Cinque anni dopo il devastante terremoto che ha colpito la capitale haitiana di Port-au-Prince il bilancio è molto più negativo che positivo. Bisogna tracciare la storia di fallimenti politici, sprechi di soldi, trasferimenti forzati della popolazione e disfatta delle soluzioni a breve termine pensate dalla grande cooperazione internazionale.

Circa 3 milioni di persone hanno perso la casa, il lavoro, relazioni amicali e la propria rete d’appoggio. Nell’arco di questi anni, però, la grande cooperazione internazionale, il più delle volte ha puntato su interventi “standard” che dovrebbero funzionare in ogni situazione di emergenza, mancando il salto che avrebbe dovuto fare, già a pochi mesi dal sisma da, appunto, l’emergenza alle politiche di sviluppo. Il risultato è che Haiti non è neanche lontanamente vicina alla situazione pre-terremoto e nessuno dei problemi che storicamente affliggono il paese caraibico è stato realmente affrontato e risolto.

Un documento fondamentale per tracciare il quadro della situazione è stato redatto da Amnesty International e si chiama “15 minuti per andarsene“, il cui titolo fa riferimento al tempo che viene concesso alle famiglie quando intervengono i piani di “spostamento forzoso” per chi vive nei campi di accoglienza.

Attualmente ad Haiti vi sono ancora 123 campi profughi attivi, che ospitano oltre 85.000 persone. Le condizioni in questi campi, dopo lo stop degli aiuti, è allarmante, circa un terzo della popolazione non ha accesso ad acqua potabile, esiste un bagno ogni 82 abitanti, non vi sono le condizioni perchè la gente lavori poichè sono ubicate in zone lontane da quelle d’origine, la violenza, soprattutto verso le donne e i bambini è a livelli altissimi. A parte i campi di sfollati, una delle zone più colpite è la grande insediamento informale di Canaan, nella periferia nord della capitale. Tra il 7 e il 10 dicembre 2013 più di 200 famiglie sono state sgomberate con la forza dal settore Canaan di Mozayik. La maggior parte delle famiglie si erano trasferiti lì dopo essere stati precedentemente sfrattati da un campo profughi nel 2012. Altri sgomberi sono verificati in Canaan nel 2014. In alcuni casi gli sgomberi forzati hanno comportato l’uso di lacrimogeni e colpi sparati in aria dalla polizia. Amnesty International ha anche registrato casi di bambini, donne incinte e persone anziane aggredite durante sgomberi forzati. Mentre il numero di sfratti forzati documentate dai campi di spostamento si è ridotto nel 2014 rispetto agli anni precedenti, il governo non riesce ancora a perseguire i responsabili di questi atti. Non è riuscito inoltre ad adottare una legislazione per vietare sgomberi forzati. Il programma di alloggi difficilmente può essere bollato come il successo. Una verifica nel 2013 ha scoperto che USAID aveva sottovalutato quanto sarebbe stato necessario per gli insediamenti, gonfiò il budget da 59 milioni dollari a 97 milioni dollari, mentre ha tagliato il suo obiettivo di 15.000 case a 2.649.

Sulla scia del disastro, i soldi e gli aiuti umanitari si riversarono nel paese. Alcuni sono andati per la creazione di programmi di sovvenzioni di affitto, che supportano gli sfollati di affittare un alloggio per un anno. Tuttavia, mentre questi programmi hanno ridotto in modo significativo il numero di campi di sfollati, non possono essere considerati come una soluzione durevole a lungo termine. Meno del 20% delle soluzioni abitative fornite potrebbe essere visto come a lungo termine, o sostenibile. Invece la maggior parte dei programmi hanno semplicemente fornito misure temporanee, per esempio la costruzione di T-shelter, che sono piccole strutture realizzate con materiali leggeri, progettati per durare solo tre a cinque anni.

La presenza internazionale dei caschi blu, già attiva dal colpo di stato che nel 2004 ha destituito il presidente Aristide, è stata prolungata fino alla fine del 2015, anche contro il parere del governo haitiano. I risultati, in alcuni casi indubbiamente positivi, della presenza dei corpi dell’ONU non deve però far dimenticare le tante ombre legate a diverse violenze denunciate e soprattutto alla questione del colera. Questa è forse l’aspetto più tragico mai registrato in un intervento umanitario. Oltre 80.000 persone sono state contagiate tra l’autunno del 2010 e il 2011 per un’epidemia di colera, malatia non presente sull’isola da oltre un secolo. Il pannel di quattro esperti nominati dall’ONU per indagare sull’origine dell’epidemia non parla di colpe dirette, ma di “una confluenza di circostanze”. Il focolaio è stato causato da “batteri introdotti in Haiti a seguito di attività umana, e più specificamente dalla contaminazione del fiume Artibonite con un ceppo patogeno del tipo South Asian Vibrio cholerae”, ovvero quello presente in Nepal. Il fiume in questione si trovava a valle dell’insediamento dei Cashi Blu nepalesi i cui sistemi fognari perdevano inquinando le acque usate dagli abitanti per lavarsi, lavare i vestiti e cucinare.

Alla fine del 2014, gli aiuti di governi, fondazioni, aziende e privati in risposta alla tragedia ha raggiunto quasi 10 miliardi dollari; con la promessa di almeno altri 6 miliardi dollari entro il 2020. Un recente rapporto del Dipartimento di Stato USA indica che un terzo dei fondi promessi per il recupero sono ancora da spendere. I più recenti dati delle Nazioni Unite dimostrano che il governo haitiano ha ricevuto dal 2012 solo 9,1 per cento dei fondi stanziati per la ricostruzione del proprio paese (582.300.000 $); mentre solo lo 0,6 % ha sostenuto ONG e imprese haitiane. In realtà, il maggior beneficiario degli aiuti terremoto di Haiti è il governo degli Stati Uniti, con USAID ricevendo contratti del valore di oltre 1 miliardo di dollari negli ultimi 5 anni. Questo è stato uno stimolo utile per le società di cooperazione di Washington ma non ha rafforzato l’occupazione ad Haiti, dove oltre il 60 % della popolazione vive ancora con meno di 1,25 dollari al giorno. Mentre non c’è dubbio che una parte della colpa per queste difficoltà può essere addebitato ai decisori haitiani, questi problemi sono stati rafforzati da un sistema di aiuto che opera attraverso regole inefficaci, procedure dispendiose e organizzazioni opache. I donatori citano i rischi di corruzione nell’incanalare denaro attraverso il governo haitiano, ma organismi di aiuto occidentali hanno raramente si sono dimostrati più efficaci o responsabile.

Poi c’è il caso preoccupante di Yele Haiti ONG fondata dall’ex cantante di Fugees il rapper haitiano Wyclef Jean, che ha preso in $ 16 milioni nel 2010 sfruttando la forza della sua immagine, e ha speso più di $ 4 milioni per le spese interne come stipendi, consulenti, viaggi, l’ufficio e le spese di magazzino .

La grande cooperazione italiana non è stata da meno. A fianco di progetti riusciti vi sono diversi casi alquanto deprecabili. Senza dove citare l’invio della portaerei Cavour voluta dall’allora Ministro La Russa che, a fronte di 10 giorni di lavoro ad Haiti, ha scelto di passare dal Brasile per promuovere gli armamenti italiani al governo sudamericano, al modico costo di 25.000 euro per ogni ora di navigazione, vale la pena ricordare i soldi destinati agli aiuti che le ONG hanno deciso di investire (e perdere) in borsa. Il consiglio direttivo di Agire (consorzio che raggruppa le 12 principali ONG di cooperazione internazionale italiane) ha deciso di affidare parte dei fondi raccolti con la campagna di SMS in attesa di erogazione a una società di intermediazione finanziaria che ha ringraziando facendo sparire 2 milioni di euro.

La situazione politica haitiana si appresta ad affrontare l’anniversario dei cinque anni del terremoto nel peggiore dei modi, con una crisi che vede opposto presidente, Martelly, ex cantante eletto dopo un contestatissimo processo elettorale, e il Senato. Proprio del 12 gennaio dovrebbe esserci lo scioglimento del Parlamento e un governo per decreti, situazione ai limiti dell’autoritarismo. L’opposizione ha annunciato giorni caldi di proteste per chiedere le dimissioni del presidente.

Sul lato sociale Haiti ha raggiunto il triste primato di “schiavi moderni”, classificandosi come secondo stato al mondo e primo nel continente. Secondo un recente rapporto circa il 2% della popolazione haitiana vive in situazione di schiavitù (approfondimento). Per non farsi mancare nulla, nel 2013 il Tribunale Costituzionale della Repubblica Dominicana, dove risiedono circa un milione di haitiani o discendenti da haitiani, ha emesso una sentenza che ha cancellato la cittadinanza dominicana a circa 200.000 persone creando una situazione di apolidia che il Governo sta cercando faticosamente di sanare.

In sintesi, la situazione è ancora molto brutta, anche se i riflettori su queste terre si accendono solo il 12 gennaio, per un paio di servizi sull’anniversario del sisma, qualche foto sulla (mancata) ricostruzione e poi il nulla per un altro anno.

Per chi volesse approfondire continuo a suggerire il libro che ho curato con Helga: “Haiti: l’isola che non c’era“, IBIS edizioni. Dateci un’occhiata.

3 Responses to 12 gennaio 2010 – 12 gennaio 2015: 5 anni dal terremoto che colpì Haiti. Cosa è successo nel frattempo?

  1. […] su cosa è successo in questi 5 anni è disponibile sul blog personale di Roberto Codazzi, che attualmente sta vivendo in Repubblica […]

  2. […] vera o presunta, ad Haiti fosse in realtà un ottimo affare per pochi (vedi caso Felix Bautista, o ONG americane). Haiti è stata anche al centro di uno scontro Venezuela – USA sul tema […]

  3. […] Non molto è cambiato nell’ultimo anno. Qui raccontavo la situazione esattamente un anno fa. […]

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