Male, anzi malissimo.

12 anni fa un violento terremoto colpiva la capitale di Haiti, Port-au-Prince provocando uno dei disastri più mortiferi di sempre: più di 316.000 persone sono morte, secondo il governo haitiano, a causa del sisma e del ritardo nei soccorsi. Più di un milione e trecentomila persone sono rimaste senza casa, moltissimi di loro sono state spostate in tendopoli gestite dalle organizzazioni internazionali, anche a diverse decine di chilometri da casa loro. Nei giorni e mesi successivi al terremoto sono arrivati ad Haiti tantissimi soldi, più di 7 miliardi e mezzo di dollari.

Cosa è successo dopo?

Nel libro Haiti: il terremoto senza fine (edito da People) abbiamo raccontato come l’intervento internazionale, escludendo il popolo haitiano dalla gestione delle risorse economiche, sia stato, in molti casi, un fallimento. Ricordiamo gli scandali legati alla Croce Rossa statunitense, alle fondazioni private, alla cooperazione italiana e al colore che fu portato sull’isola dai Caschi Blu e che ha provocato oltre 10.000 morti.

Il paese non si è ripreso, la cooperazione internazionale, dopo i primi anni, è tornata ad ignorare Haiti mentre la politica internazionale era più preoccupata a evitare che gli haitiani emigrassero, praticando rimpatri forzati e respingimenti, piuttosto che aiutare una debole classe politica a crescere e a consolidare la fragile democrazia.

L’ultimo anno ad Haiti è stato un disastro sotto ogni punto di vista.

A febbraio il presidente Jovenel Moïse, in carica dal 2017 e che da oltre un anno stava governando per decreto senza un parlamento (a gennaio 2020 erano infatti decaduti i deputati e 2/3 dei senatori) rifiuta di cedere il potere, come chiedono le opposizioni, e si avventura in una riforma della Costituzione da molti vista come una svolta autoritaria. Proprio il 7 febbraio, il giorno della fine del mandato, fece arrestare un giudice della Corte di Cassazione, Ivickel Dabrésil, accusandolo di tentato golpe e di alto tradimento.

Le opposizioni identificarono il giudice della Corte Suprema Joseph Mecene Jean Louis come presidente provvisorio, senza però ottenere nessun risultato concreto se non il dispiegamento dell’esercito davanti alla Corte di Cassazione e l’avvio di una stagione di violente proteste di piazza.

Nella vicina Repubblica Dominicana intanto il presidente Abinader da il via alla costruzione di un muro che, nelle intenzioni, dovrebbe percorrere tutta la frontiera tra i due paesi e ridurre il numero di haitiani che ogni giorno attraversano la frontiera.

Lentamente Haiti scivola verso l’anarchia con le bande armate che si dividono il territorio e avviano una stagione di sequestri sempre più spregiudicati e numerosi.

A metà marzo la polizia haitiana tenta quella che sarà l’ultima operazione contro una delle gang del paese entrando nella baraccopoli Village de Dieu, a Port-au-Prince. Si tratta di un fallimento completo: 4 agenti vengono uccisi, e i loro corpi bruciati e mai restituiti, 8 vengono feriti. La banda guidata da “Izo” si impadronisce di armi e munizioni e anche un veicolo blindato.

Ad aprile, l’onda dei sequestri cresce ancora fino ad arrivare al rapimento in diretta tv di un pastore evangelico che stava celebrando la messa del giovedì santo in uno studio televisivo. Uomini armati entrano e, mentre la ragazza prova a continuare a cantare, bloccano la cerimonia e li portano via. Pochi giorni prima la nazionale di calcio del Belize era stata fermata mentre si recava in albergo e rilasciata solo dopo una lunga mediazione.

Vengono cancellate, ufficialmente per covid, le elezioni di aprile che avrebbero dovuto eleggere sindaci e parlamentari e il referendum sulla nuova Costituzione incaricata da Jovenel Moïse a un gruppo di saggi ma che non viene mai presentata nella versione definitiva.

Il 6 luglio il presidente Jovenel Moïse decide di cambiare il primo ministro, l’ottavo dall’inizio della sua gestione, il quattordicesimo dal terremoto del 2010. Nella notte tra la nomina e il giuramento viene però assassinato nella sua casa da un commando armato guidato da mercenari colombiani che saranno poi arrestati nei giorni successivi.

Due settimane dopo l’omicidio, su pressione degli Stati Uniti, avviene l’avvicendamento tra il primo ministro uscente Claude Joseph, che inizialmente non sembrava intenzionato a lasciare l’incarico e il nuovo primo ministro Ariel Henry che, di fatto, assume anche i poteri di presidente.

Claude Joseph rimarrà come Ministro degli Esteri del nuovo governo fino a quando non verrà estromesso, insieme al Ministro della Giustizia e inizierà ad accusare Ariel Henry si esser parte del complotto che ha portato all’uccisione del presidente, tesi sostenuta anche dalla vedova di Moïse che, ferita nell’agguato, è riuscita a salvarsi facendosi passare per morta.

Solo dopo l’uccisione del presidente arrivano ad Haiti i primi vaccini contro il covid, donati dagli Stati Uniti.

Il presidente Jovenel Moïse con la moglie

A metà agosto, nel mezzo di questa crisi istituzionale, il sud di Haiti è stato colpito da uno sciame sismico che ha lasciato dietro di se più di 2.250 morti e 80.000 case distrutte. Per raggiungere la zona, però, si deve attraversare, dalla capitale, un’area sotto il diretto controllo di una delle più feroci bande armate che ha bloccato gli aiuti per una settimane fino a quando non si è arrivati ad un accordo.

Nei giorni successivi al sisma, come se non bastasse, si registra anche il passaggio della tormenta tropicale Grace blocca le ricerca e complica molto la situazione.

A settembre scoppia uno dei casi migratori più eclatanti degli ultimi anni per gli Stati Uniti: al confine tra Messico e Texas, nelle vicinanze della città Rio Grande iniziano ad arrivare grandi gruppi di migranti, in grande maggioranza haitiani, con l’intento di entrare negli Stati Uniti. In pochi giorni si arriva a 15.000 persone che si accampano sotto un cavalcavia chiedendo asilo politico. La risposta delle autorità è terribile, viene costruito un muro d’acciaio, con le voltanti della polizia lungo tutto l’argine del fiume, la polizia a cavallo texana insegue i migranti con le fruste in mano, il governo federale inizia a rimpatriare verso Haiti migliaia di persone.

Esattamente due mesi dopo la sua nomina, Dan Foote rassegna le sue dimissioni da inviato speciale degli Stati Uniti ad Haiti, citando una politica statunitense “profondamente imperfetta” nei confronti della nazione che include un intervento politico continuo e la decisione dell’amministrazione di aumentare le deportazioni.

Ad ottobre vengono rapiti 17 missionari americani e canadesi che rimarranno nelle mani delle bande per oltre due mesi. Alla fine dell’anno si registreranno più di 1.000 rapimenti ad Haiti. Il paese non toccava livelli simili dal 2005, quando ci furono 760 sequestri. Quei rapimenti si erano verificati sullo sfondo delle violenze e dei disordini politici successivi alla deposizione del presidente Jean-Bertrand Aristide nel 2004.

In Repubblica Dominicana si intensificano le misure contro l’immigrazione e vengono colpite anche le donne haitiane che si recano negli ospedali per partorire. Mentre vengono cancellate le elezioni di novembre (che avrebbero dovuto dare il via anche alle presidenziali) e rinviate a data da definirsi. L’opposizione chiede che venga instituito un governo transitorio di due anni con il coinvolgimento di tutte le forze politiche. Richiesta non presa in considerazione.

A dicembre un grave incidente provoca oltre 90 morti a Cap-Haitien: un’autocisterna si trovava nel quartiere di La Fossette e stava cercando, probabilmente, di evitare di urtare una moto e si è ribaltata. Dopo l’incidente, i curiosi si sono recati sul posto e hanno iniziato a raccogliere il carburante in secchi e contenitori quando si è registrata una forte esplosione.

Quella che potrebbe essere una tragedia legata al caso è, in realtà, diretta conseguenza della situazione che Haiti sta vivendo negli ultimi mesi. Il paese è in mano a bande armate che hanno anche aggravato la crisi del carburante in corso, bloccando l’accesso delle navi cisterna ai due porti della capitale dove vengono effettuate le consegne. Nei mesi precedenti i principali ospedali del paese, che riescono a garantire la continuità elettrica solo grazie a dei generatori diesel, sono rimasti per giorni senza combustibile, situazione che ha portato alla morte di diversi pazienti. A inizio dicembre il governo haitiano ha annunciato un aumento del prezzo della benzina e di altri derivati ??del petrolio. Tutti questi fattori hanno trasformato la benzina in un bene raro e prezioso che ha spinto gli abitanti di Cap-Haitiene a cercare di appropriarsene dopo l’incidente all’autocisterna.

Il quotidiano statunitense The New York Times in un’inchiesta condotta per sette mesi ad Haiti intervistando più di settanta persone e viaggiando in gran parte dell’isola rivela che il presidente haitiano Jovenel Moïse, poco prima di essere assassinato, stava lavorando a una lista da presentare al governo degli Stati Uniti con i nomi di importanti politici e imprenditori coinvolti nel traffico di droga ad Haiti. Secondo alcuni funzionari e alti consiglieri haitiani incaricati della stesura di questo documento, il presidente avrebbe ordinato di non risparmiare nessuno, neanche i politici che lo avevano aiutato ad arrivare al potere.

I grandi giornali statunitensi, New York Times, Washington Post e Miami Gerald, a fine dicembre hanno ospitato dei redazionali dove si chiede che le Nazioni Unite tornino ad Haiti e prendano il controllo del paese, anche dal punto di vista militare, per garantire un periodo di transizione e stabilizzazione.

Una precedente missione ONU era cominciata nel 2004, dopo il colpo di stato contro Aristide e si era convlusa, con pochi successi, nel 2017, lasciando il posto a missioni sempre più ridotte nel contingente e nei fondi.

Il primo gennaio 2022 il primo ministro Ariel Henry è uscito illeso da un attentato all’uscita dalle celebrazioni per l’indipendenza di Haiti. Nella sparatoria è rimasta uccisa una persona. Il 5 gennaio, invece, due giornalisti haitiani sono stati assassinati da una gang attiva in un’area alla periferia della capitale di Haiti, Port-au-Prince. Le due vittime avevano appena realizzato un’intervista a un boss della criminalità locale conosciuto con il soprannome di ‘Ti Makak’. Un terzo giornalista si è salvato quando un’altra banda criminale rivale è giunta sul posto e ha aperto il fuoco.

In questo anno l’unica notizia positiva è la decisione dell’UNESCO di dichiarare patrimonio dell’umanità la zuppa joumou, una pietanza simbolo della liberazione degli schiavi ai quali era proibito il consumo a tavola quando il paese era colonia francese e simbolo dell’independenza conquistata nel 1804.

Ad Haiti le persone sono allo stremo, crisi energetica, pandemia senza alcun controllo (che non provoca tante vittime solo per l’età media molto giovane degli haitiani), crisi economica, crisi delle rimesse da parte di chi vive all’estero, violenza estrema, instabilità politica, paesi vicini che cercano di limitare gli accessi, rapimenti e disastri ambientali non lasciano prevedere un futuro migliore nel breve periodo.

One Response to 12 gennaio 2010-22: 12 anni dopo il terremoto di Port-au-Prince, com’è messa #Haiti?

  1. Gianfry Grilli says:

    insomma una tragedia senza fine. Grazie di questo puntuale articolo.

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