ad un’esplosione.”

In sostanza in questo viaggio che dura mesi, se non anni, i migranti lavorano, si aiutano, vengono derubati, trovano il sostegno di parenti già all’estero, si prostituiscono, si ingegnano mezzi per trovare i soldi, ma sicuramente non hanno l’appoggio della mafia o di altre organizzazioni criminali per pagarsi il passaggio sui barconi, anzi le organizzazioni puntano a prendersi tutto e subito togliendo ogni volta che sia possibile qualsiasi risparmio abbiamo da parte.

Per approfondire eccoo altre storie, quelle dei 5.000 km da percorrere per arrivare in Libia e quella della traversata del mediterraneo.

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Per i sindaci e le regioni che hanno cercato di arginare il gioco d’azzardo sta per arrivare una vera e propria mazzata. Ordinanze, decreti e leggi da loro emanate decadranno entro la fine dell’anno. È quanto prevede l’ultima bozza del decreto fiscale del Governo Renzi dedicato al “riordino delle disposizioni in materia di giochi pubblici”. Dall’analisi di Redattore sociale sui 114 articoli del provvedimento, emerge un sostanziale via libera ai gestori di slot machine, agenzie di scommesse o sale gioco. Gli enti locali, in base al comma 2 dell’articolo 13, non potranno più porre “limitazioni di distanza ed orari nei riguardi dei punti di offerta di gioco”, né potranno adottare altri tipi di misure che “si risolvono in forme di sostanziale espulsione dal territorio comunale” delle sale da gioco. Dalla bozza emerge che il decreto dovrebbe entrare in vigore il 1 luglio del 2015 e gli enti locali avranno sei mesi di tempo per adeguarsi, dopodiché ogni norma contraria decadrà.

Insomma decadrebbero tutti i vincoli posti dai comuni per limitare l’accesso di minori al gioco d’azzardo come la distanza minima dalle scuole, per capirci. Non è la prima volta che i governi cedono alle pressioni delle grandi case di gioco d’azzardo, infatti già nel dicembre 2013 si era tentato di introdurre la liberalizzazione nel decreto “Salva Roma”, tentativo poi bloccato dal Capo dello Stato perché non era coerente con il decreto. E come non ricordare la cancellazione della multa ai gestori di slot inserita nel decreto IMU nell’agosto 2013?

Solo una ampia mobilitazione potrà bloccare questo nuovo scempio. La bozza deve essere cambiata.

Che riparta la campagna #noslot e facciamo pressione sui parlamentari!

noslot

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L’ultimo episodio si è registrato ieri quando, dopo che un ragazzo dominicano è stato trovato morto a Moca, un gruppo di persone, accusando dell’omicidio non meglio identificati haitiani, si è recato presso le case di alcuni haitiani per cacciarli, spaccare le case e dare fuoco ad un paio di esse. Tra le persone allontanate a spintoni e colpi di bastone anche bambini, neonati, donne alcune di loro incinta o che avevano dato alla luce solo 6 giorni prima. Un totale di oltre 300 persone.

Due video, terribili, testimoniano l`accaduto, in uno si vede addirittura la polizia che anzichè bloccare e arrestare gli aggressori, vi dialoga cordialmente.


Questi fatti, molto simili a quelli successi un paio di anni fa a Santiago, nella comunità de Los Platanitos, e si sommano a tanti episodi, all’apparenza isolati, di intolleranza e giustizia sommaria perpetrata da dominicani, per lo più ipernazionalisti, contro persone haitiane o discenti da haitiani.

Il clima è stato tutto un crescere dalla sentenza della Corte Costituzionale dominicana che ha eliminato la cittadinanza a oltre 200.000 cittadini di discendenza haitiana e che solo in piccolissima parte è stata mitigata dalle legge di naturalizzazione del governo Medina. Ormai la miccia era stata innescata e il dibattito si è spostato da quello dei diritti a quello delle illazioni. Nei media dominicani i nemici sono stati individuati nelle ONG e nella Corte Interamericana per i Diritti Umani. Le prime accusate di volere l’unificazione dell’isola in un unico stato la seconda di non difendere i diritti dei dominicani. Addirittura contro quest’ultima una nuova sentenza della Corte Costituzionale dominicani ha sancito l’uscita della stessa Repubblica Dominicana dalla Corte dei Diritti Umani.

Morale, complice anche l’avvicinarsi delle elezioni primarie per la presidenza e tutti i carichi politici (dai parlamentari ai sindaci), i discorsi contro la supposta invasione haitiana si stanno moltiplicando e le persone interpretano come una libertà d’intervento estrema, che arriva al furto dentro la casa dell’ambasciatore haitiano a Santo Domingo (compiuto da poliziotti e militari) o all‘impiccagione di un haitiano a Santiago per essersi rifiutato di partecipare all’uccisione di una persona o a tentare di contrattare un sicario latitante per uccidere dei giornalisti accusati di essere troppo filohaitiani.

Aggiornamento 10/04/15: La polizia dominicana ha arrestato 11 persone con l’accusa di aver partecipato alla rappresaglia contro gli haitiani a Moca

Questa la lettera di dimissioni che ho fatto protocollare in settimana.

Al Sindaco del comune di
Comune Cernusco sul Naviglio

pc: Assessore alla Cultura,
Presidente Consiglio Comunale,
Membri del direttivo della Consulta della Cultura
Presidente della Consulta dello Sport
Presidente della Consulta del Sociale
Ufficio Cultura e Eventi

17/02/2015

il sottoscritto Roberto Codazzi attuale presidente del Direttivo della Consulta delle Culture di Cernusco sul Naviglio comunica le proprie dimissioni dalla carica in oggetto a decorrere dalla data odierna.

Le motivazioni delle dimissioni sono state espresse in una comunicazione invita via mail al sindaco, all’assessore Zecchini, al Presidente del Consiglio Comunale e ai membri del direttivo.
I motivi di questa scelta vanno cercati nel lavoro fin qui svolto dal Direttivo della Consulta, nei punti realizzati e in quelli ancora da raggiungere. Proprio in questi giorni, preparando la relazione annuale di attività ho avuto modo di mettere in fila una serie di attività avviate o realizzate e di fare una riflessione in merito.
Nel seppur poco tempo in cui questo direttivo ha lavorato possiamo dire di aver contribuito all’avvio di un importante percorso di partecipazione come il Patto per la Scuola, aver sostenuto il lavoro dell’amministrazione nel delicato processo di definizione del regolamento per l’utilizzo degli spazi della Casa delle Associazioni, di aver svolto a pieno le responsabilità consultive sul bilancio e sulla cooperazione a cui siamo chiamati da regolamento. Oltre a ciò abbiamo riflettuto come organo sul modo in cui dobbiamo porci nei confronti dell’amministrazione e delle associazioni arrivando a definire ruoli specifici per ogni consigliere nonché avviato un processo di partecipazione lanciando, a fianco delle già esistenti iniziative come il Natale Solidale e la Festa delle Culture, anche l’idea di promuovere “i Luoghi della Cultura”. Siamo arrivati ad elaborare, con l’ufficio associazioni, un manuale operativo che dovrebbe semplificare i rapporti delle associazioni con l’amministrazione comunale.
Nell’ultima assemblea della Consulta delle Culture abbiamo presentato le proposte di modifica al regolamento della Consulta stessa che verranno sottoposte al Consiglio Comunale.
Al momento della mia candidatura alla presidenza della Consulta avevo assunto quattro impegni: accompagnare le associazioni nei nuovi spazi del Centro ex Cariplo, semplificare le relazioni tra le associazioni e l’amministrazione comunale, creare momenti che favorissero la collaborazione tra associazioni diverse e avviare un canale di comunicazione e collaborazione tra le associazioni e il gestore della Filanda. Due risultati sono vicini ad essere realizzati, un terzo è avviato mentre l’ultimo punto rimane ancora da esplorare.
Quando a giugno ho comunicato al Direttivo la scelta di vita, temporanea, che mi portava lontano da Cernusco ho chiesto ai consiglieri di valutare se il mio contributo fosse utile alle associazioni e ai lavori del direttivo anche a distanza. La risposta è stata positiva e confermata ad inizio dicembre, ed in effetti il Direttivo ha prodotto importanti passaggi a cui mi sento di aver contribuito anche da lontano.
Ora però, guardando al futuro mi rendo conto che le azioni che maggiormente richiedono gli sforzi del Direttivo, e quindi del suo presidente, si concentrano su due attività che richiedono una presenza fisica sul territorio in grado di incontrare, anche al di fuori della formalità delle riunioni, le altre realtà sociali, ovvero l’avvio dei tavoli di progettazione dei “Luoghi della Cultura” e il coinvolgimento del gestore di un importante luogo comunale come la Filanda all’interno dei lavori della Consulta. Su questi due aspetti l’assessorato e le associazioni cernuschesi hanno bisogno di un supporto che difficilmente potrei garantire attraverso i mezzi attualmente a mia disposizione. A ciò si somma la decisione personale della vice-presidente, anello forte di congiunzione con il precedente direttivo, di lasciare l’incarico a fine gennaio.
Nell’ottica quindi di rafforzare i lavori della Consulta lascio spazio a nuove energie, sperando che tra i consiglieri attualmente presenti nel Direttivo, che hanno condiviso il percorso di questi diciotto mesi, vi sia qualcuno che abbia il desiderio di assumersi l’onere di presiedere l’assemblea e accompagnarla passo passo verso la strada che insieme abbiamo tracciato e fin qui condiviso.
Colgo l’occasione per ringraziare i consiglieri che hanno permesso al Direttivo di riacquistare forza dopo un periodo di tentennamenti garantendo sempre una presenza effettiva e molto generosa. Ringrazio anche Francesca e Alessandro che hanno accettato l’ingrato compito di supportarmi nella funzione di segretari.
Lascio al Direttivo anche alcuni punti dolenti e su cui non sono stato in grado di lavorare, due su tutti l’assenza totale delle rappresentanze della Commissione Biblioteca che non ha mai partecipato alle sedute del direttivo, così come quella delle scuole (che non è nemmeno mai stata nominata), che ci ha privato di un fondamentale contributo. In secondo luogo la richiesta avanzata in più sedi di avere uno spazio sul sito comunale per la pubblicazione dei verbali del direttivo, nonchè una mail ufficiale a cui le associazioni possano scrivere per comunicare con la presidenza e i consiglieri. Queste richieste, rimaste inevase, hanno anche indebolito le possibilità di comunicazione tra il Direttivo e l’Assemblea, ma sono sicuro che riceveranno pronta risposta così da sanare la situazione di difficoltà.
Concludo ringraziando della possibilità che mi è stata data di presiedere i lavori della Consulta e di apportare una goccia al miglioramento della nostra città. Mi scuso se la situazione attuale in cui mi trovo può aver causato qualche difficoltà o rallentamento. Auguro un gran bel futuro alla Consulta tutta e rimango a disposizione, ogni volta che il nuovo presidente lo riterrà necessario, per contribuire allo sforzo collettivo.

Distinti saluti

Il Presidente
Roberto Codazzi

A Haiti s’insedia il nuovo primo ministro Evans Paul. La sua nomina, avvenuta per decreto presidenziale a dicembre, non è stata ratifica dalle Camere. Il paese è senza parlamento dopo il fallimento dei negoziati politici per prolungarne il mandato. Evans Paul è stato scelto dal presidente Michel Martelly per succedere a Laurent Lamothe, nel tentativo di calmare le proteste. Ma l’opposizione continua ad accusare Martelly di corruzione, ostruzionismo alle riforme e accentramento del potere.

Per capire chi sia il nuovo primo ministro che governerà senza parlamento per un tempo indefinito dobbiamo però tornare al 2004, anzi al 1990.

In quell’anno un ex prete, Jean-Bertrand Aristide, pur avendo deciso all’ultimo momento di partecipare alle elezioni presidenziali del dicembre del 1990, ottenne una vittoria straordinaria conquistando il 67% dei voti; in tal modo sconfisse il candidato sostenuto dagli americani, l’ex funzionario della Banca Mondiale Marc Bazin, arrivato secondo con il 14% dei consensi. Evans Paul sostiene Aristide e viene eletto Sindaco di Port-au-Prince. Il coraggioso teologo della liberazione, impegnato nella ‘opzione preferenziale per i poveri’ dei vescovi latino-americani, si insediò così nel mese di febbraio del 1991 come il primo presidente democraticamente eletto della storia haitiana, ma per poco tempo: fu rovesciato con un colpo di Stato militare il 30 settembre di quello stesso anno. Nel 1994 Clinton ricondusse ad Haiti il Presidente legittimo con un’operazione militare di grande impatto ma imponendo ad Aristide le mortali “ricette” del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che avrebbero impoverito ancora di più un Paese che era ed è il più povero dell’emisfero occidentale.

Aristide rimase Presidente meno di un anno, quando, scaduto il suo mandato, venne eletto René Preval, sempre appoggiato dal partito Lavalas. René Preval è il primo ed unico Presidente eletto ad aver condotto a termine il suo mandato e ad essere sostituito sempre a seguito di elezioni democratiche. Nel 2000 si svolsero le elezioni politiche e presidenziali e, nonostante l’insoddisfazione popolare per le riforme economiche, furono vinte dal partito Fanmi Lavalas e da Aristide (92% di consensi).  e tornò la “paura” di un personaggio che comunque non era disposto ad accettare da burattino tutte le imposizioni delle ricche potenze straniere. Già dal novembre 2000, appena dopo le elezioni, è iniziata una pesante campagna politica, economica e mediatica contro di lui e contro i membri del partito che lo sostiene: accuse di brogli elettorali, usate come scusa per attuare il  blocco degli aiuti finanziari promessi (500 milioni di dollari all’anno) anche ad opera dell’Unione Europea, campagne mediatiche su presunte violazioni dei diritti umani, con denunce da parte di organizzazioni non governative legate agli USA. Nel 2003 Aristide chiede alla Francia la restituzione di 21 miliardi di dollari pagati da Haiti allo stato europeo dopo l’indipendneza come “indennizzo”. 

Nel 2004 avviene il vero e proprio golpe (il secondo) contro Aristide. I cosiddetti “ribelli”, entrati ad Haiti dalla Repubblica Dominicana, sono paramilitari molto ben addestrati, equipaggiati e armati, ex membri del FRAPH (“squadroni della morte” responsabili di uccisioni di massa e torture durante e dopo il colpo di Stato del 1991) come Emmanuel Constant (già collaboratore della CIA) e Jodel Chamblain, oltre che a Guy Philippe, ex capo della polizia ed ex membro delle forze armate di Haiti, addestrato in Ecuador dalle forze speciali statunitensi. Il 26 febbraio il Consiglio di Sicurezza delle NAzioni Unite rigetta la richiesta di invio dei Caschi Blu avanzata dal governo haitiano. Il 29 febbraio 2004, per anticipare l’appoggio militare del Venezuela al presidente Aristide, questi viene prelevato da militari statunitensi nella notte, facendolo salire frettolosamente su un aereo con destinazione la Repubblica del Centrafrica.

In quel periodo la comunità internazionale occidentale (USA, Francia e Canada, in particolare) decidono di appoggiare una parte dell’opposizione a Aristide, quella che chiedeva la sua destituzione e che rappresentava il braccio politico della lotta armata, ovvero la “Piattaforma Democratica delle Organizzazioni della Società Civile e dei Partiti Politici d’Opposizione”, frutto dell’unione tra la “Convergenza Democratica” (DC) –un gruppo di circa 200 organizzazioni politiche guidate da Evans Paul – ed il “Gruppo delle 184 Organizzazioni della Società Civile” (G – 184). Quest’ultimo gruppo è guidato da Andy Apaid, nato negli Stati Uniti da genitori Haitiani, fedele sostenitore del colpo di stato militare del 1991 e fondatore, durante l’era Duvalier, di una delle più grandi ditte di esportazione di materiale d’assemblaggio: le industrie Alpha. Questi sweatshop (letteralmente: i laboratori del sudore, ovvero fabbriche semiclandestine dove si lavora in regime di totale sfruttamento, anche 78 ore la settimana, e senza alcuna garanzia) producono articoli tessili e assemblano materiale elettronico per alcune ditte statunitens. Apaid è il più potente datore di lavoro di tutta Haiti e possiede una forza lavoro di circa 4000 operai, retribuiti con 68 centesimi di dollaro al giorno.

E’ il paramilitare Guy Philippe che in una lunga intervista denuncia come l’opposizione “non armata” ad Aristide di Paul e Apaid fosse al corrente di ogni sua mossa, compreso l’attacco del 29 febbraio alla capitale e come siano stati loro, all’ultimo ad avvisare l’ambasciata americana perchè rapisse il presidente prima dell’arrivo in città dei “ribelli”.

Con l’arrivo delle Nazioni Unite si tenta di sbloccare la situazione creando un triumvirato al governo del paese dove, insieme al rappresentante ONU e del partito Lavalas, siede proprio Evans Paul. Nelle elezioni presidenziali del 2006, realizzate sotto il controllo delle Nazioni Unite, mentre Aristide è ancora in esilio, viene eletto nuovamente René Preval, ma Evans Paul tenta la candidatura e riceve solo il 2.5% dei voti.

Tutto ciò è necessario per capire cosa si sta muovendo ad Haiti oggi dove il presidente Martelly ha sciolto il Parlamento, per decorrenza di data, e punta a cambiare la legge elettorale per potersi ricandidare alla presidenza per altri cinque anni. La scelta di Evans Paul, navigato politico, benvisto dagli Stati Uniti, e con sufficiente esperienza per muoversi nelle acque torbide, è un segnale che non è disposto a cedere senza lottare.

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Ieri è stato sciolto il Parlamento haitiano. Dal 2012, quando sono decaduti un terzo dei senatori, non si realizzano le elezioni politiche nel paese caraibico e da oltre un anno è in corso un forte scontro tra il presidente Martelly e i partiti di opposizione sulla nuova legge elettorale.

Nella notte di domenica 11 gennaio, però, è stato firmato un accordo tra il presidente e 22 partiti (la maggior parte dei quali non esprimono parlamentari) per cercare di sbloccare la situazione, dopo i ripetuti appelli delle chiese, dell’Organizzazione degli Stati Americani e del Dipartimento di Stato USA. L’accordo prevede l‘impossibilità per il presidente di governare per decreto e la formazione di un governo di coalizione che dovrebbe portare il paese alle elezioni politiche (ma non presidenziali) entro la fine del 2015. Nel frattempo i lavori della Camera verrebbero mantenuti fino a 24 aprile e quelli del Senato fino al 9 settembre. Verrebbe costituito un Consiglio Elettorale Provvisorio di nove “saggi” indicati dalle chiese cattolica, protestante e dai membri della religione popolare del woodoo, dalla società civile, dai sindacati, dalla stampa e dall’università.

 

Tutto ciò però è ancora sulla carta perchè domenica il Parlamento non ha rettificato l’accordo e ora si aspetta ad ore, forse oggi, forse domani, una convocazione post-scioglimento, decisione che, come è evidente, si presta a mettere in dubbio la legittimità di ogni decisione che potrà essere presa in quella sede. Già, infatti, si levano parole che contestano la forma e la sostanza dell’accordo, e sono parole pesanti, ovvero quelle dell’ex candidata presidente Mirlande Manigat, sconfitta da Martelly al ballottaggio del 2011, presidente del Rassemblement des Démocrates Nationaux Progressistes, RDNP, che ha dichiarato

Oggi, di fronte alla catastrofe imminente, ho deciso di rompere il silenzio per gridare ad alta voce la mia rabbia, le mie preoccupazioni e la mia indignazione per questo omicidio programmato e annunciato di un fondamento essenziale della nostra dignità e della nostra sovranità. (…) Sono le ’11 e 55 all’orologio del paese, perché dal 12 gennaio, nessuna decisione può essere presa dalla Giunta o dal Parlamento, che sia coerente con la Costituzione. (…) Ora questo è imprescindibile, non c’è alternativa ad una decisione coraggiosa: prendere atto del fallimento della politica, la decadenza di tutte le istituzioni esecutive e legislative, e di conseguenza preparare una seria alternativa, responsabile della definizione le cose in chiaro, organizzare elezioni inclusive e non contestate, preparare una costituzione che combini il realismo funzionale e la necessità di orientamenti giuridici efficaci per prevenire gli abusi.

Gli oppositori all’accordo hanno già annunciato che continueranno la lotta e le richieste di dimissioni del presidente.

AGGIORNAMENTO: il Parlamento, convocato per la rettifica dell’accordo, non ha raggiunto il quorum, pertanto risulta sciolto e Martelly potrà governare per decreto.

Nuovi scenari, e non necessariamente positivi, si aprono per la politica ad Haiti

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Cinque anni dopo il devastante terremoto che ha colpito la capitale haitiana di Port-au-Prince il bilancio è molto più negativo che positivo. Bisogna tracciare la storia di fallimenti politici, sprechi di soldi, trasferimenti forzati della popolazione e disfatta delle soluzioni a breve termine pensate dalla grande cooperazione internazionale.

Circa 3 milioni di persone hanno perso la casa, il lavoro, relazioni amicali e la propria rete d’appoggio. Nell’arco di questi anni, però, la grande cooperazione internazionale, il più delle volte ha puntato su interventi “standard” che dovrebbero funzionare in ogni situazione di emergenza, mancando il salto che avrebbe dovuto fare, già a pochi mesi dal sisma da, appunto, l’emergenza alle politiche di sviluppo. Il risultato è che Haiti non è neanche lontanamente vicina alla situazione pre-terremoto e nessuno dei problemi che storicamente affliggono il paese caraibico è stato realmente affrontato e risolto.

Un documento fondamentale per tracciare il quadro della situazione è stato redatto da Amnesty International e si chiama “15 minuti per andarsene“, il cui titolo fa riferimento al tempo che viene concesso alle famiglie quando intervengono i piani di “spostamento forzoso” per chi vive nei campi di accoglienza.

Attualmente ad Haiti vi sono ancora 123 campi profughi attivi, che ospitano oltre 85.000 persone. Le condizioni in questi campi, dopo lo stop degli aiuti, è allarmante, circa un terzo della popolazione non ha accesso ad acqua potabile, esiste un bagno ogni 82 abitanti, non vi sono le condizioni perchè la gente lavori poichè sono ubicate in zone lontane da quelle d’origine, la violenza, soprattutto verso le donne e i bambini è a livelli altissimi. A parte i campi di sfollati, una delle zone più colpite è la grande insediamento informale di Canaan, nella periferia nord della capitale. Tra il 7 e il 10 dicembre 2013 più di 200 famiglie sono state sgomberate con la forza dal settore Canaan di Mozayik. La maggior parte delle famiglie si erano trasferiti lì dopo essere stati precedentemente sfrattati da un campo profughi nel 2012. Altri sgomberi sono verificati in Canaan nel 2014. In alcuni casi gli sgomberi forzati hanno comportato l’uso di lacrimogeni e colpi sparati in aria dalla polizia. Amnesty International ha anche registrato casi di bambini, donne incinte e persone anziane aggredite durante sgomberi forzati. Mentre il numero di sfratti forzati documentate dai campi di spostamento si è ridotto nel 2014 rispetto agli anni precedenti, il governo non riesce ancora a perseguire i responsabili di questi atti. Non è riuscito inoltre ad adottare una legislazione per vietare sgomberi forzati. Il programma di alloggi difficilmente può essere bollato come il successo. Una verifica nel 2013 ha scoperto che USAID aveva sottovalutato quanto sarebbe stato necessario per gli insediamenti, gonfiò il budget da 59 milioni dollari a 97 milioni dollari, mentre ha tagliato il suo obiettivo di 15.000 case a 2.649.

Sulla scia del disastro, i soldi e gli aiuti umanitari si riversarono nel paese. Alcuni sono andati per la creazione di programmi di sovvenzioni di affitto, che supportano gli sfollati di affittare un alloggio per un anno. Tuttavia, mentre questi programmi hanno ridotto in modo significativo il numero di campi di sfollati, non possono essere considerati come una soluzione durevole a lungo termine. Meno del 20% delle soluzioni abitative fornite potrebbe essere visto come a lungo termine, o sostenibile. Invece la maggior parte dei programmi hanno semplicemente fornito misure temporanee, per esempio la costruzione di T-shelter, che sono piccole strutture realizzate con materiali leggeri, progettati per durare solo tre a cinque anni.

La presenza internazionale dei caschi blu, già attiva dal colpo di stato che nel 2004 ha destituito il presidente Aristide, è stata prolungata fino alla fine del 2015, anche contro il parere del governo haitiano. I risultati, in alcuni casi indubbiamente positivi, della presenza dei corpi dell’ONU non deve però far dimenticare le tante ombre legate a diverse violenze denunciate e soprattutto alla questione del colera. Questa è forse l’aspetto più tragico mai registrato in un intervento umanitario. Oltre 80.000 persone sono state contagiate tra l’autunno del 2010 e il 2011 per un’epidemia di colera, malatia non presente sull’isola da oltre un secolo. Il pannel di quattro esperti nominati dall’ONU per indagare sull’origine dell’epidemia non parla di colpe dirette, ma di “una confluenza di circostanze”. Il focolaio è stato causato da “batteri introdotti in Haiti a seguito di attività umana, e più specificamente dalla contaminazione del fiume Artibonite con un ceppo patogeno del tipo South Asian Vibrio cholerae”, ovvero quello presente in Nepal. Il fiume in questione si trovava a valle dell’insediamento dei Cashi Blu nepalesi i cui sistemi fognari perdevano inquinando le acque usate dagli abitanti per lavarsi, lavare i vestiti e cucinare.

Alla fine del 2014, gli aiuti di governi, fondazioni, aziende e privati in risposta alla tragedia ha raggiunto quasi 10 miliardi dollari; con la promessa di almeno altri 6 miliardi dollari entro il 2020. Un recente rapporto del Dipartimento di Stato USA indica che un terzo dei fondi promessi per il recupero sono ancora da spendere. I più recenti dati delle Nazioni Unite dimostrano che il governo haitiano ha ricevuto dal 2012 solo 9,1 per cento dei fondi stanziati per la ricostruzione del proprio paese (582.300.000 $); mentre solo lo 0,6 % ha sostenuto ONG e imprese haitiane. In realtà, il maggior beneficiario degli aiuti terremoto di Haiti è il governo degli Stati Uniti, con USAID ricevendo contratti del valore di oltre 1 miliardo di dollari negli ultimi 5 anni. Questo è stato uno stimolo utile per le società di cooperazione di Washington ma non ha rafforzato l’occupazione ad Haiti, dove oltre il 60 % della popolazione vive ancora con meno di 1,25 dollari al giorno. Mentre non c’è dubbio che una parte della colpa per queste difficoltà può essere addebitato ai decisori haitiani, questi problemi sono stati rafforzati da un sistema di aiuto che opera attraverso regole inefficaci, procedure dispendiose e organizzazioni opache. I donatori citano i rischi di corruzione nell’incanalare denaro attraverso il governo haitiano, ma organismi di aiuto occidentali hanno raramente si sono dimostrati più efficaci o responsabile.

Poi c’è il caso preoccupante di Yele Haiti ONG fondata dall’ex cantante di Fugees il rapper haitiano Wyclef Jean, che ha preso in $ 16 milioni nel 2010 sfruttando la forza della sua immagine, e ha speso più di $ 4 milioni per le spese interne come stipendi, consulenti, viaggi, l’ufficio e le spese di magazzino .

La grande cooperazione italiana non è stata da meno. A fianco di progetti riusciti vi sono diversi casi alquanto deprecabili. Senza dove citare l’invio della portaerei Cavour voluta dall’allora Ministro La Russa che, a fronte di 10 giorni di lavoro ad Haiti, ha scelto di passare dal Brasile per promuovere gli armamenti italiani al governo sudamericano, al modico costo di 25.000 euro per ogni ora di navigazione, vale la pena ricordare i soldi destinati agli aiuti che le ONG hanno deciso di investire (e perdere) in borsa. Il consiglio direttivo di Agire (consorzio che raggruppa le 12 principali ONG di cooperazione internazionale italiane) ha deciso di affidare parte dei fondi raccolti con la campagna di SMS in attesa di erogazione a una società di intermediazione finanziaria che ha ringraziando facendo sparire 2 milioni di euro.

La situazione politica haitiana si appresta ad affrontare l’anniversario dei cinque anni del terremoto nel peggiore dei modi, con una crisi che vede opposto presidente, Martelly, ex cantante eletto dopo un contestatissimo processo elettorale, e il Senato. Proprio del 12 gennaio dovrebbe esserci lo scioglimento del Parlamento e un governo per decreti, situazione ai limiti dell’autoritarismo. L’opposizione ha annunciato giorni caldi di proteste per chiedere le dimissioni del presidente.

Sul lato sociale Haiti ha raggiunto il triste primato di “schiavi moderni”, classificandosi come secondo stato al mondo e primo nel continente. Secondo un recente rapporto circa il 2% della popolazione haitiana vive in situazione di schiavitù (approfondimento). Per non farsi mancare nulla, nel 2013 il Tribunale Costituzionale della Repubblica Dominicana, dove risiedono circa un milione di haitiani o discendenti da haitiani, ha emesso una sentenza che ha cancellato la cittadinanza dominicana a circa 200.000 persone creando una situazione di apolidia che il Governo sta cercando faticosamente di sanare.

In sintesi, la situazione è ancora molto brutta, anche se i riflettori su queste terre si accendono solo il 12 gennaio, per un paio di servizi sull’anniversario del sisma, qualche foto sulla (mancata) ricostruzione e poi il nulla per un altro anno.

Per chi volesse approfondire continuo a suggerire il libro che ho curato con Helga: “Haiti: l’isola che non c’era“, IBIS edizioni. Dateci un’occhiata.

Domenica mattina si è dimesso Laurent Lamothe, Primo ministro in carica dal 4 maggio 2012, si tratta del quarto premier (dopo Rouzier e Gousse che non hanno ottenuto la fiducia dal senato e Conille, accusato di possedere la doppia cittadinanza) dell’era Martelly.
Le dimissioni le Lamothe sono il culmine della crisi politica di cui vi avevo accennato esattamente 2 mesi fa dovuta allo scontro tra il presindente Martelly e sei senatori che rifiutano di votare la nuova legge elettorale proposta appunto dal presidente. Le dimissioni sono state richieste direttamente dal Presidente che avrebbe firmato un accordo con i partiti di opposizione per cercare di sbloccare la crisi istituzionale ed evitare di arrivare al 12 gennaio, quando scade il mandato del Parlamento, senza una legge condivisa. La scelta del prossimo premier, che potrebbe avvenire anche domani, dovrebbe indicare la direzione che Martelly vuole dare al confronto.

Le voci portano a pensare che l’incarico ricadrà su Jean Max Bellerive, co-presidente della Commissione interna per la Ricostruzione di Haiti (CIRH), stesso organo dove sedeva Lamothe prima di integrarsi al governo di Conille. Bellerive è stato primo ministro negli ultimi mesi della presidenza Preval (dal novembre 2009 al maggio 2011), quelli del terremoto di Port-au-Prince, e si era dimesso all’indomani dell’elezione di Martelly per permettergli di scegliere il proprio primo ministro.

Lamothe è stato molto vicino agli Stati Uniti e a Bill Clinton in particolare con cui ha co-presieduto il Consiglio di appoggio al presidente per lo sviluppo economico e l’investimento ad Haiti.

 

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Il 25 novembre 1960, sulla strada che collega Santiago con Puerto Plata, Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabl venivano rapite, insieme a Rufino de la Cruz, uccise e gettate in un dirupo per simulare un incidente stradale. Solo allora il tenente dell’esercito dominicano Peña Rivera informò il dittatore Trujillo: “Signore, missione compiuta”.

Murales dedicato alle Sorelle Mirabal a Salcedo

Minerva e Maria Teresa erano parte attiva del movimento di resistenza alla dittatura 14 de Junio, guidato proprio da Minerva e dal marito Manolo Tavarez Justo. Con i mariti, e con il marito di Patria, organizzavano la resistenza armanta e furono arrestate e giudicate colpevoli di sedizione nel maggio del 1960. Non era il primo arresto, già in precedenza le due donne si erano trovate nelle carceri dominicane dove erano state turturate e violate da uomini dei servizi segreti. Patria non partecipava direttamente alla lotta ma appoggiava gli sforzi delle sorelle e concedeva la sua casa per le riunioni del movimento, casa che fu incendiata dai sicari del dittatore.

Dopo l’arresto del maggio del 60, le due sorelle furono messe in libertà ad agosto e i mariti trasferiti dalla prigione di Salcedo, dove risedevano, a quella di Puerto Plata, ufficialmente per essere sottoposti ad interrogatori e a confronti con altri detenuti, ma in realtà per spingere le sorelle a percorrere le strade isolate di montagna per andarli a vedere. Il 25 novembre, nonostante il parere negativo di Dedè Mirabal, seconda sorella in ordine d’età, Patria, Minerva e Maria Teresa, che nel frattempo avevano ricominciato ad organizzare assemblee segrete del movimento 14 de junio usando sempre il loro nome in codice “MAriposas” (“Farfalle”), decisero di andare a Puerto Plata dove però li attendevano i sicari del dittatore.

L’odio di Trujillo per le sorelle, e per Minerva in particolare, non era legato solo alle sue attività clandestine ma al fatto che per ben tre volte Minerva aveva rifiutato in pubblico le sue avance. Trujillo, infatti, si comportava come padrone della nazione, e della vita di tutti i dominicani, con una particolare passione per avventure sessuali con giovani e giovanissime, fossero queste figlie di contadini o dell’alta borghesia o dei suoi ministri. L’affronto di Minerva, laureata in giurisprudenza a cui fu sempre impedito di esercitare per diretto ordine del dittatore, non fu mai perdonato da Trujillo.

Per queste ragioni, il 25 novembre è stato scelto come Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, perchè le sorelle subirono in vita, fino alla morte, quell’odio dell’uomo potente che non accetta il rifiuto e che odia molto di più quando a tenergli testa è una donna. Infatti, se fosse stato solo per un calcolo politico militare sarebbe stato molto più logico eliminare Manolo e gli altri capi della guerriglia e non le sorelle. Il dittatore volle dare un segnale ben preciso, non accettava un’insubordinazione da una donna. Quello che non calcolò è che l’omicidio delle sorelle Mirabal, con altri fattori interni ed esterni, fù uno dei fatti che accelerò la sua fine.

Nel corso di questi anni ho avuto modo di conoscere da vicino la storia delle sorelle, a partire da quegli incontri, dolci e delicati, con Dedé Mirabal, donna forte che ha cresciuto nell’amore i propri figli e quelli delle sorelle. Donna che è venuta a mancare il febbraio scorso. Oggi, tra poco, andrò all’atto di commemorazione dell’omicidio delle sorelle presso la casa museo dove vissero insieme, per proteggersi a vienda, gli ultimi mesi della loro vita.

Calamandrei, in una famosa frase diceva, “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.“, oggi andrò in pellegrinaggio in uno di quei posti segnato dalla violenza, al centro di una provincia che porta proprio il nome delle Sorelle Mirabal, a poche centinaia di metri dalla casa dove ora vivo, non per commemorare, ma per fare memoria viva e per raccogliere le energie e continuare nel lavoro che qui stiamo facendo, partendo proprio dal Centro di Attenzione alle Vittima di Violenza Domestica per il quale sto scrivendo un progetto di gestione di un fondo economico destinato alle donne maltrattate.

PS: per completare la storia, Manolo Justo Tavarez fu ucciso mentre combatteva nel 1963 contro l’invasione USA della Repubblica Dominicana che realizzò un golpe contro il governo eletto di Juan Bosh per favorire l’elezione di Joaquin Balaguer, già primo ministro di Trujillo

Pedro Veras mentre dipinge oggi un murales contro la violenza sulle donne durante l’atto alla Casa Museo

La RAI ha un bellissimo sito in cui si possono vedere le trasmissioni andate in onda, oltre che alle dirette e ai canali aggiuntivi.

Un sito molto utile per sfruttare il servizio pubblico anche al di fuori della normale tv. Peccato che la maggior parte dei contenuti non siano accessibili dall’estero!

raiOra, posso anche capire che la RAI non abbia i fondi per comprare i diritti d’autore per tutto il mondo (anche se nello specifico è la RAI a produrre il film), ma esiste un sistema semplice semplice per garantire a chi paga il canone, ma si trova momentaneamente all’estero, come nel mio caso, di poter vedere quello per cui sta pagando. Il sistema è fare il sito con accesso con LOGIN per chi sta all’estero, dove il LOGIN è legato proprio all’inserimento dei dati del pagamento del canone tv.

Cosa ci vuole? Pochi investimenti che permetterebbero ai milioni di italiani all’estero di avere un servizio molto migliore di quello promosso oggi dove la RAI propone soltanto un canale nei pacchetti di tv via cavo dei vari paesi, ovvero RAI Italia, dove, incurante dei fusi orari locali, vanno in onda solo programmi dell’ordine di “Varietà”, “Un posto al sole”, “Affari tupi”, “Made in sud” e “La prova del cuoco”… oppure, mandano Report alle 23.30 di notte…

Ecco, sono ben contento se si pagherà il canone con la bolletta elettrica, però vorrei che la RAI estendesse i servizi anche a noi che stiamo fuori dall’Italia.

 

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La fondazione The Walk Free ha redatto un importante documento, che invito a leggere per esteso (lo trovate qui), sulle moderne schiavitù nel mondo.

Guardandolo mi è subito saltato agli occhi il dato di un paese che conosco molto bene, ovvero Haiti. Questi si trova al terzo posto nella triste classifica mondiale sulle schiavitù dopo Mauritania e Uzbekistan per la percentuale di popolazione che vive in questo stato.

La fondazione definisce così le nuove schiavitù:

Modern slavery is a hidden crime. It takes many forms, and is known by many names: slavery, forced labour, or human trafficking. All forms involve one person depriving another person of their freedom: their freedom to leave one job for another, their freedom to leave one workplace for another, their freedom to control their own body. Modern slavery involves one person possessing or controlling a person in such as a way as to significantly deprive that person of their individual liberty, with the intention of exploiting that person through their use, management, profit, transfer or disposal.

In particolare vi sono tre ambiti:

  • il traffico di persone: Per mezzo di minaccia o l’uso della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, l’abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra persona
  • la schiavitù propriamente detta: Lo stato o la condizione di un individuo sul quale uno o tutti i poteri inerenti al diritto di proprietà sono esercitati.
  • il lavoro forzato: Tutto il lavoro o il servizio estorto a una persona sotto la minaccia di una punizione o per il quale detta persona non si sia offerta spontaneamente

Il dato di Haiti è impressionante, su una popolazione di 10 milioni di abitanti, oltre 230.000 sono considerati come schiavi moderni, cona percentuale del 2,3%. Per capire la gravità basta fare il raffronto con la vicina Repubblica Dominicana che avendo una popolazione pressochè uguale ha “solo” 18.000 schiavi, pari allo 0,18%. L’Italia ne conta 11,400 ma con una popolazione sei volte più grande (0,02%).

Il fenomeno che colpisce maggiormente Haiti è quello dei bambini restavék, ovvero  bambini di Haiti che vivono in una famiglia diversa dalla loro famiglia di origine. In genere provengono da famiglie povere delle zone rurali di Haiti, i genitori dei quali, non potendosi permettere di mantenerli, li mandano a lavorare presso famiglie residenti in città.  Vivono spesso un’effettiva condizione di schiavitù, vittime di abusi di ogni genere: devono dormire sul pavimento senza nessun tipo di materasso, solo con una stuoia; non possono andare a scuola o, al massimo, possono farlo la sera di riposo, stando sempre vicino al ‘padrone’, nel caso dovesse avere bisogno; sono sottoposti regolarmente a violenza fisica e sessuale. I restavék non sono autorizzati a parlare, se non quando devono rispondere ai padroni e la maggior parte di essi soffre di malnutrizione. Non hanno contatti con i genitori d’origine. La schiavitù dei restavék comincia dai 3-5 anni e ha una durata precisa: da una parte, i maschi restavék restano con la famiglia ospitante fino all’adolescenza, le femmine restano dalla famiglia ospitante fino alla gravidanza, per poi sperare di trovare un lavoro qualsiasi per sopravvivere da sole col bambino.

Bambini haitiani sono anche vulnerabili rispetto al traffico attraverso il confine con la Repubblica Dominicana dove si trovano a fare lavori domestici, il lavoro minorile e sfruttamento sessuale commerciale.  I bambini di strada, spesso in fuga o restavèks espulsi, sono vulnerabili nei confronti del crimine di strada o delle gangs.

Anche se i bambini costituiscono la maggioranza delle vittime della moderna schiavitù ad Haiti, sono state individuate anche vittime adulte in lavori forzati in agricoltura, nell’edilizia e nella prostituzione forzata all’interno di
Haiti, in Repubblica Dominicana, in altri paesi dei Caraibi, negli Stati Uniti, e in tutto il Sud America. Le donne che vivono nelle tendopoli degli sfollati, ancora esistenti quattro anni dopo il terremoto del gennaio 2010, sono vulnerabili allo sfruttamento sessuale a fini commerciali e ai lavori forzati.

Nel 2014, il governo di Haiti ha promulgato una nuova legge il traffico, che criminalizza il reclutamento, trasporto, il trasferimento o la ricezione di adulti e bambini, ma gli effetti sono molto deboli anche a causa delle poche risorse e della poca preparazione della polizia haitiana. Spesso la corruzione, l’ignoranza e la violenza interferiscono nei processi che dovrebbero aiutare a garantire i diritti dei più deboli.

Nonostante nel 1804 sia stato il primo paese americano ad abolire la schiavitù sembra che ad Haiti la strada da percorrere sia ancora molto lunga.

Per approfondire: Haiti: l’isola che non c’era, 2011, IBIS

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In Repubblica Dominicana è riscoppiata la febbre dell’ambra ed è tutto un fiorire di miniere artigianali più o meno profonde nelle montagne della cordigliera centrale vicino a Santiago de los Caballeros.

Ieri sono andato a vedere alcune di queste miniere. Lo scenario è da Vecchio West. Si lascia il veicolo a mezzo chilometro dal ruscello lungo il quale si snodano gli scavi delle miniere. A quelli “storici” delle persone che è tutta una vita che scavano alla ricerca della resina fossile, si sono uniti, negli ultimi mesi, nuovi scavi gestiti da persone che hanno lasciato i vecchi lavori, per lo più agricoli o saltuari, per dedicarsi all’ambra dopo che i prezzi di questa sono saliti alle stelle, anche per il crescente interesse dei cinesi. Dal 2012 ad oggi, i cercatori di ambra sono più che decuplicati, attirati da possibili guadagni stratosferici dopo che si sono verificati ritrovamenti importanti, come una pietra di ambra azzurra, la più pregiata, di 160 onze. I lavoratori si sono organizzati con sistemi vari, la maggior parte informali, dove ci si divide il lavoro tra chi scava, chi si occupa della logistica, chi della vendita etc… C’è già chi fa paragoni con la febbre dell’ora in California del 1848.

La Repubblica Dominicana è il quarto esportatore di ambra a livello mondiale, ma non esistono grande miniere e tutto è affidato a lavoratori che, più o meno in proprio, si incaricano della ricerca. La rete di acquisto è molto diffusa e la resina fossile passa per molte mani prima di arrivare all’estero. Questo comporta un prezzo pagato al minatore molto minore di quello che poi l’ambra avrà sul mercato mondiale. La struttura artigianale delle miniere, inoltre, fa si che queste siano scavate senza troppe conoscenze geologiche ma seguendo i filoni e il “piso”, ovvero grossi lastroni di roccia dura sopra e sotto i quali si trovano i giacimenti di carbone che contiene l’ambra.

Arrivando nella zona degli scavi si vedono subito i buchi lasciati dalla miniere non più attive. Una fila interminabile di bocche che danno verso il centro della montagna.

Addentrarsi in questi cunicoli mette davvero paura. Sono alti tra i 50 cm e il metro, solo alcuni si allargano in alcune zone fino ad arrivare al metro e mezzo. Naturalmente non vi è alcun sistema di illuminazione e tutto è affidato alla pila che ogni minatore si porta dietro. Non esistono misure di sicurezza, dalle più semplici come il casco, a quelle più complesse come i sistemi di sostegno ai tunnel. Nessuno usa protezioni alcune e molti dei minatori lavorano scalzi. Dentro ai tunnel alcuni passaggi vanno affrontati a carponi perchè la roccia è troppo dura per aprire varchi maggiori. Tutta la terra è trasportata all’esterno in sacchi e a mano, mentre l’acqua che spesso si trova scavando viene pompata fuori, o in altre parti del tunnel con piccole pompe artigianali.

L’entrata di questi cunicoli ti fa pensare più di una volta se entrare o meno. La visuale è nulla e non si ha idea di quanto possa continuare sotto la montagna che hai appena percorso per arrivare lì.

I  minatori sono generalmente di due tipi, o pagati alla giornata con un premio in caso di scoperta d’ambra, o in cooperativa dividendo oneri e benefici. Una parte della produzione settimanale è comunque destinata ad un piccolo fondo che copre il cibo, i costi della benzina per il trasporto e i generatori elettrici, l’affitto dei martelli pneumatici e l’acquisto di apparecchiature come i tubi e le pompe. Il fisso per un minatore può essere di circa 1.200 pesos alla settimana, circa 20 euro. Se la settimana è proficua ogni minatore in cooperativa può guadagnare tra i 5.000 e i 10.000 pesos (100-200 euro), se va male ci rimette i costi del funzionamento della struttura e del pagamento dei minatori salariati.

All’interno dei tunnel si trovano degli incroci con tunnel vecchi, scavati precedentemente. Quando accade si chiude il vecchi tutte con dei pali di legno e di gettano sopra le nuova macerie, creando una struttura alquanto debole e provvisoria. La Repubblica Dominicana è zona altamente sismica (ricorderete il terremoto che ha colpito Haiti nel 2010) e ogni piccola vibrazione potrebbe portare a crolli da un momento all’altro. Inoltre i buchi delle miniere stanno indebolendo molto la montagna e piccoli smottamenti potrebbero avvenire senza preavviso. L’ultima tragedia ha portato in giugno alla morte di un giovane di 27 anni.

La temperatura all’interno delle miniere varia da tunnel a tunnel, alcuni sono molto caldi, altri sono più freschi, ciò dipende dalla struttura geologica in cui sono scavati e dalla presenza o meno di acqua. Quello dell’acqua è un problema grande perchè quando piove molto, e qui molto spesso piove molto, i tunnel si allagano, sia perchè l’acqua entra dalla bocca sia perchè filtra dalla terra. E questo oltre che bloccare il lavoro per diversi giorni, fino a quando non si riesce a pompare fuori tutto il liquido, rende meno sicuri i tunnel e li ricopre di fango. Settimana scorsa le precipitazioni sono state abbondanti e molti minatori erano impegnati proprio a gestire il problema idrico per limitare al massimo le infiltrazioni. Il fondo del tunnel era coperto di fango scivoloso quando si riusciva a camminare accovacciati e molto scomodo nei passaggi più stretti.

Dopo che si è entrati nel tunnel l’oscurità di circonda. Il sole accecante dell’esterno lascia spazio al buio più completo. Con una lanterna con luce ultravioletta i minatori cercano i segni dell’ambra, che riluce se così stimolata, nei blocchi di carbone, passando con piccoli martelli le pareti e il fondo del tunnel. Se trovano qualche traccia le pietre vengono portate all’esterno dove sono setacciate, lavate e analizzate. A prima vista e ad un occhio ignorante come il mio, l’ambra così estratta appare in tutto e per tutto uguale a una roccia, se non fosse per il peso.

Dopo una trentina di metri sottoterra, avverto già la necessità di uscire. L’aria si fa pesante e il respiro difficile, o forse sono io che mi sto agitando. Mi giro verso l’entrata e esco fuori. Mentre loro continuano il lavoro per meno di 5 euro al giorno…

 

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Che Tribunale Costituzionale (TC) e Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) non si vedessero di buon occhio era noto da tempo, almeno dai tempi in cui il TC approvò la famigerata sentenza con cui rivedeva, retroattivamente, i criteri per il riconoscimento della cittadinanza dominicana, di fatto creando 250.000 senza patria, per lo più di ascendenza haitiana. Ma ora lo scontro è ai massimi livelli.

Ma andiamo con ordine.

La Corte interamericana dei diritti umani è un tribunale internazionale, a carattere regionale, volto alla tutela dei diritti umani. Istituita con la Convenzione americana dei diritti umani del 1969, la Corte è competente a conoscere dei ricorsi presentati dalla Commissione interamericana dei diritti umani e da individui contro gli Stati responsabili di violazioni dei diritti fondamentali. Gli Stati sottoposti alla giurisdizione della Corte sono solo gli Stati del continente americano che abbiano ratificato la Convenzione americana dei diritti umani, entrata in vigore il 18 luglio 1978.

Il 19 febbraio del 1999 l’allora presidente Leonel Fernandez ratifica la Convenzione e firma l’adesione della Repubblica Dominicana alla Corte.

Da allora uno dei principali temi sui quali la Corte è stata chiamata ad esprimersi è stato lo status di nazionalità dei discendenti di haitiani nati in Repubblica Dominicana. La vecchia costituzione dominicana prevedeva, infatti, lo ius soli, ovvero che tutti i nati nel paese fossero dominicani, con una sola eccezione, i figli nati da persone in transito. Questo è stato un punto molto dibattuto poichè lo Stato dominicano considerava come persone in transito tutti gli stranieri irregolari presenti, magari anche da 4 generazioni, nel paese. La Corte arrivò a definire norme precise di interpretazione di quella norma, a favore di un più largo riconoscimento del diritto di cittadinanza.

Nel 2002 vi fu un primo cambio della Costituzione dominicana che introdusse l’obbligo di ratifica del Parlamento per tutti i trattati internazionali. Nel 2004 fu approvata la nuova legge sull’immigrazione che poneva norme molto stringenti sul concetto di perone “in transito”. Successivamente, nel 2010 un nuovo cambio della Costituzione cancellò lo ius soli per introdurre il principio dello ius sanguinis, ovvero il riconoscimento della cittadinanza ai soli figli di dominicani.

L’anno scorso il Tribunale Costituzionale applicò retroattivamente, a partire dal 1929, il concetto di persone in transito del 2004, cancellando la cittadinanza di circa 250.000 cittadini dominicani nati da genitori stranieri. Questa estate il Presidente Danilo Medina presentò al Congresso, e ottenne l’immediata approvazione, una legge di naturalizzazione che permetteva a tutte le persone in grado di dimostrare (anche tramite testimonianze) che erano nate in Repubblica Dominicana l’ottenimento della cittadinanza. La norma è decisamente inclusiva anche se diverse ONG l’hanno criticata perchè non riconosce un diritto ma pone le persone all’interno di un percorso, a volte, poco chiaro e trasparente, oltre che costoso.

Pochi giorni fa la CIDH ha condannato la Repubblica Dominicana per espulsioni massicce e indiscriminate di dominicani di ascendenza haitiana effettuate tra il 1999 e il 2000.  Inoltre si è espressa chiedendo allo stato dominicano di fare di più, ovvero di operare per rendere totalmente inefficace la sentenza del TC.

Nel dettaglio, secondo la CIDH, il GOverno dominicano deve:

Adoptar las medidas de derecho interno necesarias para evitar que la sentencia del Tribunal Constitucional TC/0168/13 emitida el 23 de septiembre de 2013 y lo dispuesto por los artículos 6, 8 y 11 de la Ley No. 169-14 emitida el 23 de mayo de 2014, continúen produciendo efectos jurídicos;

Adoptar las medidas necesarias para dejar sin efecto toda norma de cualquier naturaleza, sea ésta constitucional, legal, reglamentaria, administrativa, o cualquier práctica, o decisión, o interpretación, que establezca o tenga por efecto que la estancia irregular de los padres extranjeros motive la negación de la nacionalidad dominicana a las niñas y niños nacidos en el territorio de República Dominicana;

Adoptar las medidas legislativas, inclusive, si fuera necesario, constitucionales, administrativas y de cualquier otra índole que sean necesarias para regular un procedimiento de inscripción de nacimiento que debe ser accesible y sencillo, de modo de asegurar que todas las personas nacidas en su territorio puedan ser inscritas inmediatamente después de su nacimiento independientemente de su ascendencia u origen y de la situación migratoria de sus padres,

Il governo rifiutò la sentenza ma ha concesso un ampliamento del tempo nel quale si possono presentare le domande di naturalizzazione.

Ieri, abbastanza all’improvviso, è arrivata una nuova sentenza del TC. Questi, accogliendo un ricorso presentato nel 2005, ha decretato che l’adesione della Repubblica Dominicana alla CIDH (del 1999) avrebbe dovuto passare per il Parlamento e non per la firma del presidente, così come prevede la Costituzione del 2002…

Inutile sottolineare come la decisione sia alquanto strumentale (applicare una procedure prevista nel 2002 a un trattato firmato nel 1999 è alquanto assurdo) e sia chiaramente all’interno dei rapporti duri che intercorrono tra TC e CIDH. In teoria non dovrebbero esserci problemi nell’approvazione parlamentare del trattato poichè il partito di Leonel, il presidente che firmò nel 1999, controlla la maggioranza del parlamento e esprime ancora il presidente, Danilo, che si è mostrato disponibile al dialogo sulla questione haitiana. Inoltre l’ex presidente Hipolito (2000-2004) leader del principale partito di opposizione ha già criticato la sentenza del TC. Ma nulla deve essere dato per scontato perchè, soprattutto nei mezzi di comunicazione, la strumentalizzazione della questione haitiana è altissima e qualche politico potrebbe decidere di cavalcarla in chiave elettorale.

Aggiornamento: come previsto ecco le prime dichiarazioni di tre senatori che annunciano un voto contrario in una eventuale votazione per una nuova adesione della Repubblica Dominicana alla Corte Interamericana dei Diritti Umani

Haiti non sembra aver pace. Con tre anni di ritardo ad ottobre si sarebbero dovute celebrare le elezioni legislative per due terzi del Senato (20 senatori), tutta la Camera e varie figure locali. Parlo al passato perchè nonostante la data prevista sia il 26 ottobre, non esiste alcun segno di campagna elettorale. Il problema è che il Presidente Michel Martelly, che non ha la maggioranza in Parlamento dopo le controverse elezioni del 2011, punta a cambiare la legge elettorale. Diversi senatori si stanno però opponendo a questo cambio e le riunioni con i partiti dell’opposizione stanno continuamente saltando.

Il primo ministro Laurent Lamothe ha dichiarato che se la situazione non si sblocca il 12 gennaio 2015 verrà sciolto il Parlamento e il Presidente continuerà a governare per decreto fino alla convocazione delle elezioni, a questo punto con la legge elettorale cara al presidente stesso. La situazione è calda perchè alcuni settori della società, tra cui la Chiesa e il partito dell’ex presidente Aristide (cacciato con un colpo di stato nel 2004), denunciato la deriva autoritaria. Inoltre vi è una contestazione rispetto alla data del 12 gennaio, infatti la costituzione prevede un mandato di 6 anni per i parlamentari, ma nel 2009 la proclamazione degli stessi avvenne a settembre e non a gennaio, i sei anni, quindi scadrebbero il prossimo autunno, e questa è l’interpretazione del Presidente del Senato.

La tappa intermedia potrebbero essere le elezioni municipali convocate per il 28 divembre.

Se la situazione non dovesse migliorare ci si può aspettare che nel prossimo futuro nuovi disordini di carattere politico possano sconvolgere il paese che non sta certo in buona salute non essendosi mai ripreso dal terremoto del 2010. Questa incertezza ha spinto l’ONU a rinnovare oggi per un altro anno la missione MINUSTAH nonostante il parere contrario dello stesso governo haitiano. I caschi blu presenti sono però dimezzti passando da 5.100 a 2.400, crescono i poliziotti che saranno 2.600.

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Ricordate la notizia dello scorso maggio? Ritrovato il relitto della Santa Maria di Cristoforo Colombo.

La cosa mi è sembrata subito strana perchè la nave, affondata nei pressi di Haiti, era stata completamente smantellata per costruire il Fuerte Navidad, il primo insediamento lasciato dagli spagnoli in terra americana. Cannoni, legna, risorse e tutto quello che era possibile asportare era stato asportato e il resto è rimasto alla portata di chiumque perchè la secca su cui la nave si era arenata non era molto profonda.

Ma la notizia era troppo ghiotta per i giornali italiani per non lanciarla in prima pagina. Una settimana fa è arrivato il responso degli esperti dell’UNESCO, chiamati dal governo haitiano per fare chiarezza:

La barca non è la Santa Maria ma una nave molto più nuova, infatti, la tecnica di costruzione che fa risalire questa nave alla fine del XVII o al XVIII secolo e non al XV o XVI secolo.

Nei giornali difficile trovare la notizia della sconferma. Intanto sarebbe anche stata una buona occasione per ricordare che le caravelle di Colombo erano due e non tre, la Niña e la Pinta, la Santa Maria, infatti, era una caracca.

E c’è chi ha fatto di meglio, confondendo Haiti con le Bahamas

santa

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Il presidente di Haiti saluta l’ex dittatore Duvalier. Dopo la sua morte Martelly ha twittato “Nonostante i nostri litigi e le nostre differenze, saluto la partenza di un vero e proprio figlio di Haiti.”

Sabato scorso è morto a 63 anni a Port au Prince l’ex dittatore haitiani Jean-Claude Duvalier, detto “Baby Doc”.

Per chi non avesse letto “Haiti: l’isola che non c’era“, ecco un breve ripasso di storia haitiana.

L’ex dittatore, ereditato il potere nel 1971 da suo padre, François Duvalier, a 19 anni e si dichiarò Presidente a vita prima di essere spodestato nel 1986 da una rivolta popolare sostenuta anche dalla comunità internazionale.
Come suo padre “Papa Doc”, “Baby Doc” ha esercitato il potere con pugno di ferro nel paese, mettendo a tacere l’opposizione e arrestando e eliminando i dissidenti, supportato milizia paramilitare chiamato “Tonton Macoute”. Si stima che circa 30.000 persone sono state uccise durante l’era Duvalier. Nel 1980, il suo matrimonio a Parigi costò 3 milioni di dollari, tuttora il più caro mai realizzato al mondo. Sotto il suo governo Haiti divenne l’epicentro di diffusione dell’AIDS e del traffico di cocaina.
Anche se il governo francese ha rifiutato ufficialmente ad accettarli, i Duvalier si stabilirono in esilio in Costa Azzurra. Secondo la rivista Time, Baby Doc ha passato il tempo alla guida della sua Ferrari rossa avanti e indietro da Cannes.
Dopo un esilio volontario di 25 anni in Francia, ‘Baby Doc’ ha scelto il primo anniversario del devastante terremoto del 2010 per tornare ad Haiti come semplice cittadino. “Sono venuto per aiutare“, ha detto al suo arrivo a Port-au-Prince il 16 gennaio 2011. In quel periodo ci si trovava tra il primo e il secondo turno delle elezioni presidenziali, il candidato del presidente uscente Celestin era accusato di brogli elettorali e Duvalier, si dice, fece molta pressione per la sua esclusione dal ballottaggio, cosa che avvenne e permise a Martelly di correre per la presidenza e vincere. Da allora Duvalier non ha ricoperto incarichi ufficiali ma la vicinanza dell’attuale governo haitiano e del presidente Martelly con Duvalier non è mai stata troppo nascosta. Lo stesso presidente, affermato cantante di kompa, si era esibito per Duvalier prima della fine della dittatura. Negli ultimi anni si erano vista aggirarsi per la capitale haitiana gruppi armati che richiamavano nei modi e nei vestiti i terribili “Tonton Macoute”.

L’influenza su Haiti dei Duvalier non si esaurisce però nella figura di Baby Doc, infatti molte figure di rilievo della dittatura ricoprono ora ruoli di importanza strategica dell’economia del paese caraibico. Un esempio su tutti il rappresentante Monsanto ad Haiti è Jean-Robert Estimé, che è stato Ministro degli Esteri sotto la dittatura della famiglia Duvalier, che è durata 29 anni.

La beffa per il popolo haitiano è che il Presidente Martelly ha dichiarato che i funerali di Duvalier saranno funerali di stato in quanto si tratta di un ex-presidente. Si cancellano così, non solo le violenze, gli omicidi e tutte le violazioni dei diritti umani perpetrati durante la dittatura, ma anche il furto che Baby Doc realizzò contro il suo stesso stato al momento di lasciare il potere. Jean-Claude Duvalier aveva messo al sicuro in svizzera i proventi della sua gestione del potere: 6,2 milioni di dollari! Haiti è uno dei cinque paesi più poveri al mondo, quella quantità di soldi equivaleva a 5 anni di Prodotto Interno Lordo dell’intera nazione.  Ad oggi, nonostante nel 2011 sia stata approvata in Svizzera la cosiddetta legge Duvalier, quei soldi non sono tornati ad Haiti poichè, reintrando nel paese ha aggirato le nuove norme svizzere che si riferiscono solo a leader in esilio dai loro paesi.

La morte di Duvalier mette fine alle centinaia di cause legali intentate da familiari delle vittime e da organizzazioni per i diritti umani. Senza che giustizia sia stata fatta.

L’unica reazione straniera registrata è quella del Dipartimento di Stato USA che ha dichiarato:

The United States notes the death on October 4th of former Haitian president and extend condolences to his family.

Aggiornamento dell’8 ottobre
Il Governo haitiano, secondo TeleSur, ha cancellato i funerali di stato dopo le proteste delle vittime della dittatura. Fonte.

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L’ex nunzio Jozef Wesolowski, sotto inchiesta per pedofilia, e già condannato allo stato laicale, è stato arrestato oggi in Vaticano. L’alto prelato è accusato di abusi sessuali nei confronti di minori effettuati mentre era presente in Repubblica Dominicana, ma, essendo rappresentate diplomatico, lo stato dominicano non aveva mai potuto procedere con la richiesta d’arresto e il mandato internazionale firmato da un giudice era stato ritenuto nullo.

A giugno si era concluso il primo grado di processo canonico presso l’ex Sant’Uffizio con una condanna alla dimissione dallo stato clericale. Ma il prelato era libero di circolare per le strade di Roma e per l’Italia. Papa Francesco aveva comunicato che si sarebbero prese misure restrittive della libertà del prelato ma fino ad oggi non era chiaro quali fossero. Jozef Wesolowski è stato arrestato dagli agenti della Gendarmeria vaticana, e si troverebbe nelle carceri vaticane.

Il Nunzio era stato nominato per la Repubblica Dominicana, Porto Rico, Haiti, da papa Benedetto XVI nel 2008. La sua destituzione un anno fa, in pieno periodo estivo, aveva destato sospetti, poi svelati da un’inchiesta giornalistica dominicana. Secondo la giornalista Nuria Piera almeno in un’occasione, il nunzio apostolico si sarebbe appartato in una stanza di hotel con diversi ragazzi, mentre nella stanza accanto un altro prete polacco, ora fuggito in Polonia, faceva altrettanto.