7 minuti di emozioni per il mio primo intervento in Consiglio Comunale, ieri, dopo 25 anni di politica “in strada”.Ho voluto ricordare che ieri era il 14 luglio che vuol dire almeno 3 date storiche (si, oltre alla presa della Bastiglia e alla morte di Lady Oscar, certo):

1933 messa al bando in Germania di tutti i partiti diversi da quello nazista

1948 attentato a Palmiro Togliatti

2016 attentato a Nizza.

Tre date che ci fanno pensare all’importanza delle opposizioni, al rischi personale di chi fa politica e alla necessità di mantenere sempre uno sguardo accogliente verso il mondo. Tre cose che ho visto agli albori del mio interesse politico in Angelo Spinelli, persona a cui è dedicata la sala consiliare.

Ho voluto anche ringraziare Ermanno Zacchetti per le deleghe conferite a Daniele Restelli e Debora Comito, assessori di Cernusco Possibile, perchè permettono di tenere insieme ecologia e impegno sociale (ho citato il sindacalista brasiliano Chico Mendes che per queste battaglie ha perso la vita).

Ho chiuso poi con l’auspicio di saper costruire ponti (come diceva e praticava Alexander Langer) e mantenere aperta l’immaginazione politica sul possibile (come invita a fare Giuseppe Civati).La buona politica è possibile.

Con emozione, ci proveremo.

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Male, anzi malissimo.

12 anni fa un violento terremoto colpiva la capitale di Haiti, Port-au-Prince provocando uno dei disastri più mortiferi di sempre: più di 316.000 persone sono morte, secondo il governo haitiano, a causa del sisma e del ritardo nei soccorsi. Più di un milione e trecentomila persone sono rimaste senza casa, moltissimi di loro sono state spostate in tendopoli gestite dalle organizzazioni internazionali, anche a diverse decine di chilometri da casa loro. Nei giorni e mesi successivi al terremoto sono arrivati ad Haiti tantissimi soldi, più di 7 miliardi e mezzo di dollari.

Cosa è successo dopo?

Nel libro Haiti: il terremoto senza fine (edito da People) abbiamo raccontato come l’intervento internazionale, escludendo il popolo haitiano dalla gestione delle risorse economiche, sia stato, in molti casi, un fallimento. Ricordiamo gli scandali legati alla Croce Rossa statunitense, alle fondazioni private, alla cooperazione italiana e al colore che fu portato sull’isola dai Caschi Blu e che ha provocato oltre 10.000 morti.

Il paese non si è ripreso, la cooperazione internazionale, dopo i primi anni, è tornata ad ignorare Haiti mentre la politica internazionale era più preoccupata a evitare che gli haitiani emigrassero, praticando rimpatri forzati e respingimenti, piuttosto che aiutare una debole classe politica a crescere e a consolidare la fragile democrazia.

L’ultimo anno ad Haiti è stato un disastro sotto ogni punto di vista.

A febbraio il presidente Jovenel Moïse, in carica dal 2017 e che da oltre un anno stava governando per decreto senza un parlamento (a gennaio 2020 erano infatti decaduti i deputati e 2/3 dei senatori) rifiuta di cedere il potere, come chiedono le opposizioni, e si avventura in una riforma della Costituzione da molti vista come una svolta autoritaria. Proprio il 7 febbraio, il giorno della fine del mandato, fece arrestare un giudice della Corte di Cassazione, Ivickel Dabrésil, accusandolo di tentato golpe e di alto tradimento.

Le opposizioni identificarono il giudice della Corte Suprema Joseph Mecene Jean Louis come presidente provvisorio, senza però ottenere nessun risultato concreto se non il dispiegamento dell’esercito davanti alla Corte di Cassazione e l’avvio di una stagione di violente proteste di piazza.

Nella vicina Repubblica Dominicana intanto il presidente Abinader da il via alla costruzione di un muro che, nelle intenzioni, dovrebbe percorrere tutta la frontiera tra i due paesi e ridurre il numero di haitiani che ogni giorno attraversano la frontiera.

Lentamente Haiti scivola verso l’anarchia con le bande armate che si dividono il territorio e avviano una stagione di sequestri sempre più spregiudicati e numerosi.

A metà marzo la polizia haitiana tenta quella che sarà l’ultima operazione contro una delle gang del paese entrando nella baraccopoli Village de Dieu, a Port-au-Prince. Si tratta di un fallimento completo: 4 agenti vengono uccisi, e i loro corpi bruciati e mai restituiti, 8 vengono feriti. La banda guidata da “Izo” si impadronisce di armi e munizioni e anche un veicolo blindato.

Ad aprile, l’onda dei sequestri cresce ancora fino ad arrivare al rapimento in diretta tv di un pastore evangelico che stava celebrando la messa del giovedì santo in uno studio televisivo. Uomini armati entrano e, mentre la ragazza prova a continuare a cantare, bloccano la cerimonia e li portano via. Pochi giorni prima la nazionale di calcio del Belize era stata fermata mentre si recava in albergo e rilasciata solo dopo una lunga mediazione.

Vengono cancellate, ufficialmente per covid, le elezioni di aprile che avrebbero dovuto eleggere sindaci e parlamentari e il referendum sulla nuova Costituzione incaricata da Jovenel Moïse a un gruppo di saggi ma che non viene mai presentata nella versione definitiva.

Il 6 luglio il presidente Jovenel Moïse decide di cambiare il primo ministro, l’ottavo dall’inizio della sua gestione, il quattordicesimo dal terremoto del 2010. Nella notte tra la nomina e il giuramento viene però assassinato nella sua casa da un commando armato guidato da mercenari colombiani che saranno poi arrestati nei giorni successivi.

Due settimane dopo l’omicidio, su pressione degli Stati Uniti, avviene l’avvicendamento tra il primo ministro uscente Claude Joseph, che inizialmente non sembrava intenzionato a lasciare l’incarico e il nuovo primo ministro Ariel Henry che, di fatto, assume anche i poteri di presidente.

Claude Joseph rimarrà come Ministro degli Esteri del nuovo governo fino a quando non verrà estromesso, insieme al Ministro della Giustizia e inizierà ad accusare Ariel Henry si esser parte del complotto che ha portato all’uccisione del presidente, tesi sostenuta anche dalla vedova di Moïse che, ferita nell’agguato, è riuscita a salvarsi facendosi passare per morta.

Solo dopo l’uccisione del presidente arrivano ad Haiti i primi vaccini contro il covid, donati dagli Stati Uniti.

Il presidente Jovenel Moïse con la moglie

A metà agosto, nel mezzo di questa crisi istituzionale, il sud di Haiti è stato colpito da uno sciame sismico che ha lasciato dietro di se più di 2.250 morti e 80.000 case distrutte. Per raggiungere la zona, però, si deve attraversare, dalla capitale, un’area sotto il diretto controllo di una delle più feroci bande armate che ha bloccato gli aiuti per una settimane fino a quando non si è arrivati ad un accordo.

Nei giorni successivi al sisma, come se non bastasse, si registra anche il passaggio della tormenta tropicale Grace blocca le ricerca e complica molto la situazione.

A settembre scoppia uno dei casi migratori più eclatanti degli ultimi anni per gli Stati Uniti: al confine tra Messico e Texas, nelle vicinanze della città Rio Grande iniziano ad arrivare grandi gruppi di migranti, in grande maggioranza haitiani, con l’intento di entrare negli Stati Uniti. In pochi giorni si arriva a 15.000 persone che si accampano sotto un cavalcavia chiedendo asilo politico. La risposta delle autorità è terribile, viene costruito un muro d’acciaio, con le voltanti della polizia lungo tutto l’argine del fiume, la polizia a cavallo texana insegue i migranti con le fruste in mano, il governo federale inizia a rimpatriare verso Haiti migliaia di persone.

Esattamente due mesi dopo la sua nomina, Dan Foote rassegna le sue dimissioni da inviato speciale degli Stati Uniti ad Haiti, citando una politica statunitense “profondamente imperfetta” nei confronti della nazione che include un intervento politico continuo e la decisione dell’amministrazione di aumentare le deportazioni.

Ad ottobre vengono rapiti 17 missionari americani e canadesi che rimarranno nelle mani delle bande per oltre due mesi. Alla fine dell’anno si registreranno più di 1.000 rapimenti ad Haiti. Il paese non toccava livelli simili dal 2005, quando ci furono 760 sequestri. Quei rapimenti si erano verificati sullo sfondo delle violenze e dei disordini politici successivi alla deposizione del presidente Jean-Bertrand Aristide nel 2004.

In Repubblica Dominicana si intensificano le misure contro l’immigrazione e vengono colpite anche le donne haitiane che si recano negli ospedali per partorire. Mentre vengono cancellate le elezioni di novembre (che avrebbero dovuto dare il via anche alle presidenziali) e rinviate a data da definirsi. L’opposizione chiede che venga instituito un governo transitorio di due anni con il coinvolgimento di tutte le forze politiche. Richiesta non presa in considerazione.

A dicembre un grave incidente provoca oltre 90 morti a Cap-Haitien: un’autocisterna si trovava nel quartiere di La Fossette e stava cercando, probabilmente, di evitare di urtare una moto e si è ribaltata. Dopo l’incidente, i curiosi si sono recati sul posto e hanno iniziato a raccogliere il carburante in secchi e contenitori quando si è registrata una forte esplosione.

Quella che potrebbe essere una tragedia legata al caso è, in realtà, diretta conseguenza della situazione che Haiti sta vivendo negli ultimi mesi. Il paese è in mano a bande armate che hanno anche aggravato la crisi del carburante in corso, bloccando l’accesso delle navi cisterna ai due porti della capitale dove vengono effettuate le consegne. Nei mesi precedenti i principali ospedali del paese, che riescono a garantire la continuità elettrica solo grazie a dei generatori diesel, sono rimasti per giorni senza combustibile, situazione che ha portato alla morte di diversi pazienti. A inizio dicembre il governo haitiano ha annunciato un aumento del prezzo della benzina e di altri derivati ??del petrolio. Tutti questi fattori hanno trasformato la benzina in un bene raro e prezioso che ha spinto gli abitanti di Cap-Haitiene a cercare di appropriarsene dopo l’incidente all’autocisterna.

Il quotidiano statunitense The New York Times in un’inchiesta condotta per sette mesi ad Haiti intervistando più di settanta persone e viaggiando in gran parte dell’isola rivela che il presidente haitiano Jovenel Moïse, poco prima di essere assassinato, stava lavorando a una lista da presentare al governo degli Stati Uniti con i nomi di importanti politici e imprenditori coinvolti nel traffico di droga ad Haiti. Secondo alcuni funzionari e alti consiglieri haitiani incaricati della stesura di questo documento, il presidente avrebbe ordinato di non risparmiare nessuno, neanche i politici che lo avevano aiutato ad arrivare al potere.

I grandi giornali statunitensi, New York Times, Washington Post e Miami Gerald, a fine dicembre hanno ospitato dei redazionali dove si chiede che le Nazioni Unite tornino ad Haiti e prendano il controllo del paese, anche dal punto di vista militare, per garantire un periodo di transizione e stabilizzazione.

Una precedente missione ONU era cominciata nel 2004, dopo il colpo di stato contro Aristide e si era convlusa, con pochi successi, nel 2017, lasciando il posto a missioni sempre più ridotte nel contingente e nei fondi.

Il primo gennaio 2022 il primo ministro Ariel Henry è uscito illeso da un attentato all’uscita dalle celebrazioni per l’indipendenza di Haiti. Nella sparatoria è rimasta uccisa una persona. Il 5 gennaio, invece, due giornalisti haitiani sono stati assassinati da una gang attiva in un’area alla periferia della capitale di Haiti, Port-au-Prince. Le due vittime avevano appena realizzato un’intervista a un boss della criminalità locale conosciuto con il soprannome di ‘Ti Makak’. Un terzo giornalista si è salvato quando un’altra banda criminale rivale è giunta sul posto e ha aperto il fuoco.

In questo anno l’unica notizia positiva è la decisione dell’UNESCO di dichiarare patrimonio dell’umanità la zuppa joumou, una pietanza simbolo della liberazione degli schiavi ai quali era proibito il consumo a tavola quando il paese era colonia francese e simbolo dell’independenza conquistata nel 1804.

Ad Haiti le persone sono allo stremo, crisi energetica, pandemia senza alcun controllo (che non provoca tante vittime solo per l’età media molto giovane degli haitiani), crisi economica, crisi delle rimesse da parte di chi vive all’estero, violenza estrema, instabilità politica, paesi vicini che cercano di limitare gli accessi, rapimenti e disastri ambientali non lasciano prevedere un futuro migliore nel breve periodo.

Traduco integralmente l’articolo pubblicato il 18 dicembre dalla CNN sulle condizioni di detenzione delle persone accusate di aver ucciso il presidente di Haiti Moise: https://edition.cnn.com/2021/12/18/americas/haiti-assassination-colombian-prisoners-exclusive-intl-cmd/index.html

L’odore di liquami e rifiuti alimentari permea l’aria all’ingresso del Penitenziario Nazionale di Haiti nel centro di Port-au-Prince.
La sua fonte è il tubo esposto su cui i visitatori devono camminare mentre una miscela liquida scivola attraverso la strada.Segue una perquisizione anche delle nostre teste da parte delle tranquille guardie di sicurezza e poi una grande porta di metallo si apre, rivelando un cortile dall’altra parte.

In questa esclusiva mondiale, la CNN è venuta in prigione sperando di parlare con un certo gruppo di detenuti che il governo si è rifiutato di mettere a disposizione fino ad ora: alcuni dei 26 colombiani e due haitiani-americani che secondo gli investigatori sono entrati nella camera da letto del presidente haitiano Jovenel Moise in nelle prime ore del mattino del 7 luglio e lo uccise sotto una raffica di colpi di arma da fuoco.

Le autorità haitiane chiamano questi uomini assassini. Si definiscono innocenti.”Siamo stati utili idioti per qualcun altro”, ci ha detto uno degli uomini. “Ma non abbiamo commesso questo crimine.” Più di cinque mesi di detenzione dopo quella notte mortale, gli uomini non sono stati formalmente accusati.

Alla CNN è stato permesso di entrare nel penitenziario dopo mesi di trattative, solo con carta e penna, e gli è stato detto di aspettare in una capanna di legno nel cortile della prigione. Venti minuti dopo, cinque uomini colombiani che chiaramente non si aspettavano la nostra visita si sono avvicinati a noi in pantaloncini, magliette e sandali blu scuro in stile coccodrillo, con un aspetto magro e malsano.

In un’intervista esclusiva, questi cinque sono i primi e unici sospettati nel caso di omicidio a parlare pubblicamente. Hanno acconsentito a farlo solo se la loro identità fosse stata trattenuta, temendo per la loro sicurezza e quella delle loro famiglie.

Il loro messaggio è stato coerente nel corso di un’ora di conversazione nel loro spagnolo nativo: sono innocenti, sono stati torturati e sono stati incastrati.

Paura di parlare

Tutti e cinque gli uomini hanno affermato di essere arrivati ??ad Haiti a giugno, circa un mese prima dell’assassinio che avrebbe sconvolto le loro vite e gettato nel caos il panorama politico del paese.

Tutti gli ex soldati colombiani, hanno detto alla CNN di essere stati assunti come sicurezza privata da una società chiamata CTU.

Promessi 2.700-3.000 dollari al mese, hanno accettato il lavoro. Secondo i cinque uomini con cui la CNN ha parlato e le mogli di molti altri, non sono mai stati pagati un centesimo.

Il CTU non ha risposto alle precedenti richieste di commento della CNN e non è chiaro se la società esista ancora.”Ci è stato detto che avremmo garantito la sicurezza a un candidato presidenziale di Haiti”, ha detto uno degli uomini. “Non avevamo idea di cosa sarebbe successo”.

Ad Haiti, facevano parte di un gruppo di oltre due dozzine di colombiani che vivevano e lavoravano insieme in un complesso nella capitale Port-au-Prince, non molto lontano da dove viveva l’allora presidente Moise.

Nel cuore della notte del 7 luglio, questo gruppo è stato caricato in un convoglio che avrebbe risalito Pelerin Road fino al complesso presidenziale.

Il presidente sarebbe stato colpito a morte poco dopo. Anche sua moglie, la First Lady Martine Moise, è rimasta gravemente ferita negli spari.

La CNN ha chiesto ripetutamente ai cinque prigionieri maggiori dettagli sull’assassinio, compreso quello che è successo durante l’assassinio, chi c’era dietro, quale fosse il loro coinvolgimento individuale in particolare e cosa hanno fatto nelle ore successive all’omicidio.

Hanno insistito sul fatto di non essere responsabili della morte del presidente, ma hanno rifiutato di rispondere a ulteriori domande o di entrare nei dettagli su quella mattina fatale per due ragioni comuni: in primo luogo, che nessuno attualmente ha una rappresentanza legale e in secondo luogo, che temono per la propria vita.”Siamo bloccati in questa prigione”, ha detto un uomo. “Dobbiamo restare qui. Urlerò ad alta voce tutto ciò che so quando potrò andarmene da qui, ma mentre siamo qui, siamo terrorizzati dalle rappresaglie”.

“Ho paura per quello che potrebbero fare a me, ma anche per quello che potrebbero fare alla mia famiglia [in Colombia]”, ha detto un altro uomo.

“Ci hanno picchiato tutti”

Qualche tempo dopo che Moise è stato assassinato nelle prime ore del mattino, i cinque uomini intervistati dalla CNN sono partiti con lo stesso convoglio. I loro veicoli sono stati ripresi dal video del telefono cellulare girato da diversi locali della zona.

Ma non sono arrivati ??molto lontano prima di essere bloccati dalle forze di sicurezza haitiane, hanno detto. Costretti a lasciare le loro auto, si sono rifugiati in un vicino edificio vuoto. Ore dopo, sono fuggiti dal retro dell’edificio e su una ripida collina, dirigendosi verso l’ambasciata di Taiwan.Secondo il ministero degli Esteri di Taiwan e una fonte delle forze di sicurezza haitiane, il gruppo di colombiani si è fatto strada all’interno, legando due guardie nel processo. Ma le forze dell’ordine haitiane li hanno rintracciati e si sono costituiti.

Una volta in custodia, sono iniziati i pestaggi, affermano i prigionieri.Uno dei colombiani è stato accoltellato più volte dalla polizia haitiana mentre molti altri sono stati colpiti con una pistola alla testa, hanno detto. Altri sono stati picchiati, con uno attaccato così brutalmente che il suo volto sarebbe stato sfigurato dai colpi, hanno raccontato alla CNN.Gli uomini hanno detto che prima di essere trasferiti al famigerato penitenziario nazionale, sono stati trattenuti in un luogo segreto per più di tre settimane.”Ci hanno tenuti da qualche altra parte per 25 giorni, ammanettati a coppie. Siamo andati in bagno sul pavimento”, ha detto un prigioniero.Gli uomini hanno detto che le percosse sono state continue e brutali e che temevano per la sicurezza delle loro famiglie a casa in Colombia.”Sai quanto è difficile quando ti mostrano una foto della tua famiglia su un cellulare?”, ha chiesto un uomo, con le lacrime agli occhi. “Dovevamo fare quello che dicevano”.

E quello che è stato loro chiesto di fare, ha detto ogni uomo, è stato firmare con i loro nomi dichiarazioni ufficiali che non hanno rilasciato e che sono state scritte in una lingua che non potevano leggere.

“Ero seduto in silenzio, senza dire una parola e l’ufficiale stava scrivendo la mia dichiarazione per me”, ha detto un uomo. “Continuava a guardarmi e a scrivere di più anche se non avevo detto nulla. Stavano scrivendo e noi stavamo zitti”.Ha poi firmato un nome su un documento scritto in francese, una lingua che non riusciva a capire, ha detto.

Tutti e cinque gli uomini hanno affermato di essere stati costretti a firmare dichiarazioni sotto costrizione.”Le vere persone responsabili di questo sono fuori dalla prigione e noi siamo bloccati qui. Siamo stati ingannati, incastrati e truffati”, ha detto un uomo.

La polizia nazionale di Haiti non ha risposto alla richiesta di commento della CNN. Interrogato sulle accuse di tortura durante la custodia della polizia, un portavoce del governo federale haitiano ha affermato che il governo “non ha nulla da nascondere”, sottolineando che la CNN aveva “pieno permesso di visitare i colombiani”.

Lo stesso portavoce ha negato che qualsiasi testimonianza ufficiale sia stata registrata all’insaputa dei colombiani di quanto veniva scritto.”Sulla base di informazioni credibili, sono stati forniti traduttori in modo che capissero cosa firmare o meno”, ha affermato il portavoce.

Poco cibo, nessuna rappresentanza legale

I cinque uomini sono detenuti nel penitenziario nazionale di Haiti dalla fine dell’estate.Le condizioni nella prigione sono visibilmente orribili, con più uomini ammassati in una singola cella. L’igiene sembrava essere un ripensamento. I topi scorrazzavano per i giardini.

“Le nostre vite non valgono nulla qui”, ci ha detto uno dei prigionieri colombiani.Gli uomini dicono di ricevere un piatto di riso al giorno, oa volte di mais. Ciascuno dice che hanno perso più di 30 libbre. Alcuni stanno notevolmente perdendo i capelli lasciando ciuffi irregolari sulla testa, un chiaro segno di malnutrizione.

“È disumano quello che ci sta succedendo qui”, ha detto uno degli uomini, in lacrime.Anche la principale organizzazione per i diritti umani di Haiti, The National Human Rights Defense Network (RNDDH), descrive come disumane le condizioni generali nella prigione. “La prigione non ha abbastanza cibo, gas per cucinare e un accesso adeguato alle cure nonostante abbia ricevuto sempre più prigionieri nei 12 mesi”, hanno affermato in un rapporto pubblicato il mese scorso.”Rispettiamo pienamente i diritti umani”, ha affermato un portavoce del governo federale haitiano. “Non abbiamo rancore verso i prigionieri colombiani”.Il governo non ha risposto alle domande sul motivo per cui gli uomini non erano ancora stati formalmente accusati.

Ma più di cinque mesi dopo l’assassinio, nessuno degli uomini ha una rappresentanza legale, un prerequisito per far ascoltare la propria testimonianza da un giudice. Dicono che il sistema giudiziario haitiano ha offerto loro solo avvocati junior con i quali non potevano comunicare.”Mi hanno mandato un avvocato al secondo semestre che non parlava spagnolo”, ha detto uno degli uomini. “Non ho intenzione di affidare la mia vita a lui.”

Secondo una persona vicina al caso, gli avvocati incaricati di rappresentare gli uomini non erano studenti, ma apprendisti. Prima di diventare avvocati praticanti, i laureati in giurisprudenza devono svolgere quello che in genere è un apprendistato di due anni.

Sebbene non siano avvocati pienamente qualificati e abbiano poca esperienza, questi apprendisti sono comunemente nominati per rappresentare coloro che non possono permettersi un avvocato privato, secondo Brian Concannon, un esperto con decenni di esperienza nel sistema legale di Haiti.

“Quindi stanno difendendo casi di reati gravi quando non sono autorizzati a comparire in un semplice caso contrattuale [perché non sono ancora avvocati praticanti]”, ha detto Concannon. “Non hanno budget per le indagini e in genere non ottengono alcun compenso per il loro tempo”.Gli uomini avevano sperato che il governo colombiano fornisse loro un po’ di assistenza legale, ma finora non è successo.

Il governo di Haiti ha anche affermato che ora la responsabilità è della Colombia. “Speriamo che i funzionari del governo della Colombia forniscano avvocati ai prigionieri in modo che possano essere esaminati dal giudice [che supervisiona questo caso]”, ha detto un portavoce del governo haitiano, aggiungendo che non possono essere interrogati ufficialmente senza la presenza di un avvocato.

Il governo federale colombiano a Bogotà non ha risposto alla richiesta di commento della CNN e l’ambasciata colombiana ad Haiti ha indirizzato le nostre domande al ministero degli Esteri.Una dichiarazione pubblica di fine luglio ha affermato che i rappresentanti del governo colombiano hanno incontrato sospetti colombiani con un avvocato presente. Tuttavia, gli uomini con cui abbiamo parlato hanno affermato che nessuno dei colombiani nella prigione attualmente ha una rappresentanza legale.

Aggiungendo al danno la beffa, dicono gli uomini, non hanno mai ricevuto una spiegazione della base legale per la loro lunga detenzione.”In nessun momento qualcuno [nel processo legale] mi ha guardato in faccia e ha detto: ‘Questo è il motivo per cui sei qui'”, ha detto uno degli uomini. “Ovviamente sappiamo perché siamo qui, ma non c’è uno stato di diritto o un giusto processo qui. Tutti dovrebbero essere innocenti fino a prova contraria e tutti abbiamo diritto alla rappresentanza legale”.

I prigionieri hanno concluso la conversazione di un’ora con un messaggio alla comunità internazionale.

“Per favore, trova l’amore nei tuoi cuori per capire la nostra situazione e darci il beneficio del dubbio”, ha detto un uomo. “La cosa migliore che potrebbe accadere è che questo venga portato a un tribunale internazionale. Quando sarò fuori da questo paese, dirò al mondo tutto ciò che so”.

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Ecco alcune cose che stanno succedendo in questi giorni:

Due giorni fa Jimmy Cherizier “Barbecue”, leader della G9 Family and Allies, una federazione di nove bande violente che controlla gran parte di Port-au-Prince, ha tenuto una specie di conferenza stampa per le strade di La Saline, uno dei le aree più povere della capitale. Si è rivolto al primo ministro Ariel Henry, chiedendo le sue dimissioni, e a ONU e USA, chiedendo loro di troncare i rapporti con l’attuale governo haitiano. Il capobanda ha accusato Henry di aver preso parte all’assassinio del presidente Moise del luglio scorso.

Il G9 controlla intere sezioni della capitale ed è stato accusato di assassinio e uccisioni di massa, compreso l’omicidio di bambini. Sono state anche accusate di aver causato significative carenze di carburante bloccando l’accesso al porto principale del paese nella capitale. In precedenza aveva detto che avrebbe assicurato il passaggio sicuro del carburante se Henry si fosse dimesso.

Questo accade mentre i 17 missionari USA e canadesi rapiti un mese fa continuano a rimanere nelle mani della gang 400 Mawozo.I missionari sono stati rapiti da Wilson Joseph, il leader dei 400 Mawozo, che ha minacciato di uccidere il gruppo, che comprende cinque bambini, se non verrà pagato un riscatto di $ 1 milione per membro.

La banda dei 400 Mawozo è una rivale della famiglia G9 e degli alleati.

Lo stesso giorno in cui i missionari sono stati rapiti, una banda ha rapito anche un professore universitario, secondo l’Ufficio per la protezione dei cittadini: “I criminali operano in completa impunità, attaccando tutti i membri della società”.Nel frattempo la vicina Repubblica Dominicana ha preso misure drastiche: ha schierato 12.000 soldati sulla frontiera con Haiti, sospeso i visti per studenti haitiani e limitato l’accesso agli ospedali agli immigrati irregolari. Il presidente dominicano Luis Abinader ha cancellato il suo viaggio alla #COP26 di Glasgow per seguire da vicino gli sviluppi della situazione ad Haiti e ha convocato tutti i leader della società dominicana per definire le misure da sostenere per limitare l’impatto della crisi.

La situazione è ormai fuori controllo, la crisi diplomatica tra i due paesi è aperta con scambi di battute tra i rispettivi ministri degli esteri, la comunità internazionale, per il momento, non sembra intenzionata ad intervenire.

https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/haiti-il-terremoto-senza-fine

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Il Premio per i diritti umani Robert F. Kennedy è stato istituito nel 1984 per onorare le persone coraggiose e innovative che lottano per la giustizia sociale in tutto il mondo.

Quest’anno la vincitrice del premio è Guerline M. Jozef, figlia di una coppia di immigrati haitiani negli USA che si è distinta per le sue battaglie a favore delle persone che cercano di entrare negli Stati Uniti dal confine con il Messico.

Guerline Jozef ha fondato la coalizione di organizzazioni Haitian Bridge Alliance, nota anche solo come “The bridge”, che offre assitenza fisica e legale alle persone che, soprattutto haitiane, cercano di entrare in Texas e California, come successo nella crisi di Del Rio di qualche settimana fa.

Guerline Jozef è anche presidente di  Word and Action  , un’organizzazione senza scopo di lucro che mira a prevenire e ridurre il verificarsi di  abusi sessuali su minori.

I suoi genitori hanno rinunciato a una vita comoda ad Haiti per emigrare negli Stati Uniti dopo un colpo di stato. Ad Haiti, avevano una grande casa e suo padre era sindaco. Negli Stati Uniti, suo padre è diventato un tassista e sua madre una domestica. 

Kerry Kennedy, figlia di Robert F. Kennedy e presidente di Robert F. Kennedy Human Rights, ha affermato di conoscere Jozef da tre anni da quando hanno lavorato insieme per sostenere i migranti haitiani e camerunesi a Tijuana.

Ha sfruttato il momento per spingere per la fine del Titolo 42, una politica in vigore dall’inizio della pandemia e che consente ai funzionari di frontiera di espellere i migranti in Messico o nei loro paesi d’origine senza offrire loro l’opportunità di essere sottoposti a screening per l’idoneità all’asilo, come normalmente richiesto dalla legge statunitense e dai trattati internazionali. Sebbene il presidente Joe Biden abbia fatto una campagna contro alcune delle politiche sull’immigrazione dell’amministrazione Trump che hanno portato i richiedenti asilo ad aspettare in condizioni pericolose nelle città del nord del Messico, la squadra di Biden ha continuato e ha difeso il suo uso del Titolo 42.

“La cosa straordinaria di Guerline è che lavora su grandi questioni: lavora al crogiolo della povertà, della razza e dell’immigrazione”, ha detto Kennedy. “Tutti e tre questi sono problemi molto impegnativi nel nostro paese e lei lavora dove tutti e tre si incontrano”.

Per volere di Guerline, la cerimonia di premiazione, anziché avvenire in Senato, come normalmente accade, è stata celebrata in un rifugio per migranti di Tijuana e al centro di detenzione di Otay Mesa, destinato a detenuti per l’immigrazione.

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Circa una decina di giorni fa al confine tra Messico e Texas, nelle vicinanze della città Rio Grande hanno iniziato ad arrivare grandi gruppi di migranti, in grande maggioranza haitiani, con l’intento di entrare negli Stati Uniti.

In pochi giorni si contano circa 15.000 persone. “La maggior parte delle persone che sono a Del Rio sono persone che sono state in Messico per molto tempo, ma in altre città, ad esempio Tijuana”, ha detto Guerline Jozef, co-fondatore dell’Haitian Bridge Alliance, un gruppo di difesa che è stato creato dopo l’ultima crisi migratoria haitiana lungo il confine meridionale degli Stati Uniti. “Ci sono molte voci secondo cui se vai a Del Rio, potresti essere in grado di accedervi, quindi la gente ha appena inondato Del Rio”.

La crisi ha raggiunto un livello di interesse nazionale. Venerdì, la Federal Aviation Administration ha imposto una restrizione di volo di due settimane sul ponte dopo che le foto aeree sono apparse in televisione e sui social media della ressa di persone sotto il ponte che vivevano in condizioni squallide. La decisione significa che le agenzie di stampa non possono pilotare droni per catturare immagini poiché attivisti e autorità affermano che i numeri sono in crescita.

Molti dei migranti haitiani sono rimasti bloccati in Messico per anni dopo aver effettuato il pericoloso viaggio attraverso le giungle del Sud America dal Brasile e dal Cile . Altri sono rimasti bloccati a Panama, in Nicaragua e in altre nazioni dell’America centrale dopo aver fatto quello che è diventato “un viaggio sempre più difficile con persone che sanno che stai viaggiando con soldi, con persone che vengono uccise e rapite”.

Le interviste ai migranti che arrivano a Del Rio e a Ciudad Acuña, la città messicana dall’altra parte del confine, rivelano che sono guidati da voci secondo cui se si recano al porto di ingresso del Texas, “potrebbero avere accesso a protezione.”

Con tutte le persone che stanno attraversando, le autorità su entrambi i lati dei confini non sono “ben attrezzate” per gestire quella che è una situazione difficile, ha detto un funzionario dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite.

I migranti haitiani hanno continuato a guadare il Rio Grande lunedì per attraversare gli Stati Uniti dal Messico, mentre il segretario del Dipartimento della Patria Alejandro Mayorkas si è recato in questa città di confine per avvertire che i rimpatri continueranno nonostante una recente sentenza del tribunale. Nel frattempo da domenica sono iniziati i voli di rimpatrio forzato verso Haiti, procedimento che era stato sospeso dopo il terremoto del 14 agosto scorso.

I media USA hanno diffuso le terribili immagini delle guardie a cavallo statunitensi che cercano di impedire l’accesso negli Stati Uniti mentre inseguono i migranti utilizzando anche le fruste.

Ricordiamo che Haiti ha vissuto tempi molto convulsi ultimamente, a luglio è stato ucciso il presidente, ad agosto un terremoto nel sud del paese ha portato oltre 2.200 morti e un successivo uragano ha colpito ulteriormente la popolazione.

Per chi vuole approfondire le informazioni su Haiti consiglio il testo edito da People: HAITI: IL TERREMOTO SENZA FINE.

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Il 7 febbraio 2021 potrebbe essere un giorno molto difficile per Haiti. “Molte persone potrebbero morire in quel periodo “, ha detto Djovany Michel, un analista politico con sede a Port-au-Prince.

Il punto della discordia è il termine del mandato presidenziale. Ad Haiti il 7 febbraio, ogni 5 anni, scade il mandato del presidente della Repubblica ma stavolta la data non trova concordi l’opposizione e il presidente in carica Jovenel Moïse.

Le ragioni, spiegate da Fabrizio Lorusso in un capitolo (scaricabile dal sito di People) del libro Haiti: il terremoto senza fine, risiedono nel travagliato percorso elettorale che portò all’elezione di Moïse. Il presidente precedente Michel Martelly, terminò il suo mandato il 7 febbraio 2016 (5 anni fa), senza che fossero state indette le elezioni per scegliere il suo sostituto. Dopo un periodo interino dove la presidenza fu occupata da Jocelerme Privet, Jovenel Moïse assunse il potere il 7 febbraio 2017 (4 anni fa). Quest’anno di interregno è la causa del disaccordo tra chi dice che ogni 5 anni bisogna eleggere un nuovo presidente e chi sostiene che il mandato deve durare 5 anni effettivi.

Sta di fatto che la situazione democratica è già compromessa da almeno un anno, da quando, cioè, è decaduto il Parlamento haitiano, avendo compiuto il proprio mandato quinquennale a gennaio 2020 senza che fossero indette nuove elezioni (inizialmente previste per ottobre 2019). Da allora, da oltre un anno, il presidente sta governando per decreto e con un primo ministro che non ha mai ricevuto la fiducia da parte delle camere.

Inoltre anche i sindaci sono decaduti per mancanza di elezioni e sono stati sostituti da prefetti nominati direttamente dal Presidente.

L’opposizione, che accusa Moise di essere un autocrate corrotto che non ha fatto abbastanza per frenare l’ondata di rapimenti che hanno terrorizzato la nazione, afferma che un governo di transizione dovrebbe prendere il controllo del paese dopo il 7 febbraio.

Negli ultimi mesi due decreti sono stai al centro delle critiche della comunità internazionale: il primo istituisce un corpo di agenti segreti agli ordini del presidente che godono di una immunità praticamente illimitata, il secondo classifica come atti di terrorismo (quindi punibili con le pene più alte) atti come incendio doloso e blocco delle strade pubbliche, che sono le strategie usate durante le proteste di strada.

Inoltre il tribunale amministrativo che dovrebbe controllare i contratti firmati dallo stato è stato fortemente limitato nelle proprie possibilità di verifica.

In questo contesto un piccolo gruppo di “saggi” è stato incaricato dal Presidente di riscrivere la Costituzione (in vigore dal 1987, cioè da quando terminò la dittatura di Baby Doc) per dare maggiori poteri al Presidente, abbandonando il sistema del semipresidenzialismo alla francese e il bicameralismo.

Ad inizio dell’anno Moïse ha presentato il suo calendario elettorale, non concordato con le opposizioni:
– ad aprile un referendum sulla nuova Costituzione (riscritta senza Assemblea Costituente)
– in autunno i due turni per l’elezione dei parlamentari, sindaci e presidente.

L’uno e il due febbraio è stato indetto uno sciopero nazionale per chiedere le dimissioni di Moïse e la creazione di un governo di transizione di unità nazionale.

Haiti sta ancora cercando di riprendersi dal devastante terremoto del 2010 e dall’uragano Matthew che ha colpito nel 2016. I suoi problemi economici, politici e sociali si sono aggravati, con la ripresa della violenza delle bande, la spirale dell’inflazione e cibo e carburante diventano sempre più scarsi in un paese dove il 60% della popolazione guadagna meno di $ 2 al giorno.

Per approfondire segnalo il libro HAITI: IL TERREMOTO SENZA FINE.

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Quello che vedete nella foto è l’unico “cemì” di cotone appartenente alla popolazione indigena dell’isola Hispaniola (Repubblica Dominicana e Haiti) esistente: Cemì de algodón.

La foto è stata scattata nei magazzini del Museo d’Antropologia ed Etnografia di Torino dove si trova dal 1928. Il reperto sarebbe stata una donazione di un Cambiaso il cui avo Giovanni Battista Cambiaso avrebbe ricevuto in dono dal presidente dominicano Pedro Santana nel 1848, secondo la versione del museo.

I cemí , come manifestazioni fisiche di antenati significativi, erano usati dagli indigeni come intercessori e mediatori con i quali era possibile la comunicazione con gli antenati, gli spiriti e i regni spirituali. Si ritiene che le figure di cotone, come il Cemí de Algodón, rappresentassero e contenessero i resti di behiques (sciamani).

Tra il XV e il XVII secolo furono portati in Europa innumerevoli cemí di cotone . Sfortunatamente, molti di loro si sono deteriorati o sono stati distrutti. Il Cemí de Algodón è l’unico esempio superstite conosciuto di un cemí di cotone nel mondo. Presumibilmente, il Cemí è stato trovato in una grotta a ovest di Santo Domingo, nella Repubblica Dominicana, da qualche parte prima del 1891. La storia del suo trasferimento in Europa e del suo successivo spostamento rimane vaga fino ad oggi. Nel 1970 Bernardo Vega ha ricondotto la figura al Museo di Torino attraverso fotografie d’archivio trovate al British Museum.

La Repubblica Dominicana sta reclamando da anni la restituzione del più importante reperto antropologico per poterlo esporre nel rinnovato Museo del Hombre Dominicano dove è stata predisposta un’apposita sala.

Le risposte non sono state fin qui positive. In queste settimane l’Università di Torino, titolare del museo, dovrebbe rispondere ufficialmente. Sarebbe ora di restituire il cemì, che il museo non espone, ai legittimi proprietari, culturalmente parlando.

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L’attuale crisi ad Haiti sta minando le fondamenta della società perché le istituzioni pubbliche stanno crollando. Lo afferma un documento della Compagnia di Gesù, che invita tutte le forze religiose a unirsi sulla via della rinascita di Haiti, per superare le divisioni tra cattolici, protestanti, buddisti, in ambito sociale, per il bene della nazione , ed esorta gli attori nazionali e internazionali, le forze del paese, gli attivisti sociali e politici, la diaspora haitiana e il “popolo coraggioso di Haiti” a unirsi per salvare Haiti.

Nella loro dichiarazione rilasciata ai media, i gesuiti sottolineano in particolare la crescente insicurezza nel Paese a causa dell’impunità di cui godono le bande armate. Per i religiosi quella di Haiti “è una crisi politica perché la classe politica è totalmente screditata”. “Ciò lascia spazio anche alla possibilità di un ritorno alla dittatura, come si sapeva ai tempi di François Duvalier, perché il governo governa per decreti, spesso contravvenendo alla Costituzione “.

La Compagnia di Gesù ritiene che le cause di questa situazione siano da ricercare nelle disuguaglianze sociali, nell’assenza di politiche pubbliche per l’integrazione dei cittadini, nella mancanza di empatia e consapevolezza civica, nell’accumulo di ingiustizie sociali e nel disprezzo dei valori fondamentali. come la solidarietà, il rispetto della vita e dell’ambiente, la promozione del bene comune e l’auto-miglioramento. 

Fonte: https://www.vaticannews.va/es/iglesia/news/2021-01/haiti-comunicado-compania-jesus-sacar-pais-crisis.html

 

Il 12 gennaio 2010 un terremoto devastante colpiva la capitale di Haiti distruggendo completamente la città, portando via 316.00 vite e lasciando circa 2 milioni di senzatetto.

Da allora sono passati 11 anni, 4 presidenti (uno a interim), 3 missioni ONU, una epidemia di colera. Cosa è successo lo raccontiamo dettagliatamente nel libro HAITI: IL TERREMOTO SENZA FINE, edito da People.

In questi mesi la situazione politica e sociale sta collassando. Il presidente haitiano Jovenel Moïse, che governa senza parlamento dopo che i termini sono scaduti a gennaio senza che si tengano nuove elezioni, si trova ad affrontare crescenti interrogativi su quando, esattamente, terminerà il suo mandato presidenziale. Moïse ha assunto la presidenza dopo le elezioni presidenziali del 2015, che hanno dovuto essere ripetute dopo la scoperta di diffuse irregolarità che hanno minato la credibilità del voto. Il mandato presidenziale dovrebbe scadere il 7 febbraio del 2021, cinque anni dopo la fine del mandato del presidente Martelly, ma probabilmente vorrà rimanere in carica fino al 7 febbraio 2022, 5 anni dopo il suo insediamento.

Da 11 anni Moïse sta anche governando senza un Parlamento, dichiarato decaduto a gennaio 2020 dopo che si erano compiuti i termini del mandato e che non sono state convocate dal presidente le elezioni a fine del 2019. Da allora non sono più state celebrate, ed oggi sono state annunciate per il 19 settembre e il 21 novembre 2021.

Da allora, senza più un organo legislativo controllato dall’opposizione, Moïse sta ricostruendo l’architettura dello stato a colpi di decreto: ha ridotto il potere indipendente di istituzioni autonome come la magistratura, l’università statale, il Consiglio elettorale provvisorio e Corte superiore dei conti, quest’ultima era un organo di controllo contro la corruzione governativa che è stata fortemente ridotta nei poteri dopo che ha osservato alcuni contratti firmati con General Electric. Con un decreto è stato reso possibile per Moïse e il suo team firmare unilateralmente contratti discutibili come uno con un gruppo turco-americano per chiatte elettriche.

Ha nominato il suo primo ministro e il suo gabinetto senza un consenso politico con l’opposizione; ha licenziato il capo della polizia e ha scelto un altro nonostante domande sulla sua legittimità per il posto; nominato numerosi ambasciatori senza ratifica parlamentare; ha sostituito tutti i sindaci eletti con nominati agenti ad interim nei 141 comuni di Haiti e, più recentemente, ampliati l’impronta diplomatica della sua nazione povera nel Sahara occidentale del Marocco regione con una nuova ambasciata a Rabat e un consolato a Dakhla. Attraverso i decreti, Moïse ha anche accumulato potere su se stesso al di fuori della Costituzione e ha stabilito le proprie istituzioni, compresa una commissione elettorale, un comitato di redazione della costituzione e la nuova National Intelligence Agency, i cui agenti segreti sarebbero totalmente immuni dal sistema giudiziario del paese. Moïse si lamenta da tempo del fatto che l’attuale costituzione di Haiti conferisce più potere al parlamento rispetto all’esecutivo, ma anche prima del licenziamento del parlamento, Moïse ha spesso ignorato il loro ruolo costituzionale e mantenuto il controllo sui funzionari chiave non inviandoli alla ratifica.

Ogni volta che è stato contestato per aver violato la Costituzione, Moïse lo ha fatto rispondendo che l’attuale Magna Carta del 1987 ha reso Haiti ingovernabile, e che il suo lavoro come presidente è pensare per le persone che lo hanno eletto e fare ciò che è buono per loro.

Nel 2017 Moïse raccolse 600.000 voti su un bacino elettorale di circa 6 milioni di persone. La partecipazione allora fu del 18%.

Il programma di Moïse è quello di riscrivere la Costituzione rafforzando il presidenzialismo e di andare ad elezioni solo dopo il plebiscito (annunciato oggi per il 25 aprile 2021) che dovrebbe approvarla.

Nel frattempo ricordiamo che i fondi raccolti a livello internazionale dell’immediatezza del terremoto solo stati ingenti, ma in gran parte gestiti da agenzie straniere e esterne ai governi eletti.

Ecco qualche numero:

  • Importo promesso dai donatori per la ricostruzione a breve e lungo termine in una conferenza dei donatori del marzo 2010: $ 10,7 miliardi
  • La percentuale di 2,4 miliardi di dollari di donatori ha fornito assistenza umanitaria andata al governo haitiano dal 2010 al 2012: 0,9
  • Miliardi di aiuti umanitari e per la ricostruzione erogati dai donatori dal 2010 al 2012: $ 6,4
  • Percentuale di quella erogata direttamente a organizzazioni, istituzioni o aziende haitiane: meno dello 0,6%
  • Percentuale di famiglie statunitensi che hanno donato per i soccorsi dopo il terremoto: 45 %
  • Importo stimato del denaro privato raccolto, prevalentemente da ONG: 3,06 miliardi di dollari
  • Spesa totale USAID per Haiti da gennaio 2010: $ 2.479.512.152
  • Percentuale di tale importo che è andata agli appaltatori all’interno della Beltway (Washington, DC; Maryland; e Virginia): 54,1%
  • Percentuale di spesa USAID che è andata direttamente a società o organizzazioni haitiane locali: 2,6%
  • Assistenza estera totale erogata ad Haiti dal terremoto del 2010, a partire dal 2018: $ 11.581.637.407,32

Insomma, la situazione, per il paese che Trump definì “shit hole”, dimostrando la sua grande considerazione per queste terre, non è per nulla rosea e c’è già chi parla di un pericolo scivolamento verso una nuova dittatura.

 

Notizie preoccupanti arrivano da Haiti dove da oltre un anno si susseguono manifestazioni di piazza e scontri con la polizia.
In un lungo articolo il Miami Herald, quasi l’unico media internazionale che continua a seguire le vicende haitiane, si chiede se la democrazia si stia erodendo.

I rappresentanti della comunità internazionale ad Haiti, nota come Core Group (Germania, Brasile, Canada, Spagna, Stati Uniti, Francia, Unione Europea, il rappresentante speciale dell’Organizzazione degli Stati americani e il Segretario Generale delle Nazioni Unite), esprimono preoccupazione per due decreti presidenziali recentemente emanati da Moïse, il presidente di Haiti. Uno di questi crea un’agenzia di intelligence nazionale. L’altro è stato pubblicato sotto il nome di rafforzamento della sicurezza pubblica e amplia la definizione di terrorismo.

I decreti sono stati pubblicati il 26 novembre sul quotidiano ufficiale del governo, Le Moniteur. Da quando sono diventati pubblici, sono stati oggetto di pesanti critiche da parte dell’associazione degli avvocati di Port-au-Prince, dei difensori dei diritti umani e dei leader dell’opposizione che affermano di rischiare di creare repressione in un paese che sta ancora cercando di superare il suo passato di dittatura.

La prima criticità sta nel fatto che i nuovi agenti segreti, simili agli agenti di polizia segreta, avranno poteri immensi e illimitati e dovranno rendere conto solo al presidente. Il secondo decreto estende la definizione di “atto terroristico” e prevede pesanti pene da 30 a 50 anni di carcere per i trasgressori, che possono includere agenti della polizia nazionale di Haiti che non riescono a reprimere le manifestazioni di strada o manifestanti che bruciano pneumatici sulle strade pubbliche.

Moïse governa per decreto da gennaio, quando il Parlamento è stato sciolto. Nonostante le pressioni degli Stati Uniti per tenere le elezioni legislative il prima tecnicamente possibile, ha indicato che le elezioni non si terranno fino alla seconda metà del 2021 e solo dopo che gli haitiani avranno avuto la possibilità di votare il suo tentativo di introdurre una nuova costituzione che, nei progetti di Moïse, dovrebbe eliminare la figura del primo ministro e della fiducia da parte del Parlamento, in modo da rafforzare i poteri del presidente.

Giovedì, in una rara critica pubblica al governo haitiano da parte dell’amministrazione Trump e dopo ripetuti appelli del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la giustizia nel massacro di La Saline del 2018, gli Stati Uniti hanno annunciato di aver sanzionato due ex funzionari governativi nell’amministrazione di Moïse e un ex ufficiale della polizia nazionale di Haiti che era diventato un influente leader di una banda.

Jimmy “Barbecue” Cherizier , Fednel Monchery e Joseph Pierre Richard Duplan sono stati tutti accusati di aver complottato il massacro del 2018 nel quartiere povero di Port-au-Prince di La Saline, e continuano a vagare liberi. Almeno 71 persone sono state uccise nei due giorni del regno del terrore, mentre le donne sono state violentate e decine di case sono state date alle fiamme, portando allo sfollamento di centinaia di famiglie.

Il Tesoro ha anche affermato che le bande armate ad Haiti sono sostenute da una magistratura che non persegue i responsabili degli attacchi ai civili.

“Queste bande, con il sostegno di alcuni politici haitiani, reprimono il dissenso politico nei quartieri di Port-au-Prince noti per partecipare a manifestazioni anti-governative”, si legge nel comunicato degli Stati Uniti. “In cambio dell’esecuzione di attacchi progettati per creare instabilità e mettere a tacere le richieste della popolazione di Port-au-Prince per migliorare le condizioni di vita, le bande ricevono denaro, protezione politica e abbastanza armi da fuoco per renderle, secondo quanto riferito, meglio armate della polizia nazionale haitiana”.

In molti si chiedono se queste potrebbero essere le premesse per mettere in sistema il sistema democratico haitiano.

La situazione ad Haiti è molto, molto complessa, per questo abbiamo deciso di scrivere Haiti: il terremoto senza fine (edito da People) e disponibile in formato cartaceo o elettronico.

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La pagina Ignoreland ha pubblicato una recensione del libro Haiti: il terremoto senza fine

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Haiti è stata la prima colonia europea nel continente americano e il primo paese, dopo gli Stati Uniti, a liberarsi dal dominio coloniale. Ma, sin dalla sua sofferta indipendenza, non sembra riuscire a trovar pace.

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Un paese di schiavi affrancati e di governi fittizi, manipolati sapientemente dalle Nazioni estere in grado di trarne maggior profitto. E anche un paese che, a distanza di dieci anni dal disastroso terremoto che l’ha sconvolto, vive ancora una paradossale crisi umanitaria, nonostante i massicci aiuti e interventi internazionali.

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Raccogliendo articoli e saggi, Roberto Codazzi ripercorre la storia di Haiti, nonché quella del terremoto e dell’epidemia di colera che, nel fatidico 2010, l’hanno messa definitivamente in ginocchio. Una crisi gestita in maniera inappropriata sin dall’inizio, un intervento imponente, ma zeppo di ingenuità imperdonabili, errori e abusi.

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Uno sguardo lucido e impietoso sulla situazione di un paese sfruttato fino all’osso, umiliato da politiche di intervento inefficaci e contraddittorie.

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Consigliatissimo a chi non vuole perdere il contatto con una realtà dimenticata, sia a livello politico che mediatico, ma che ancora lotta per la sua affermazione.

Il libro è acquistabile presso il sito dell’editore: https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/haiti-il-terremoto-senza-fine

A Cernusco in Libreria del Naviglio (via Marcelline)

O in versione ebook: https://www.amazon.it/Haiti-terremoto-senza-fine-Storie-ebook/dp/B08MTXN3N4

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En estos días se empieza a hablar de implementar una aplicación para celulares para trazar las personas enfermas de coronavirus y así mejorar las medidas para contrastar la pandemia.

El ex presidente Leonel Fernandez, en un conversatorio con el Colegio Medico Dominicano, anunció haber obtenido la licencia por un año de una aplicación desarrollada en Italia. El asesor del gobierno, Amado Alejandro Baez, presentó el esfuerzo para integrar datas en una única plataforma.

La aplicación debería tener las siguientes caracteristicas:

  • mantener un reporte diario clinico del estado de salud de las personas
  • identificar los pacientes que resultan positivos a las pruebas de coronavirus o que declaran tener o haber tenido el virus
  • emitir via bluetooth una señal que puede ser recibida de cualquier otro celular que tiene la misma aplicación avisando que la persona es positiva

Este proceso se conoce como “contact tracing”, o sea mantener trazas de los contactos con personas positivas al COVID-19.

Pero el “contact tracing”, por si solo, no resuelve el problema, tiene que ser una acción dentro de un plan más articulados.

El primer punto es el “testing”. Se necesitan pruebas, pruebas y más pruebas. Sin testar a la mayoría de la población no tendremos datos para alimentar la aplicación. Eso lo demuestran las experiencias exitosas de Corea del Sur, de Singapur, de Alemania. Hay que ampliar el número de personas que sabe si tienen o no tienen coronavirus. En República Dominicana hasta ahora se ha realizado un número totalmente insuficiente de pruebas: 12,229 desde el comienzo de la pandemia. En la sola Lombardia, región de Italia de 10 millones de habitantes, parecida a República Dominicana por magnitud de la población, en el solo día de ayer, 16 de abril, se realizaron 11,000 pruebas.

El segundo paso es el “contact tracing”: eso permite saber si entraste en contacto con personas que han resultado positivas al coronavirus y, por los tanto, tiene que hacer el test. Este punto es muy importante porque podría tener el coronavirus pero no desarrollar síntomas (asintomáticos) y infectar a otras personas.

El tercer paso es el “caring”, es sistema de respuesta sanitaria a la demanda de servicios de emergencia. Se habla de respuestas que tienen que estar moduladas en diferentes niveles para no saturar los hospitales:

  • aislamiento domiciliario: para las personas que resultan positivas pero no presentan síntomas o solo síntomas leves. Consiste en quedarse en la casa sin tener contactos con los otros miembros para evitar el contagio. Via App puede estar en contacto constante con medicos y especialistas para dar seguimiento al desarrollo de la enfermedad.
  • repartos COVID 19 soft: para personas que empiezan a sentir síntomas graves como falta de aire. Deberían estar en todas las provincias y a una distancia alcanzable en unos 30 minutos máximo por los pacientes.
  • repartos COVID 19: zona con intensidad de cuidado superior, dotados de oxigenas y con la posibilidad de suministrar medicamentos específicos
  • repartos COVID de cuidado intensivo: dotados de ventiladores

Una cuarta columna de este sistema es la prueba obligatoria a todo el personal de salud cada 14 días para evitar que se pongan graves y puedan enfermar a otros pacientes.

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En el boletín oficial se leen los números oficiales de la pandemia que está sacudiendo al mundo. Pero dentro de estos números generales, preocupantes, me asusta el análisis sobre la situación que se está dando lejo de Santo Domingo y Santiago.

Una lectura superficial nos puede indicar que el COVID 19 está golpeando sobre todo las grandes ciudades dominicanas:

datos Salud Pública – elaboración Juan Saladín – 14 de abril 2020

Dentro del boletín pero hay un instrumento que nos permite calcular con buena aproximación el número de pruebas que se están realizando en cada provincia para buscar personas enfermas de coronavirus. El reporte oficial proporciona el número de casos positivos por provincia y el porcentaje de pruebas que resultan positivas (en las últimas 4 semanas).
Con un sencillo calculo matematicos se puede saber cuantas pruebas se hicieron: casos positivos / porcentaje de pruebas positivas * 100.

Este el reporte del 14 de abril

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Boletín especial número 26 de Salud Pública

Este es la grafica de cuanta pruebas se han realizado desde el comienzo de la pandemia en cada provincia

Elaboración propia

Se puede ver que si se excluyen las primeras 5 provincias (Gran Santo Domingo, Santiago, Duarte e La Vega) y las dos provincias turisticas de Higuey y La Romana, en el resto del país, praticamente, no se han realizado pruebas, menos del 20% del total.

Alguien podría pensar que esto está relacionado con el hecho que en el Gran Santo Domingo reside la mayor parte de los dominicanos. Según el Censo 2010, es esta área del país viven el 35,3% de la población, pero se realizaron el 55% de las pruebas.


Santiago tiene una proporción correcta (10% de la población y 10% de las pruebas), mientras que la provincia Duarte, considerada uno de los puntos más en riesgo, tiene el 3% de la población y el 6% de las pruebas realizadas. La mayoría de la población dominicana, pero, que no vive en estas zonas, solo ha tenido acceso a meno del 30% de las pruebas.

16 provincias de 32 han tenido menos de 100 pruebas, 12 menos de 50 y 5 menos de 10.

Si no se realizan pruebas es imposible detectar casos positivos y proceder con las acciones de aislamiento y salvaguardia de los familiares.

Observando la grafica de cuantas pruebas se han realizado por cada 100,000 habitantes en cada provincia se evidencia como Duarte (foco principal por mortalidad) y el Gran Santo Domingo mantienen un indice muy por encima a todas la otras provincias. Sigue la Altagracia (Higuey), provincia donde se encuentran un gran número de resort y no sabemos si las pruebas se han realizados a dominicanos o a extranjeros (sobre todo en la fase inicial de la pandemia).

Unos de los elementos débiles es la presencia de poco laboratorios certificado para la suministración de pruebas de COVID-19. Hasta hace poco solo estaban Referencia y Amadita. Los dos realizaban la toma de muestra a domicilio, pero si vive en una zona apartada de los centros el servicio no está disponible. Referencia tiene sucursales en Gran Santo Domingo, Santiago, San Francisco, Puerto Plata, La Vega, Nagua, Azua, San Juan y en el este. Amadita está presente en Santiago, La Vega, Moca y San Francisco. Estas provincias corresponden a donde se encontraron más casos de coronavirus, quizás porque en las otras no fue posible realizar suficientes pruebas.

Una de las complicaciones más frecuente del COVID-19 es la dificultad en respirar y la necesidad de conectar el paciente a un respirador artificial dotado de ventilador. Hace un par de días el medico neumólogo Plutarco Arias publicó los números de ventiladores presente en cada provincia (no se trata de números oficiales y podrían tener algunas diferencias). Yo calculé la disponibilidad de ventiladores cada 100,000 habitantes en cada provincia.

Es evidente que Gran Santo Domingo, Duarte, Santiago y La Altagracia están muy por encima de las demás provincias. La posibilidad de conectar una persona a un ventilador hace la diferencia entre la vida y la muerta de la misma, a veces el tiempo disponible entre la crisis y la conexión a un ventilador es muy breve.

Si en las provincias no se realizan pruebas para la identificación temprana de los enfermos, solo se llegará a identificar, por diagnosi sintomáticas, a los pacientes más graves. Al no tener estructura hospitalarias cercanas, el riesgo de que los enfermos con crisis respiratoria no lleguen a tiempo a un ventilador es muy muy elevada.

Un elemento de riesgo es el número de personas que viven en el mismo hogar. Cuanto más alto es el número de convivientes más alta es la probabilidad que uno se enferme. Si la persona enferma se viene identificada en tiempo rapido otros miembros del hogar podrían enfermarse. Muchas veces en hogares numerosos viven tres generaciones (abuel@s, padre/madre, hij@s), donde l@s niñ@s son vectores para que el virus llegue a los mayores.

Censo 2010 – Volumen II – página 298

Provincias donde se han realizado un mayor número de pruebas de COVID-19 como Distrito Nacional y La Altagracia, son zonas donde los núcleos familiares son más pequeños. Mientras que zonas como el sur, Monte Plata, San Juan o El Seibo, donde las familias son más numerosas, no han sido monitoreada con igual frecuencia.

En este cuadro el dato dramático es el de la provincia Hermanas Mirabal que se encuentra entre las zonas más golpeada por el coronavirus: Duarte, Santiago, La Vega, Espaillat.

Elaboración grafica El Caribe – 14 de abril 2020

Con solos 58 casos identificados, la provincia Hermanas Mirabal registra 9 defunciones, con una tasa de letalidad del 16%, segunda solo a Duarte, donde el gobierno ha metido su atención particular con el Plan Duarte. En la provincia Hermanas Mirabal solo se han realizado 102 pruebas. Eso indica que o el sistema sanitario de la provincia ya colapsó o que el número de personas positivas es mucho más grande, por lo menos 10 veces tanto.

Tener muchas personas positivas sin identificarlas, sin ponerla en cuarentena, sin darle el correcto cuidado medico, quiere decir exponer las personas más frágiles de la sociedad (personas mayores, enfermos crónicos) a ocasiones de contagio y, por ende, de muerte.

¿Qué se puede hacer?

  • realizar más pruebas en todo el país, pero, sobre todo en las zonas donde la respuesta hospitalaria es más débil
  • organizar campañas comunitaria sobre la observación temprana de los síntomas y la necesidad de acudir a curas medicas desde el primer momento
  • organizar centros de aislamiento para personas positivas para detener la propagación del virus
  • definir zonas de toque de queda más estricto para periodos de tiempo limitados donde se detecte un crecimiento anomalo de la pandemia
  • habilitar laboratorios periféricos de análisis de las pruebas y capacitar el personal para la observación de las placas pulmonares (metodo eficaz para identificar el coronavirus)
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Al día de hoy según Salud Pública en República Dominicana tenemos 108 personas muertas por coronavirus. La tasa de letalidad se posiciona como una de las más altas del continente americano con 5.12%

Según el Ministro de Salud Pública, la tasa aparece alta por el hecho que todavía no se ha logrado identificar al número total de personas infectadas y que en la realidad República Dominicana se ubica dentro del promedio de las otras naciones.

Según la Organización Mundial de la Salud, la tasa mundial se establece en 3.40%, es decir que por cada 100 personas que se enferman, 3.40 se mueren (fuente).

Si vamos a asumir que República Dominicana tiene una tasa de letalidad de 3.40%, con 108 muertos confirmados, tendríamos un número de infectados igual a 3,176 personas (108/3.4*100), más de 1,000 personas respecto a las 2,111 identificadas por Salud Pública.

Pero, hay un pero muy grande, las personas duran promedio 23 días entre el día en que se contagian del virus y el día en que mueren por el mismo (Fuente CDC –Centers for Disease Control and Prevention de Estados Unidos). Eso quiere decir que las personas que están muriendo ahora en República Dominicana se enfermaron alrededor de hace 23 días. Eso nos obliga a suponer que las 3,176 estaban enfermas hace 23 días, el 16 de marzo 2020.

Desde esa fecha el número de contagiados ha ido creciendo con una tasa de infección igual a 1,28% por día según los cálculos del ing. Juan Carlos Saladín (fuente) desde el primero de marzo hasta el 7 de abril.

Si realizamos el cálculos multiplicando 3,176 personas por 1.28 por los 23 días, los resultados dan un número potencial de personas infectadas de más de 700,000 personas. Si consideramos los efectos positivos de las medidas de aislamiento y se puede considerar una tasa de infección reducida a 1,20 (calculada desde el 21 de marzo, día de entrata en vigor del toque de queda), eso sumaría a más de 170,000 personas positivas al día de hoy (3,176*1,20*23).

Según lo reportado por el Ministro de Salud el 80% de personas realiza la enfermedad sin síntomas o con síntomas leves. Eso sumaria a 140,000 personas que están enfermas sin necesidad de atención hospitalaria.

Toda esta análisis no tiene que asustar pero es bueno tomarla en cuenta por varias razones:

  • las personas positivas pueden estar mucho más cerca de los que creemos. Los número oficiales logran fotografiar solo una pequeña parte de la situación real. Para tener una idea hay que multiplicar por 100 los datos. Si en tu provincia hay 15 casos detectados, posiblemente serán 1,500. Esto obliga a cuidarse mucho más.
  • hay que tratar a todos los casos de gripe como si fueran COVID19 sin esperar el resultado de la prueba que, a veces, puede durar días para llegar, así se gana tiempo y se pueden salvar más vidas.
  • hay que realizar más pruebas para ir identificando los positivos, que tengan o no tengan síntomas. Actualmente el protocolo indica que hay que tener dos síntomas para poder hacer la prueba, pero, de esta forma se están dejando “en la calle” muchas personas positivas que pueden ir propagando la pandemia.
  • hay que tomar, dentro de los posible, medidas más estricta de limitación de la movilidad de las personas, solo así el factor de infección puede bajar y dar el tiempo al sistema de salud de atender a las personas que necesitan atenciones hospitalarias.

La tasa de letalidad indica el número de muertos con relación a las personas infectadas por una enfermedad.
Estas son algunas de las enfermedades surgidas en los últimos años (fuente aquí):

Durante una pandemia es difícil determinar con exactitud la tasa de letalidad porque hacen faltas datos confiables. En particular el número total de las personas contagiadas por el virus

Si tenemos 10 muertos sobre 100 personas contagiadas la tasa de letalidad será del 10%, pero si las personas contagiadas son 1,000 (y yo no logro identificar 900) la tasa real es del 1%.

En este momento en la República Dominicana contamos con 1749 casos identificados y 82 muertos por coronavirus, eso saca una tasa bruta del 4.69% que pero es lejo de ser la real. El mismo Gobierno está preparando sus cálculos como declara también en Twitter.

Vamos a ver, entonces las posibles alternativas.
Presentaré 6 escenarios:
1- los números actuales comunicados por Salud Pública: 4,69%
2- la aplicación de la tasa de letalidad calculada por la Organización Mundial de la Salud (OMS) a mediano de marzo: 3,40%
3- la aplicación de la tasa de letalidad calculada por la OMS en febrero: 2.0%
4- la tasa calculada en el pueblo italiano di Castiglione D’Adda, donde se pasaron pruebas a todos los habitantes: 1.40%
5- la tasa calculada en el barco de crucero Diamond Princess donde, también, se hicieron las pruebas al 100% de las personas: 0.63%
6 – la tasa calculada en Korea del Sur que fue la nación que aplicó la estrategia de identificación masiva de las personas contagiadas: 0.6’%

Los escenario 4, 5 y 6 deberían ser los que más se acercan a las verdadera letalidad del virus ya que el denominator del número total de casos es bastante confiable.

El dato seguro para estos cálculos es el número minimo de muertos (82). Si los muertos fueran más (es decir si hay personas que murieron por COVID-19 y no se han identificados) las estimaciones de los infectados crecerían de consecuencias.

Según estas estimas la estimación de los contagiados es de unos 6,000 hasta 14,000 pesonas, para obtener tasas de letalidad cercana a las internacionales ya que no hay razones para pensar que en República Dominicana el virus sea más letal que en otros países.

Las personas, pero, duran un promedio de 23 días para morir desde el momento del contagio, es decir que estas 6,000 / 14,000 personas estaban enfermar hace 23 días. Desde entonces la enfermedad se ha expandido por una velocidad promedio de 1.29% (calculado por Juan Carlos Saladin en su Análisis Estatistico n 14 del 5 de abril 2020)

Vamos a aplicar, entonces este factor de infección a los números estimados por las varias tasas de letalidad (número de positivos * 1.29 * 23 días)

La tabla indica, en la última columna, el número de personas infectas estimadas al día de hoy, domingo 5 de abril, en la República Dominicana. Estamos hablando de más de 150,000 personas hasta unos 400,000.

Vamos a imaginar que la enfermedad se vaya expandiendo hasta llegar al 1%, 10%, 20% o 50% de la población.

Muchos países ya declararon que puede afectar a más de la mitad de su gente.

Alemania
Francia
Ecuador

Cuanto muertos llevaría a República Dominicana una expansión de este tipo?

Si la tasa de letalidad fuera la actual (4.69%) y la enfermedad llegara a golpear la mitad de la población dominicana, los muertos llegarían a más de 270,000.

Tenemos que esperar que la tasa sea efectivamente más baja. El escenario 4 (la aplicación de la tasa de letalidad del municipio de Castiglione en Italia) nos llevaría a 82,000 muertos.

Para entender la magnitud de estos números hay que recordar que los muertos en un año en la República Dominicana son alrededor de 42,000.

La única forma para evitar estos números aterradores es parar la difusión del virus reduciendo a cero los contactos no protegidos con las otras personas.

O nos quedamos en la casa, sin salir, visitar o recibir visita, o tendremos que prepararnos a llorar muchas personas queridas.

Según las fuentes oficiales en la República Dominicana al día 31 de marzo 2020 hay:
1284 casos positivos al COVID19
57 personas que murieron por el virus.
El corte de los datos fue a las 6 pm del 31 de marzo, comunicados el primero de abril por Salud Pública.

Vamos a razonar sobre estos números ya que indican una letalidad bruta del 4.43% mientras que el Ministerio de Salud garantiza que República Dominicana tiene la misma letalidad de los otros países.

¿Cuál es la letalidad del coronavirus?

La enfermedad que se identificó por primera vez en diciembre 2019 es bastante nueva para poder tener un porcentaje definitivo. Pero tenemos dos ejemplos muy significativos: Corea del Sur y el barco de crucero Diamond Princess.
En Corea del Sur la estrategia de lucha al coronavirus se centró en un alto numero de pruebas a la población y la identificación temprana de los casos positivos, por eso se puede suponer que la letalidad (que se calcula dividiendo el número de defunciones por la totalidad de casos positivos) se aproxime a la realidad.
El crucero Diamond Princess fue un barco donde se detectó un alto número de personas positivas y por eso se realizaron pruebas al 100% de los pasajeros y tripulación.

La tasa de letalidad de Corea del Sur es, según CNN (fuente aquí) de 0.6 %, es decir que cada 100 personas mueren 0,6. En la Diamond Princess la tasa de letalidad es de 0,63% según los CDC – Centers for Disease Control and Prevention de Estados Unidos (fuente aquí).

Un factor determinante es la edad de las personas que se enferman ya que personas mayores de 60 años tienen un riesgo mayor de no sobrevivir al riesgo. Esta es la tabla de riesgo según Worldometers (fuente aquí):

El crucero Diamond Princess tenía una población que, en su mayoría pasaba de los 60 años (fuente aquí).
Corea del Sur mantiene una demografia parecida a la de República Dominicana (fuente Ourworldindata), aunque tiene un porcentaje de población por arriba de los 65 años de un 13% contra un 6,7% del país caraibico.

¿Qué nos dicen los datos de República Dominicana?

En la mayoría de los países donde se están realizando estudios sobre la pandemia, se evidencia la dificultad en detectar la totalidad de los casos positivo (fuente Italia, España, China) con estimaciones que dan los positivos reales hasta 100 veces más altos de los oficiales.

Immagine
The Economist – estimas de las personas positivas en países de Europa

Si no podemos saber el número real de los casos positivos, por dificultades del sistema, presencia de personas positivas pero sin síntomas, deseo por parte de algunos de esconder su situación, etc… podemos saber el número minimo de personas que murieron teniendo el COVID19. En este momento, en República Dominicana son 57.

Es posible que sean más, que personas sean muertas sin que se le haga la prueba, pero vamos a considerar 57 como número para realizar los cálculos.

Vamos a asumir que la tasa de mortalidad dominicana sea parecida a la de Corea, por demografia, calculando un 0,7%. Si los 57 muertos corresponden a los 0,7% de los positivos quiere decir que el número total de contagiados es cerca de 8,140 personas: 57 / 0,7 x 100.

Actualmente los datos oficiales indican 1284.

Pero el dato de 8,140 positivos no se refiere al día de hoy. Siempre según CDC el tiempo promedio que pasa entre el contagio y la muerte es de 23 días (fuente aquí). Eso quiere decir que las personas que están muriendo ahora en República Dominicana se enfermaron alrededor de hace 20 días.

El número de 8,140 se refiere a los casos positivos en los días de las elecciones municipales (15 de marzo). Desde entonces ha ido creciendo.

Una estimación de las personas positivas al día de hoy

El indice de infección indica la velocidad de propagación del virus. Según el ingeniero Juan Carlos Saladín el indice promedio en la República Dominicana entre el primero y el 31 de marzo fue de 1.32 (fuente aquí).

En una rueda de prensa el Ministro de Salud Pública indicó como una de las razones de alto número de contagios en la provincia Duarte la celebración de carnaval y actividades electorales, certificando la presencia de transmisión comunitaria del virus desde antes el 15 de marzo (fuente aquí).

Vamos a realizar esta hipótesis, muy optimista:
En vez de 23 día, calculamos solamente 17 días, o sea, desde el 15 de marzo hasta el 31 de marzo-
En vez de una factor de infección de 1.32 (que es el promedio en República Dominicana según los datos de Salud Pública), y en vez de 2.00 (que es el factor más bajo registrado por la Organización Mundial de la Salud), vamos a utilizar 1,20 (para ser optimistas). Esto, sin considerar el alto número de contactos sociales generados por las elecciones municipales ni el hecho que el toque de queda no está siendo muy respectado (casi 20,000 personas arrestadas por su violación en las primeras nueves noches, fuente aquí).

El calculo de los contagiados es: 8,142 x 17 x 1.20

El resultado da, estimados al día de hoy, unas 150,000 personas.

Otros escenarios

Estos cálculos se dan tomando como referencia la tasa de letalidad de Corea, que es, posiblemente, la más atendible por las razones sobra citadas. Claro, si se supone que la tasa de letalidad sea más alta, quiere decir que más gente se muere una vez enfermada, el número de contagiados para justificar los 57 muertos es menor.

Con una tasa de letalidad de 1%, manteniendo todos los otros parámetros iguales, se pueden estimar unos 116,000 positivos

57 / 1 * 100 * 1.20 * 17 = 116,280

Si queremos diseñar un escenario utilizando los números más alto:
– tasa de infección: 1.32%
– día de retraso entre contagio y defunción: 23
El calculo sería este:

57 / 0.7 * 100 * 1.32 * 23 = 247,217

Casi 250,000 personas positivas al día de hoy.

¿Y entonces que?

Toda esta análisis no tiene que asustar pero es bueno tomarla en cuenta por varias razones:

  • las personas positivas pueden estar mucho más cerca de los que creemos. Los número oficiales logran fotografiar solo una pequeña parte de la situación real. Para tener una idea hay que multiplicar por 100 los datos. Si en tu provincia hay 15 casos detectados, posiblemente serán 1,500. Esto obliga a cuidarse mucho más.
  • hay que tratar a todos los casos de gripe como si fueran COVID19 sin esperar el resultado de la prueba que, a veces, puede durar días para llegar, así se gana tiempo y se pueden salvar más vidas.
  • hay que realizar más pruebas para ir identificando los positivos, que tengan o no tengan síntomas. Actualmente el protocolo indica que hay que tener dos síntomas para poder hacer la prueba, pero, de esta forma se están dejando “en la calle” muchas personas positivas que pueden ir propagando la pandemia.
  • hay que tomar, dentro de los posible, medidas más estricta de limitación de la movilidad de las personas, solo así el factor de infección puede bajar y dar el tiempo al sistema de salud de atender a las personas que necesitan atenciones hospitalarias.

El sentido de estas reflexiones

La idea de plasmar en estas lineas estos cálculos y reflexiones no es para criticar el gobierno dominicano que mucho está haciendo ni para decir que están mintiendo o maquillando los números. Ellos están presentando lo que efectivamente logran detectar.

Pero es urgente que la población entienda que no se trata de numeritos, que la infección está muy extensa y que hay que actuar de una vez, rápidamente, todos y todas juntos para parar la propagación del virus, antes que sea demasiado tarde.

Hay que tomar decisiones basadas en datos.

Estos razonamientos, ademas, están abiertos a revisiones por parte de todo el mundo, por favor, señalen falacias, errores o inexactitudes, para ir entendiendo mejor.

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La situazione si sviluppa su due livelli: la gestione tra i partiti e le proteste di piazza.

I partiti sono stati convocati più volte dalla Junta Central Electoral e hanno velocemente accordato che le elezioni comunali si terranno il 15 marzo (data scelta nel rispetto della legge, che prevede un tempo massimo di 30 giorni, ma anche del carnevale, che finisce domenica 8 marzo) e si useranno solo schede cartacee.
Dal punto di vista delle indagini, per giorni sono stati interrogati dalla polizia un tecnico telefonico e il capo della scorta del candidato dell’opposizione Abinader che si erano scambiati messaggi che mostravano che fossero a conoscenza del tentativo di manomettere le macchine elettorali. Nessun altra persona è stata indagata nonostante siano stati interrogati diversi militari incaricati della sicurezza della Junta Central Electoral e il responsabile d’informatica della stessa Junta sia stato sospeso.

Da lunedì però è iniziato un movimento di piazza, prima a Santo Domingo, poi in molte città della paese che chiede una pluralità di azioni. Non esiste un’unica testa per questo movimento che è iniziato in forma spontanea e poi è stato sostenuto dai principali partiti d’opposizione. I giovani, ma non solo, si presentano nel tardo pomeriggio in luoghi simbolo delle città (a Santo Domingo davanti alla sede della Junta Central Electoral) vestiti di nero per indicare che sono in lutto per la morte della democrazia. Le richieste della piazza si possono riassumere con:

  • elezioni subito
  • indagine indipendente
  • rinuncia dei membri della Junta Central Electoral o, per altri, l’integrazione di figure della società civile nella Junta
  • elezioni trasparenti e con il voto cartaceo
    Oltre a questi punti c’è un diffuso sentimento anti PLD, partito al governo dalla 2004.

C’è da dire che in 5 giorni di protesta la Marcha Negra ha ottenuto risultati importanti, oltre al tema elettorale, ieri il governo ha chiesto all’Organizzazione degli Stati Americani di incaricarsi dell’indagine sui fatti che hanno portato alla sospensione delle elezioni e ha ordinato al Procuratore Generale della Repubblica (che sarebbe il Ministro della Giustizia) di sospendere le indagini interne.

Le manifestazioni sono state estremamente pacifiche, attente a non interrompere il transito, nella maggior parte dei casi, e pulendo la spazzatura lasciata dai manifestanti.

Per domani i partiti dell’opposizione hanno convocato una manifestazione nazionale a Santo Domingo.

In generale c’è un clima di estrema difficoltà per il partito al governo che se non riuscirà a spiegare in forma credibile e convincente cosa sia successo domenica scorsa, difficilmente riuscirà a risultare vincitore in questa tornata elettorale.

Domenica scorsa si sono tenute le elezioni amministrative. Seggi aperti alle 7 e elezioni annullate alle 11. Per capire cosa è successo devo partire da qualche mese fa.

In Repubblica Dominicana nel 2020 si terranno le elezioni a tutti i livelli: comunali, parlamento e presidenziali. Le comunali a febbraio, le politiche e presidenziali a maggio.

In autunno si sono tenute le elezioni primarie dei due principali partiti, organizzate dalla Junta Central Electoral, che è l’organo incaricato di anagrafe e elezioni.
Per il partito PLD che esprime l’attuale presidente si sono presentati due candidati Gonzalo sostenuto dall’attuale mandatario, Leonel, ex presidente per tre volte. Si è votato, per la prima volta con il voto automatizzato, dei tablet che rilasciano una stampata con il voto espresso. I due candidati sono arrivati molto vicino ed è risultato vincitore Gonzalo per decimali. Leonel ha contestato il risultato sostenendo che i dati fossero stati contraffatti e le macchine del voto manomesse. Il controllo tra i dati elettronici e quelli stampati ha confermato il risultato. A quel punto Leonel ha lasciato il partito di governo e fondato il suo movimento con il quale si presenta alle presidenziali. Il partito PRM non ha avanzato alcuna obiezione rispetto al funzionamento delle macchine.

Per mesi si è discusso sulla possibilità o meno di usare il voto elettronico nelle elezioni del 2020 dopo il caos di novembre. Alla fine si è deciso che il 62% dei comuni avrebbero usato il voto elettronico, il 38% quello cartaceo.

Domenica quando si è iniziato a votare sono iniziate ad arrivare segnalazioni da tutto il paese di cattivo funzionamento del voto elettronico: sui tablet non apparivano tutti i candidati, o mancavano i partiti minori o c’era solo il candidato del PLD. Dopo una riunione con i partiti e l’ Organizzazione degli Stati Americani, la Junta Central Electoral ha deciso di sospendere tutte le operazioni di voto, anche nei comuni dove il voto era cartaceo, nonostante il partito PLD chiedesse che almeno li si continuasse a votare.

Lunedì è stata fissata la nuova data per le elezioni comunali: 15 marzo. Si userà solo il voto cartaceo.

Si sta cercando di capire cosa sia successo se incapacità dei tecnici, sabotaggio (come sostiene il PLD), tentativo di manipolare le macchine (come sostiene l’opposizione).

Domenica la reazione della popolazione è stata molto controllata e non ci sono stati disturbi. Nei giorni seguenti ci sono state (e continuano ad esserci) manifestazioni davanti alle sedi della Junta Central e i municipi chiedendo le dimissioni dei giudici della Junta e un’indagine indipendente sui fatti accaduti. Attualmente ci sono due detenuti, un tecnico informatico e il capo della sicurezza del candidato alla presidenza per il PRM perché risulta che fossero a conoscenza di manovre notturne sulle macchine elettorali.

12 gennaio 2010: il territorio di Haiti fu scosso da un terremoto di proporzioni spaventose, responsabile della morte di 316mila persone, 350mila feriti e più di un milione e mezzo di profughi e danneggiati.

Cosa è successo sull’isola in questi 10 anni è paradigmatico di come la comunità internazionale sia capace di emozionarsi, attivarsi e poi disinteressarsi completamente.

A 10 anni di distanza il paese caraibico è in situazione quasi peggiore di quella in cui si trovava allora. Durante questo periodo ci sono stati interventi miliardari, circa 11 miliardi di dollari sarebbero stati spesi nella cooperazione internazionale, senza che si vedano gli effetti reali per la popolazione.

Secondo alcuni studi circa l’80% dei soldi spesi in aiuti sarebbe tornata nei paesi donanti per pagare alimenti, personale, trasporti. Meno del 10% delle risorse è stata gestita dalle autorità haitiane, la maggior parte degli interventi sono stati decisi da organizzazioni internazionali, ONG o stati donanti, senza concordarli con il governo haitiano.

Nell’ottobre del 2010 si scopri la presenza del colera ad Haiti, la malattia fu portata sull’isola dai Caschi Blu, scatenando un’epidemia che ha colpito l’8% della popolazione haitiana. I militari delle Nazioni Unite che sono rimasti sull’isola fino all’anno scorso, sono stati anche accusati di violenza, di stupro, di favorire la prostituzione e lasciare sull’isola un numero molto alto di figli non riconosciuti.

Molte fondazioni si sono mosse per raccogliere fondi dopo il terremoto, alcune di queste non hanno saputo spendere in modo trasparente queste risorse e sono anche fallite per bancarotta.

Gli haitiani hanno aumentato la fuga dal paese rafforzando la diaspora in Repubblica Dominicana, America de sud e Stati Uniti, soffrendo un fenomeno crescente di razzismo ed esclusione.

Un anno dopo il terremoto avevo curato la pubblicazione del libro Haiti: l’isola che non c’era per raccontare quale fosse la realtà del paese prima dell’evento che lo sconvolse. Nei prossimi giorni pubblicheremo con People un libro per raccontare cosa è successo in questi 10 anni in cui il mondo avrebbe dovuto salvare Haiti, ma ha fallito.

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