12 gennaio 2010, la data in cui un terremoto colpì Port-Au-Prince distruggendola completamente. Neanche il palazzo presidenziale o la cattedrale resistettero alle scosse. Le vittime accertate furono oltre 230.000, tra cui anche il comandate della missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite.

Da allora il paese caraibico ha vissuto una spirale di regressione che l’ha portato, oggi, alle soglie di un’anarchia di fatto.

Prima fu il colera introdotte dai Caschi Blu nell’autunno del 2010, poi un susseguirsi di uragani e terremoti che hanno sfiancato la popolazione, investimenti internazionali sbagliati, sperpero dei soldi dedicati alle emergenze, flussi migratori massivi verso gli USA o il Brasile o altri paese dell’America Latina.

Il culmine si tocca il 7 luglio del 2021 quando un commando irrompe nella casa del presidente Jovenel Moïse e lo uccide. Per questo atto, in un tribunale della Florida, l’ex senatore haitiano Joseph Joel John, 52 anni, si è dichiarato colpevole di aver cospirato con altre persone per commettere l’omicidio.

Sono oltre 300 le bande armate che si contendono il controllo del territorio, soprattutto nella capitale Port-au-Prince, dove l’80% dell’area è sotto il loro controllo.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato, dopo molti mesi di stallo, una missione internazionale di polizia sotto la guida del Kenya che dovrebbe iniziare a breve, se l’Alta Corte del paese africano darà il via libera. Si tratta, comunque, di qualcosa che difficilmente riuscirà a spostare gli equilibri sull’isola.

Ci sono circa 200.000 sfollati interni ad Haiti – in gran parte costituiti da persone che hanno lasciato le loro case a causa degli attacchi delle bande – tra cui 40.000 che sono dovuti fuggire dalle violenze tra agosto e ottobre 2023.

In questo contesto l’ONU ha tagliato le razioni di cibo per milioni di persone colpite dalla crisi ad Haiti così come nello Yemen, in Sud Sudan, in Siria, nella RDC e altrove. La ragione è che ha ricevuto solo il 38,6% dei fondi richiesti.

Nel 2023, oltre il 40% della popolazione haitiana ha sperimentato una grave insicurezza alimentare; l’accesso all’elettricità, all’acqua potabile, ai servizi igienici, all’assistenza sanitaria e all’istruzione è stato gravemente limitato.
Nonostante le condizioni disastrose del Paese, i governi stranieri hanno rimpatriato più di 100.000 persone ad Haiti tra gennaio e agosto. 

A settembre, “le carceri di Haiti contenevano più di tre volte la loro capacità massima. Tra gennaio e settembre, 128 detenuti sono morti, soprattutto per malattie legate alla malnutrizione.

L’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha registrato l’uccisione di 3.156 persone, tra cui 36 agenti di polizia, e 1.284 rapimenti da parte di questi gruppi tra gennaio e settembre 2023. 

Mentre la Repubblica Dominicana si trova a fronteggiare senza aiuti esterni una crisi migratoria molto alta e sta copletando la costruzione di un muro di separazione dell’isola, Haiti è completamente sparita dalle agende della politica internazionale ed è finita nel dimenticatoio mediatico.

Roberto Codazzi, curatore di “Haiti. Il terremoto senza fine.” (People, 2020)

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Nella seduta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di ieri è stata finalmente approvata la risoluzione presentata dell’Ecuador che autorizza l’invio di forze internazionali di polizia in territorio haitiano per contribuire alla guerra contro le gang che hanno preso il controllo del paese da diversi anni.

La richiesta di intervento internazionale era stata avanza il 6 ottobre 2022 dal governo haitiano tramite il primo ministro Ariel Henry che svolge anche la funzione di presidente de facto dall’omicidio di Moise nel luglio del 2021.

Il voto di ieri non è stato unanime, infatti Russia e Cina si sono astenute dichiarando che condividono l’urgenza ma non ritengono la risoluzione all’altezza dei problemi da affrontare e mettendo in discussione la liceità di invio di forza militare autorizzare all’uso della forza in un paese dove il governo non è propriamente legittimo essendo state cancellate tutte le elezioni previste nel 2016 e non avendo un parlamento in carica.

Si tratta di un risultato importante per Biden e Guterres che precedentemente non erano riusciti a convincere il Canada a farsi carico della guida della missione. A dare la propria disponibilità è stato il Kenya che nelle scorse settimana ha già realizzato dei sopralluoghi sul campo. Si tratterò di una missione che agirà per m,andato del Consiglio di Sicurezza ma non con la guida delle Nazioni Unite, vista la fallimentare esperienza dei caschi blu durante la missione Minustah operativa ad Haiti tra il 2004 e il 2018.

La missione avrà un carattere statico, ovvero ha l’obiettivo di mettere in sicurezza le principali infrastrutture strategiche del paese, come il porto e l’aeroporto, che attualmente sono alla mercé di bande armate. Secondo un recente rapporto dell’ONU circa l’80% del territorio della capitale e larga parte delle province vengono controllati da gang legato al narcotraffico, a ex poliziotti e alla criminalità locale. Secondo l’ufficio politico delle Nazioni Unite, ad oggi, Haiti avrebbe una forza teorica di circa 15.000 poliziotti, ma sul campo sarebbero attivi pochi più di 3.000. In questo senso l’annuncio del Kenya di inviate 1.000 effettivi ha un peso decisamente importante sulle forze in campo.

Secondo il Miami Herald le altre nazioni che avrebbero già garantito un appoggio militare alla missione con l’invio di uomini sarebbero Mongolia, Senegal, Belize, Suriname, Guatemala, Perù, Spagna e Italia.

Ecco, qui si apre un tema poichè in Italia non vi è traccia di una discussione sull’invio di forze di polizia. Nel libro “Haiti: il terremoto senza fine” (People, 2020) abbiamo provato a ricostruire il contributo italiano nel periodo successivo al sisma che nel 2010 distrusse buona parte della capitale di Haiti, Port-au-Prince.

Il principale apporto italiano fu l’invio della portaerei Cavour deciso dall’allora ministro della difesa La Russa. La missione umanitaria fu fortemente contestata per i costi (mai rilevati ma stimati in oltre 13 milioni di euro solo per il suo spostamento) e per l’impatto reale (solo 56 pazienti ricoverati a bordo). In compenso la Cavour, che fino ad allora non era mai uscita dai porti italiani, accompagnata dal cacciatorpediniere Andrea Doria, approfittò di quel viaggio umanitario per toccare diversi porti brasiliani e mettere in bella mostra i pezzi pregiati dell’industri bellica italiana agli occhi di potenziali acquirenti latinoamericani.

L’esperienza dell’intervento italiano ad Haiti è stato punteggiato da tanti piccoli e grandi sprechi di denaro. Uno abbastanza emblematico fu quello che vide protagonista la Regione Sicilia che di acquistare 50 mila tonnellate di arance pagandole fino a 25 centesimi, quando il prezzo di mercato oscillava intorno ai 10 centesimi e in molti casi le produzioni restavano invendute, per confezionare succhi di frutta destinati all’emergenza umanitaria di Haiti. A conti fatti un brik di succo costò circa 3,5 euro quando sul mercato aveva un prezzo di 1,5 euro. Quando finalmente i succhi furono pronti, ci si accorse che non avrebbero mai sopportato un viaggio per l’Atlantico e finirono in dono al Banco Alimentare.

Haiti ha un fondamentale bisogno di aiuto internazionale, come ha anche dichiarato ieri notte il presidente della vicina Repubblica Dominicana, Luis Abinader: ” Plaudiamo all’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU della risoluzione che autorizza la Missione Multinazionale di Sostegno alla Sicurezza ad Haiti. Progresso significativo per la pacificazione di Haiti; Sosteniamo un processo definitivo di sviluppo istituzionale ed economico per gli haitiani.”, tale aiuto però non può e non deve diventare occasione per vetrine militari o sprechi economici che per nulla aiutano il popolo haitiano.

Durante lo scorso Consiglio Comunale si è discusso un ordine del giorno che nasce dal tragico evento, ennesimo, che ha visto la morte di diverse decine di persone al largo della Calabria.

Ecco il mio intervento:

L’ordine del giorno presentato oggi dalla consigliera Zecchini mi porta a fare alcune riflessioni partendo da due eventi storici.

Nel periodo tra l’ascesa al potere dei nazisti nel 1933 e la resa della Germania nazista nel 1945, più di 340.000 ebrei emigrarono dalla Germania verso l’Austria. Dopo che la Germania annesse l’Austria nel marzo del 1938, le nazioni dell’Europa occidentale e delle Americhe temerono un’ondata di rifugiati. 300.000 persone si misero in fila fuori dai consolati statunitensi sperando di ottenere uno dei 27.000 visti concessi allora dalle quote di immigrazione. La maggior parte non ottenne mai il visto. Alla Conferenza di Evian, nel luglio del 1938, la Repubblica Dominicana fu l’unico paese a dirsi disposto a ricevere un alto numero di rifugiati, seguita poi dalla Bolivia, e accolse circa 30.000 emigrati ebrei.

Nel maggio-giugno del 1939, gli Stati Uniti rifiutarono di accogliere più di 900 profughi ebrei salpati da Amburgo, in Germania, a bordo della St. Louis. Fu negato l’ingresso alla maggior parte dei passeggeri e la nave fu obbligata a fare ritorno in Europa. Dei 908 passeggeri a bordo della St. Louis che rientrarono in Europa, 254 (quasi il 28%) morirono durante l’Olocausto.

Oggi viene spontaneo chiedersi come fu possibili che nazioni che si dicevano democratiche potessero essere così spietate nel negare l’accoglienza a chi in patria soffriva un regime di segregazione e, poi, di sterminio.

La seconda immagine che mi è venuta in mente, sentendo le parole del ministro Piantedosi che accusa le madri (chissà come mai non i padri) di mancare di giudizio nel mettere in mare i propri figli sapendo che potrebbero morire, l’immagine, dicevo, è quella delle persone bloccate ai piani alti delle Torri Gemelli in fiamme dopo gli attentati che pur di non morire bruciate si gettarono nel vuoto. Un ultimo disperato tentativo di scampare alla morte.

E questo è la traversata del Meditterraneo o delle altre drammatiche rotte di accesso all’Europa, un ultimo disperato tentativo di scappare alla morte nei paesi di origine o nei paesi di transito e detenzione dove vengono trattenuti in campi di concentramento finanziati anche dai soldi europei ed italiani.

A prescindere da cosa pensi, un Ministro degli Interni (garante cioè della pubblica sicurezza) non dovrebbe mai esprimere giudizi morali su casi nei quali ha responsabilità dirette. Men che meno se non conosce le circostanze, la storia, l’identità delle vittime. Il giudizio morale, “la disperazione non può giustificare viaggi pericolosi per le vite dei figli”, diventa grottesco oltre che inopportuno quando si appura che le persone in questione provengono da posti dove sono in corso conflitti e persecuzioni come Afghanistan, Pakistan e Kurdistan.

Nel dibattito si è citata l’agenzia Frontex come organismo incaricato di controllare i confini europei. Ricordo che nell’ottobre 2022 il Parlamento Europeo respinse l’approvazione del bilancio dell’agenzia perchè “L’agenzia non è riuscita a proteggere i diritti fondamentali dei migranti e dei richiedenti asilo e, secondo i media, è stata coinvolta in operazioni di respingimento illegale di almeno 957 rifugiati tra marzo 2020 e settembre 2021.”

Citando Civati: Nel mare ci sono i coccodrilli è il titolo di un libro di Fabio Geda, dedicato al tema dell’immigrazione. E se nel mare ci sono i coccodrilli, gli squali, quelli no, non stanno in mare, stanno sulla terraferma. Sono quei politici che fanno esercizio quotidiano di xenofobia e di irresponsabilità verso la vita delle persone. Persone che per loro evidentemente lo sono solo fino ad un certo punto.

Gli squali che vivono e governano qui da noi hanno altri amici squali al di là del mare, nei campi libici, sulle motovedette, nell’uso reiterato della violenza e della sopraffazione per “gestire” i flussi migratori.

Esistono le lacrime di squalo, variante di quelle dei coccodrilli già citati, perché prima si fa di tutto per evitare che le persone in mare siano soccorse, poi si piangono i morti, dando la colpa a chi li fa partire (cioè, in fondo, a loro stessi, perché sono loro a voler partire, pensa un po’).

Gli squali impongono codici di condotta, usano espressioni sprezzanti, accusano di complicità i volontari che vogliono salvare vite, evocano complotti, piani per la sostituzione etnica e altre oscenità. Sono al governo ma anche quelli che c’erano prima non hanno fatto molto diversamente (ora però dicono che sono cambiati, quindi tutto a posto).

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Potrebbe essere un'immagine raffigurante 3 persone, persone in piedi, attività all'aperto e il seguente testo "TTRECCANI ISTITUTO MAGAZINE CATALOGO SCUOLA FORMAZIONE LIBRI ARTE TRECCANI CULTURA NESS Arty 5 gennaio 2023 Enigma Haiti"

Il 12 gennaio del 2010 un terremoto colpì la capitale di #Haiti distruggendola. Da allora, a sprazzi, si parla di Haiti anche sui media italiani, purtroppo però spesso con poca cognizione di causa.L’Enciclopedia Treccani ha un podcast, Macondo, dedicato all’America Latina curato da Federico Larsen e Federico Nastasi.

A pochi giorni dall’anniversario del terremoto hanno deciso di dedicare un’intera puntata ad Haiti intervistando l’attivista Lautaro Rivara, il fotoreporter Richard Pierrin e me.

Il risultato è una mezzora di podcast in cui si ripercorre la storia di Haiti, le sue difficoltà e la stretta attualità.Devo confessare che quando iniziai a curare l’edizione dei due libri Haiti, l’isola che non c’era (con Helga Sirchia; Ibis, 2011) e Haiti, il terremoto senza fine (People, 2020) mai avrei pensato di finire sulla Treccani.

Per me un grande onore e una grande responsabilità.

Buon ascolto: https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Enigma_Haiti.html

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Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal sono state tre sorele nate in Repubblica Dominicana che, a causa del loro impegno politico contro la dittatura, sono state uccise il 25 novembre 1960 su ordine del tiranno Rafael Trujillo.

La data del loro omicidio è diventata la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Come raccontare questa vicenda a bambini della scuola dell’infanzia?

Ci abbiamo provato trasformando la loro vita in una favola, di quelle ambientate nei boschi e in cui gli animali parlano, e l’abbiamo illustrata con bellissimi acquarelli.

Il libro ha il testo in italiano e spagnolo (la lingua delle sorelle Mirabal), l’introduzione del poeta e ambasciatore dominicano in Italia, Tony Raful e delle schede che raccontano dov’è la Repubblica Dominicana, la vita delle sorelle Mirabal e la storia del fiore a loro dedicato scoperto a pochi metri dalla loro casa natale.

Il testo, promosso dall’associazione ColorEsperanza, ha la storia firmata dalla docente dominicana Ana Luisa Reyes con adattamento e traduzione mia, illustrazioni di Fiorella Frezza e schede tecniche di Stefano Zanni, edizioni Porto Seguro.

Dal 25 novembre sarà disponibile sulle varia piattaforme di vendita on line e per la prenotazione in libreria.

La copertina del libro
Una delle pagine interno del libro

Durante il Consiglio Comunale del 27 ottobre 22 siamo stati chiamati ad esprimerci rispetto ad un ordine del giorno presentato da Rita Zecchini sulla guerra in Ucraina. Ho deciso di non partecipare al voto, dichiarandomi inadeguato ad esprimermi su un testo che, tra le altre cose presentava elementi alquanto ambigui (la neutralità dell’Ucraina, il ruolo dell’Italia, il richiamo agli accordi di Minsk, giusto per dirne alcuni). Ho chiesto, due volte, alla consigliera di fare un gesto di pace e quindi ritirare l’odg al termine della discussione per non creare ulteriori divisioni, anche in seno al Consiglio. Non avendo avuto risposta positiva ho quindi preferito uscire dall’aula.

Qui il testo del mio intervento:

Ringrazio la consigliera Zecchini per aver portato in discussione questo tema ma mi trovo in difficoltà nell’esprimermi rispetto all’ordine del giorno e alla fine spiegherò il perchè. Nel frattempo sottolineo alcune cose, per me importanti.

  • La pace è il risultato di un cammino comune, condividere con gli altri gruppi il testo dell’ordine del giorno concordando le parole da usare sarebbe stato sicuramente molto più efficace che arrivare oggi in consiglio con un documento che esprime una singola visione.

Entrando nel vivo dell’odg vi sono molti passaggi che mi generano dei dubbi:

  • si parla di 8 mesi di guerra in Ucraina, ma quella è solo l’ultima parte di un conflitto molto più esteso che ha vissuto alti e bassi ma che, almeno dal 2014, ovvero da quando la Russia ha invaso e annesso illegalmente la Crimea si può e si deve chiamare guerra. Il fatto che non fosse un tema nei nostri giornali, non vuol dire che non lo fosse.
  • si citano gli “Accordi di Minsk”, senza specificare se si parli dei primi o dei secondi. I primi del 2014 erano nell’essenza un cessate il fuoco, i secondi, del 2015, sono complicate misure che sarebbero dovute essere prese da tutte le parti in causa nel conflitto del Donbass e disattesi da Ucraina, separatisti filorussi e Russia stessa. Mi chiedo quale sia il senso di ricordarli nell’odg, come se la guerra sia in qualche modo stata “giustificata” dalla non applicazione degli accordi di Minsk II. E perchè non ricordare allora il memorandum di Budapest dove la Russia, gli Stati Uniti e il Regno Unito concordarono, in cambio dell’adesione dell’Ucraina al trattato di non proliferazione delle armi nucleari e del trasferimento del suo arsenale nucleare in Russia, di rispettare l’indipendenza e la sovranità ucraina entro i suoi confini dell’epoca?
  • si chiede che l’Ucraina sia neutrale. Ma perchè mai? Io credo che ogni stato abbia piena libertà di allearsi con chi crede sia più corretto, nella piena applicazione del principio di autodeterminazione dei popoli. Sia esso la NATO, il patto di Varsavia, la Corea del Nord o i venusiani. Perchè il Consiglio Comunale di Cernusco sul Naviglio dovrebbe in qualsiasi modo esprimersi su questo? Con quale autorevolezza?
  • Svolgimento del referendum sulle zone contese. In un contesto come quello attuale pensare di poter in qualche modo realizzare un processo democratico e libero di autodeterminazione tramite referendum appare come qualcosa di utopico e irrealistico. Basti pensare che, per esempio, in condizioni totalmente diverse, la definizione dello status giuridico di Trieste e dell’Istria dovette attendere nove anni dalla fine della guerra per essere risolto.
  • Si realizza una considerazione rispetto alle sanzioni economiche senza però dire cosa si vorrebbe fare: eliminarle? confermarle? legarle a diversi obiettivi?

Arrivo infine alla richiesta di una conferenza internazionale nella quale l’Italia, a detta del dispositivo dell’odg, dovrebbe avere un ruolo attivo. E faccio alcune considerazioni:

L’Italia è rappresentata da queste figure politiche:

  • la terza carica dello stato, il presidente della Camera, Fontana, leghista dichiarava nel 2018 che “Le sanzioni contro la Russia sono parte dello scontro in atto in tutto il mondo tra globalisti e identitari”. Quelle sanzioni imposte dopo l’annessione della Crimea.
  • dall’altra parte, il segretario del suo partito, Salvini, firmò un accordo di collaborazione con Russia unita, il partito di Putin, accordo che non è mai stato cancellato e i suoi rapporti con la Russia sono noti e attenzionati.
  • il legame tra Berlusconi e Putin è altrettanto noto, tanto che solo poche settimane fa il presidente di Forza Italia è arrivato a dichiarare che “Putin voleva solo sostituire Zelensky con un governo di persone perbene” (senza citare le bottiglie di vodka e le epistole dolcissime).
  • la seconda carica dello stato, La Russa, Fratelli d’Italia, più o meno nello stesso periodo ci spiegava come gli italiani siano “tutti eredi del duce”. Quello stesso duce che durante le guerre imperialiste in Etiopia non esitò ad autorizzare l’uso di gas chimici contro la popolazione civile, Prima volta nella storia, in violazione agli accordi internazionali.
  • Pichetto Fratin, ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, nel 2016 partecipò all’inaugurazione del “centro di rappresentanza della Repubblica Popolare di Donetsk”
  • il presidente del consiglio uscente Draghi si è recato negli USA per ricevere un premio da Kissigner, lo stesso che è responsabile di guerre e colpi di stato dal Cile all’Asia, dimostrando un discutibile rapporto con le modalità di risoluzione dei conflitti.
  • Matteo Renzi per un po’ ha aspirato a guidare la NATO, ma lo stesso alleato Calenda ha dichiarato: “Con che credibilità Renzi in futuro potrebbe in futuro influenzare la politica estera dopo aver ricevuto soldi personalmente dall’Arabia Saudita?”.
  • Guardando a sinistra, Maurizio Acerbo effettua uno strano parallelismo quando afferma, aprile 22, “In Italia la NATO ha diretto la strategia della tensione, con stragi contro la democrazia italiana, al fine di impedire che il PCI andasse al governo. Non dovrebbe stupire che i russi non vogliono la NATO al confine.”
  • Marco Rizzo, del Partito Comunista, si spinge oltre, per lui “Putin ha reagito a una provocazione”

Mi chiedo perché mai l’Italia dovrebbe avere un ruolo in questa conferenza se non riesce neanche a presentarsi con persone credibili rispetto alle proprie relazioni con le parti in causa.

Inoltre, sono convinto che uno dei grossi problemi sia il fatto che le Nazioni Unite vengano continuamente bypassate da iniziative bilaterali. Credo fermamente nel multilateralismo e quindi sul fatto che gli Stati nazione debbano fare un passo indietro. Sarebbe utile la riforma globale del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che ha ancora un anacronistico diritto di veto da parte delle nazioni che più guerre hanno condotto dopo la seconda guerra mondiale. 

Arrivo ora a definire la mia inadeguatezza.

A fine gennaio 2022, pochi giorni prima dell’invasione dell’Ucraina, l’ex presidente del Consiglio e ex Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, scriveva “Russia ed Europa, anche nella difficile contingenza politica di oggi, hanno tutto l’interesse a non tirare troppo la corda e a ritornare ad un accordo duraturo”. Lo stesso presidente ucraino a inizio febbraio 2022 rifiutava pubblicamente le avvertenze USA su una prossima invasione della Russia dicendo “Sono il presidente dell’Ucraina, sono di base qui, e penso di conoscere i dettagli più a fondo di qualsiasi altro presidente”.

Se politici navigati e sicuramente più informati di noi non sono riusciti a prevedere quello che sarebbe successo da lì a pochi giorni, come potremmo fare noi delle affermazioni dal Consiglio Comunale di Cernusco?

Allora dico solo una parola, quella che ha guidato la Marcia per la Pace Perugia Assisi della scorsa primavera “Fermatevi!”.

Condividiamo tutti l’orrore della guerra, di quella in Ucraina, e di tutte le altre meno mediatiche, ma non abbiamo gli strumenti per dire, noi, cosa dovrebbero fare gli altri.

Anche Papa Francesco l’ha ribadito. Papa Francesco che, ricordo, anche se molto citato da destra e sinistra, forse non è molto capito, visto che mentre in Italia molti politici esultavano per il golpe contro Allende, politici i cui eredi sono oggi al governo, lui dava ospitalità e rifugio ai socialisti cileni, perchè la religione è prassi, non parole. (Gesù è verbo, non sostantivo, dice Ricardo Arjona).
Papa Francesco scrive in questi giorni: “In nome di Dio, fermate la guerra”. 

Fermate le guerre, senza mettere paletti, non dice fermate se si ritirano le truppe, fermate se si rispettano gli accordi di Minsk, fermate se…

Fermate e basta. 

Quindi, chiedo alla consigliera Zecchini di ritirare l’odg, che ha avuto il merito di farci discutere stasera. “Fermiamoci!”

In caso contrario annuncio la mia decisione di lasciare l’aula dichiarandomi incompetente e inadueguato a indicare alle forze in campo cosa devono fare.

grazie.

 

7 minuti di emozioni per il mio primo intervento in Consiglio Comunale, ieri, dopo 25 anni di politica “in strada”.Ho voluto ricordare che ieri era il 14 luglio che vuol dire almeno 3 date storiche (si, oltre alla presa della Bastiglia e alla morte di Lady Oscar, certo):

1933 messa al bando in Germania di tutti i partiti diversi da quello nazista

1948 attentato a Palmiro Togliatti

2016 attentato a Nizza.

Tre date che ci fanno pensare all’importanza delle opposizioni, al rischi personale di chi fa politica e alla necessità di mantenere sempre uno sguardo accogliente verso il mondo. Tre cose che ho visto agli albori del mio interesse politico in Angelo Spinelli, persona a cui è dedicata la sala consiliare.

Ho voluto anche ringraziare Ermanno Zacchetti per le deleghe conferite a Daniele Restelli e Debora Comito, assessori di Cernusco Possibile, perchè permettono di tenere insieme ecologia e impegno sociale (ho citato il sindacalista brasiliano Chico Mendes che per queste battaglie ha perso la vita).

Ho chiuso poi con l’auspicio di saper costruire ponti (come diceva e praticava Alexander Langer) e mantenere aperta l’immaginazione politica sul possibile (come invita a fare Giuseppe Civati).La buona politica è possibile.

Con emozione, ci proveremo.

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Male, anzi malissimo.

12 anni fa un violento terremoto colpiva la capitale di Haiti, Port-au-Prince provocando uno dei disastri più mortiferi di sempre: più di 316.000 persone sono morte, secondo il governo haitiano, a causa del sisma e del ritardo nei soccorsi. Più di un milione e trecentomila persone sono rimaste senza casa, moltissimi di loro sono state spostate in tendopoli gestite dalle organizzazioni internazionali, anche a diverse decine di chilometri da casa loro. Nei giorni e mesi successivi al terremoto sono arrivati ad Haiti tantissimi soldi, più di 7 miliardi e mezzo di dollari.

Cosa è successo dopo?

Nel libro Haiti: il terremoto senza fine (edito da People) abbiamo raccontato come l’intervento internazionale, escludendo il popolo haitiano dalla gestione delle risorse economiche, sia stato, in molti casi, un fallimento. Ricordiamo gli scandali legati alla Croce Rossa statunitense, alle fondazioni private, alla cooperazione italiana e al colore che fu portato sull’isola dai Caschi Blu e che ha provocato oltre 10.000 morti.

Il paese non si è ripreso, la cooperazione internazionale, dopo i primi anni, è tornata ad ignorare Haiti mentre la politica internazionale era più preoccupata a evitare che gli haitiani emigrassero, praticando rimpatri forzati e respingimenti, piuttosto che aiutare una debole classe politica a crescere e a consolidare la fragile democrazia.

L’ultimo anno ad Haiti è stato un disastro sotto ogni punto di vista.

A febbraio il presidente Jovenel Moïse, in carica dal 2017 e che da oltre un anno stava governando per decreto senza un parlamento (a gennaio 2020 erano infatti decaduti i deputati e 2/3 dei senatori) rifiuta di cedere il potere, come chiedono le opposizioni, e si avventura in una riforma della Costituzione da molti vista come una svolta autoritaria. Proprio il 7 febbraio, il giorno della fine del mandato, fece arrestare un giudice della Corte di Cassazione, Ivickel Dabrésil, accusandolo di tentato golpe e di alto tradimento.

Le opposizioni identificarono il giudice della Corte Suprema Joseph Mecene Jean Louis come presidente provvisorio, senza però ottenere nessun risultato concreto se non il dispiegamento dell’esercito davanti alla Corte di Cassazione e l’avvio di una stagione di violente proteste di piazza.

Nella vicina Repubblica Dominicana intanto il presidente Abinader da il via alla costruzione di un muro che, nelle intenzioni, dovrebbe percorrere tutta la frontiera tra i due paesi e ridurre il numero di haitiani che ogni giorno attraversano la frontiera.

Lentamente Haiti scivola verso l’anarchia con le bande armate che si dividono il territorio e avviano una stagione di sequestri sempre più spregiudicati e numerosi.

A metà marzo la polizia haitiana tenta quella che sarà l’ultima operazione contro una delle gang del paese entrando nella baraccopoli Village de Dieu, a Port-au-Prince. Si tratta di un fallimento completo: 4 agenti vengono uccisi, e i loro corpi bruciati e mai restituiti, 8 vengono feriti. La banda guidata da “Izo” si impadronisce di armi e munizioni e anche un veicolo blindato.

Ad aprile, l’onda dei sequestri cresce ancora fino ad arrivare al rapimento in diretta tv di un pastore evangelico che stava celebrando la messa del giovedì santo in uno studio televisivo. Uomini armati entrano e, mentre la ragazza prova a continuare a cantare, bloccano la cerimonia e li portano via. Pochi giorni prima la nazionale di calcio del Belize era stata fermata mentre si recava in albergo e rilasciata solo dopo una lunga mediazione.

Vengono cancellate, ufficialmente per covid, le elezioni di aprile che avrebbero dovuto eleggere sindaci e parlamentari e il referendum sulla nuova Costituzione incaricata da Jovenel Moïse a un gruppo di saggi ma che non viene mai presentata nella versione definitiva.

Il 6 luglio il presidente Jovenel Moïse decide di cambiare il primo ministro, l’ottavo dall’inizio della sua gestione, il quattordicesimo dal terremoto del 2010. Nella notte tra la nomina e il giuramento viene però assassinato nella sua casa da un commando armato guidato da mercenari colombiani che saranno poi arrestati nei giorni successivi.

Due settimane dopo l’omicidio, su pressione degli Stati Uniti, avviene l’avvicendamento tra il primo ministro uscente Claude Joseph, che inizialmente non sembrava intenzionato a lasciare l’incarico e il nuovo primo ministro Ariel Henry che, di fatto, assume anche i poteri di presidente.

Claude Joseph rimarrà come Ministro degli Esteri del nuovo governo fino a quando non verrà estromesso, insieme al Ministro della Giustizia e inizierà ad accusare Ariel Henry si esser parte del complotto che ha portato all’uccisione del presidente, tesi sostenuta anche dalla vedova di Moïse che, ferita nell’agguato, è riuscita a salvarsi facendosi passare per morta.

Solo dopo l’uccisione del presidente arrivano ad Haiti i primi vaccini contro il covid, donati dagli Stati Uniti.

Il presidente Jovenel Moïse con la moglie

A metà agosto, nel mezzo di questa crisi istituzionale, il sud di Haiti è stato colpito da uno sciame sismico che ha lasciato dietro di se più di 2.250 morti e 80.000 case distrutte. Per raggiungere la zona, però, si deve attraversare, dalla capitale, un’area sotto il diretto controllo di una delle più feroci bande armate che ha bloccato gli aiuti per una settimane fino a quando non si è arrivati ad un accordo.

Nei giorni successivi al sisma, come se non bastasse, si registra anche il passaggio della tormenta tropicale Grace blocca le ricerca e complica molto la situazione.

A settembre scoppia uno dei casi migratori più eclatanti degli ultimi anni per gli Stati Uniti: al confine tra Messico e Texas, nelle vicinanze della città Rio Grande iniziano ad arrivare grandi gruppi di migranti, in grande maggioranza haitiani, con l’intento di entrare negli Stati Uniti. In pochi giorni si arriva a 15.000 persone che si accampano sotto un cavalcavia chiedendo asilo politico. La risposta delle autorità è terribile, viene costruito un muro d’acciaio, con le voltanti della polizia lungo tutto l’argine del fiume, la polizia a cavallo texana insegue i migranti con le fruste in mano, il governo federale inizia a rimpatriare verso Haiti migliaia di persone.

Esattamente due mesi dopo la sua nomina, Dan Foote rassegna le sue dimissioni da inviato speciale degli Stati Uniti ad Haiti, citando una politica statunitense “profondamente imperfetta” nei confronti della nazione che include un intervento politico continuo e la decisione dell’amministrazione di aumentare le deportazioni.

Ad ottobre vengono rapiti 17 missionari americani e canadesi che rimarranno nelle mani delle bande per oltre due mesi. Alla fine dell’anno si registreranno più di 1.000 rapimenti ad Haiti. Il paese non toccava livelli simili dal 2005, quando ci furono 760 sequestri. Quei rapimenti si erano verificati sullo sfondo delle violenze e dei disordini politici successivi alla deposizione del presidente Jean-Bertrand Aristide nel 2004.

In Repubblica Dominicana si intensificano le misure contro l’immigrazione e vengono colpite anche le donne haitiane che si recano negli ospedali per partorire. Mentre vengono cancellate le elezioni di novembre (che avrebbero dovuto dare il via anche alle presidenziali) e rinviate a data da definirsi. L’opposizione chiede che venga instituito un governo transitorio di due anni con il coinvolgimento di tutte le forze politiche. Richiesta non presa in considerazione.

A dicembre un grave incidente provoca oltre 90 morti a Cap-Haitien: un’autocisterna si trovava nel quartiere di La Fossette e stava cercando, probabilmente, di evitare di urtare una moto e si è ribaltata. Dopo l’incidente, i curiosi si sono recati sul posto e hanno iniziato a raccogliere il carburante in secchi e contenitori quando si è registrata una forte esplosione.

Quella che potrebbe essere una tragedia legata al caso è, in realtà, diretta conseguenza della situazione che Haiti sta vivendo negli ultimi mesi. Il paese è in mano a bande armate che hanno anche aggravato la crisi del carburante in corso, bloccando l’accesso delle navi cisterna ai due porti della capitale dove vengono effettuate le consegne. Nei mesi precedenti i principali ospedali del paese, che riescono a garantire la continuità elettrica solo grazie a dei generatori diesel, sono rimasti per giorni senza combustibile, situazione che ha portato alla morte di diversi pazienti. A inizio dicembre il governo haitiano ha annunciato un aumento del prezzo della benzina e di altri derivati ??del petrolio. Tutti questi fattori hanno trasformato la benzina in un bene raro e prezioso che ha spinto gli abitanti di Cap-Haitiene a cercare di appropriarsene dopo l’incidente all’autocisterna.

Il quotidiano statunitense The New York Times in un’inchiesta condotta per sette mesi ad Haiti intervistando più di settanta persone e viaggiando in gran parte dell’isola rivela che il presidente haitiano Jovenel Moïse, poco prima di essere assassinato, stava lavorando a una lista da presentare al governo degli Stati Uniti con i nomi di importanti politici e imprenditori coinvolti nel traffico di droga ad Haiti. Secondo alcuni funzionari e alti consiglieri haitiani incaricati della stesura di questo documento, il presidente avrebbe ordinato di non risparmiare nessuno, neanche i politici che lo avevano aiutato ad arrivare al potere.

I grandi giornali statunitensi, New York Times, Washington Post e Miami Gerald, a fine dicembre hanno ospitato dei redazionali dove si chiede che le Nazioni Unite tornino ad Haiti e prendano il controllo del paese, anche dal punto di vista militare, per garantire un periodo di transizione e stabilizzazione.

Una precedente missione ONU era cominciata nel 2004, dopo il colpo di stato contro Aristide e si era convlusa, con pochi successi, nel 2017, lasciando il posto a missioni sempre più ridotte nel contingente e nei fondi.

Il primo gennaio 2022 il primo ministro Ariel Henry è uscito illeso da un attentato all’uscita dalle celebrazioni per l’indipendenza di Haiti. Nella sparatoria è rimasta uccisa una persona. Il 5 gennaio, invece, due giornalisti haitiani sono stati assassinati da una gang attiva in un’area alla periferia della capitale di Haiti, Port-au-Prince. Le due vittime avevano appena realizzato un’intervista a un boss della criminalità locale conosciuto con il soprannome di ‘Ti Makak’. Un terzo giornalista si è salvato quando un’altra banda criminale rivale è giunta sul posto e ha aperto il fuoco.

In questo anno l’unica notizia positiva è la decisione dell’UNESCO di dichiarare patrimonio dell’umanità la zuppa joumou, una pietanza simbolo della liberazione degli schiavi ai quali era proibito il consumo a tavola quando il paese era colonia francese e simbolo dell’independenza conquistata nel 1804.

Ad Haiti le persone sono allo stremo, crisi energetica, pandemia senza alcun controllo (che non provoca tante vittime solo per l’età media molto giovane degli haitiani), crisi economica, crisi delle rimesse da parte di chi vive all’estero, violenza estrema, instabilità politica, paesi vicini che cercano di limitare gli accessi, rapimenti e disastri ambientali non lasciano prevedere un futuro migliore nel breve periodo.

Traduco integralmente l’articolo pubblicato il 18 dicembre dalla CNN sulle condizioni di detenzione delle persone accusate di aver ucciso il presidente di Haiti Moise: https://edition.cnn.com/2021/12/18/americas/haiti-assassination-colombian-prisoners-exclusive-intl-cmd/index.html

L’odore di liquami e rifiuti alimentari permea l’aria all’ingresso del Penitenziario Nazionale di Haiti nel centro di Port-au-Prince.
La sua fonte è il tubo esposto su cui i visitatori devono camminare mentre una miscela liquida scivola attraverso la strada.Segue una perquisizione anche delle nostre teste da parte delle tranquille guardie di sicurezza e poi una grande porta di metallo si apre, rivelando un cortile dall’altra parte.

In questa esclusiva mondiale, la CNN è venuta in prigione sperando di parlare con un certo gruppo di detenuti che il governo si è rifiutato di mettere a disposizione fino ad ora: alcuni dei 26 colombiani e due haitiani-americani che secondo gli investigatori sono entrati nella camera da letto del presidente haitiano Jovenel Moise in nelle prime ore del mattino del 7 luglio e lo uccise sotto una raffica di colpi di arma da fuoco.

Le autorità haitiane chiamano questi uomini assassini. Si definiscono innocenti.”Siamo stati utili idioti per qualcun altro”, ci ha detto uno degli uomini. “Ma non abbiamo commesso questo crimine.” Più di cinque mesi di detenzione dopo quella notte mortale, gli uomini non sono stati formalmente accusati.

Alla CNN è stato permesso di entrare nel penitenziario dopo mesi di trattative, solo con carta e penna, e gli è stato detto di aspettare in una capanna di legno nel cortile della prigione. Venti minuti dopo, cinque uomini colombiani che chiaramente non si aspettavano la nostra visita si sono avvicinati a noi in pantaloncini, magliette e sandali blu scuro in stile coccodrillo, con un aspetto magro e malsano.

In un’intervista esclusiva, questi cinque sono i primi e unici sospettati nel caso di omicidio a parlare pubblicamente. Hanno acconsentito a farlo solo se la loro identità fosse stata trattenuta, temendo per la loro sicurezza e quella delle loro famiglie.

Il loro messaggio è stato coerente nel corso di un’ora di conversazione nel loro spagnolo nativo: sono innocenti, sono stati torturati e sono stati incastrati.

Paura di parlare

Tutti e cinque gli uomini hanno affermato di essere arrivati ??ad Haiti a giugno, circa un mese prima dell’assassinio che avrebbe sconvolto le loro vite e gettato nel caos il panorama politico del paese.

Tutti gli ex soldati colombiani, hanno detto alla CNN di essere stati assunti come sicurezza privata da una società chiamata CTU.

Promessi 2.700-3.000 dollari al mese, hanno accettato il lavoro. Secondo i cinque uomini con cui la CNN ha parlato e le mogli di molti altri, non sono mai stati pagati un centesimo.

Il CTU non ha risposto alle precedenti richieste di commento della CNN e non è chiaro se la società esista ancora.”Ci è stato detto che avremmo garantito la sicurezza a un candidato presidenziale di Haiti”, ha detto uno degli uomini. “Non avevamo idea di cosa sarebbe successo”.

Ad Haiti, facevano parte di un gruppo di oltre due dozzine di colombiani che vivevano e lavoravano insieme in un complesso nella capitale Port-au-Prince, non molto lontano da dove viveva l’allora presidente Moise.

Nel cuore della notte del 7 luglio, questo gruppo è stato caricato in un convoglio che avrebbe risalito Pelerin Road fino al complesso presidenziale.

Il presidente sarebbe stato colpito a morte poco dopo. Anche sua moglie, la First Lady Martine Moise, è rimasta gravemente ferita negli spari.

La CNN ha chiesto ripetutamente ai cinque prigionieri maggiori dettagli sull’assassinio, compreso quello che è successo durante l’assassinio, chi c’era dietro, quale fosse il loro coinvolgimento individuale in particolare e cosa hanno fatto nelle ore successive all’omicidio.

Hanno insistito sul fatto di non essere responsabili della morte del presidente, ma hanno rifiutato di rispondere a ulteriori domande o di entrare nei dettagli su quella mattina fatale per due ragioni comuni: in primo luogo, che nessuno attualmente ha una rappresentanza legale e in secondo luogo, che temono per la propria vita.”Siamo bloccati in questa prigione”, ha detto un uomo. “Dobbiamo restare qui. Urlerò ad alta voce tutto ciò che so quando potrò andarmene da qui, ma mentre siamo qui, siamo terrorizzati dalle rappresaglie”.

“Ho paura per quello che potrebbero fare a me, ma anche per quello che potrebbero fare alla mia famiglia [in Colombia]”, ha detto un altro uomo.

“Ci hanno picchiato tutti”

Qualche tempo dopo che Moise è stato assassinato nelle prime ore del mattino, i cinque uomini intervistati dalla CNN sono partiti con lo stesso convoglio. I loro veicoli sono stati ripresi dal video del telefono cellulare girato da diversi locali della zona.

Ma non sono arrivati ??molto lontano prima di essere bloccati dalle forze di sicurezza haitiane, hanno detto. Costretti a lasciare le loro auto, si sono rifugiati in un vicino edificio vuoto. Ore dopo, sono fuggiti dal retro dell’edificio e su una ripida collina, dirigendosi verso l’ambasciata di Taiwan.Secondo il ministero degli Esteri di Taiwan e una fonte delle forze di sicurezza haitiane, il gruppo di colombiani si è fatto strada all’interno, legando due guardie nel processo. Ma le forze dell’ordine haitiane li hanno rintracciati e si sono costituiti.

Una volta in custodia, sono iniziati i pestaggi, affermano i prigionieri.Uno dei colombiani è stato accoltellato più volte dalla polizia haitiana mentre molti altri sono stati colpiti con una pistola alla testa, hanno detto. Altri sono stati picchiati, con uno attaccato così brutalmente che il suo volto sarebbe stato sfigurato dai colpi, hanno raccontato alla CNN.Gli uomini hanno detto che prima di essere trasferiti al famigerato penitenziario nazionale, sono stati trattenuti in un luogo segreto per più di tre settimane.”Ci hanno tenuti da qualche altra parte per 25 giorni, ammanettati a coppie. Siamo andati in bagno sul pavimento”, ha detto un prigioniero.Gli uomini hanno detto che le percosse sono state continue e brutali e che temevano per la sicurezza delle loro famiglie a casa in Colombia.”Sai quanto è difficile quando ti mostrano una foto della tua famiglia su un cellulare?”, ha chiesto un uomo, con le lacrime agli occhi. “Dovevamo fare quello che dicevano”.

E quello che è stato loro chiesto di fare, ha detto ogni uomo, è stato firmare con i loro nomi dichiarazioni ufficiali che non hanno rilasciato e che sono state scritte in una lingua che non potevano leggere.

“Ero seduto in silenzio, senza dire una parola e l’ufficiale stava scrivendo la mia dichiarazione per me”, ha detto un uomo. “Continuava a guardarmi e a scrivere di più anche se non avevo detto nulla. Stavano scrivendo e noi stavamo zitti”.Ha poi firmato un nome su un documento scritto in francese, una lingua che non riusciva a capire, ha detto.

Tutti e cinque gli uomini hanno affermato di essere stati costretti a firmare dichiarazioni sotto costrizione.”Le vere persone responsabili di questo sono fuori dalla prigione e noi siamo bloccati qui. Siamo stati ingannati, incastrati e truffati”, ha detto un uomo.

La polizia nazionale di Haiti non ha risposto alla richiesta di commento della CNN. Interrogato sulle accuse di tortura durante la custodia della polizia, un portavoce del governo federale haitiano ha affermato che il governo “non ha nulla da nascondere”, sottolineando che la CNN aveva “pieno permesso di visitare i colombiani”.

Lo stesso portavoce ha negato che qualsiasi testimonianza ufficiale sia stata registrata all’insaputa dei colombiani di quanto veniva scritto.”Sulla base di informazioni credibili, sono stati forniti traduttori in modo che capissero cosa firmare o meno”, ha affermato il portavoce.

Poco cibo, nessuna rappresentanza legale

I cinque uomini sono detenuti nel penitenziario nazionale di Haiti dalla fine dell’estate.Le condizioni nella prigione sono visibilmente orribili, con più uomini ammassati in una singola cella. L’igiene sembrava essere un ripensamento. I topi scorrazzavano per i giardini.

“Le nostre vite non valgono nulla qui”, ci ha detto uno dei prigionieri colombiani.Gli uomini dicono di ricevere un piatto di riso al giorno, oa volte di mais. Ciascuno dice che hanno perso più di 30 libbre. Alcuni stanno notevolmente perdendo i capelli lasciando ciuffi irregolari sulla testa, un chiaro segno di malnutrizione.

“È disumano quello che ci sta succedendo qui”, ha detto uno degli uomini, in lacrime.Anche la principale organizzazione per i diritti umani di Haiti, The National Human Rights Defense Network (RNDDH), descrive come disumane le condizioni generali nella prigione. “La prigione non ha abbastanza cibo, gas per cucinare e un accesso adeguato alle cure nonostante abbia ricevuto sempre più prigionieri nei 12 mesi”, hanno affermato in un rapporto pubblicato il mese scorso.”Rispettiamo pienamente i diritti umani”, ha affermato un portavoce del governo federale haitiano. “Non abbiamo rancore verso i prigionieri colombiani”.Il governo non ha risposto alle domande sul motivo per cui gli uomini non erano ancora stati formalmente accusati.

Ma più di cinque mesi dopo l’assassinio, nessuno degli uomini ha una rappresentanza legale, un prerequisito per far ascoltare la propria testimonianza da un giudice. Dicono che il sistema giudiziario haitiano ha offerto loro solo avvocati junior con i quali non potevano comunicare.”Mi hanno mandato un avvocato al secondo semestre che non parlava spagnolo”, ha detto uno degli uomini. “Non ho intenzione di affidare la mia vita a lui.”

Secondo una persona vicina al caso, gli avvocati incaricati di rappresentare gli uomini non erano studenti, ma apprendisti. Prima di diventare avvocati praticanti, i laureati in giurisprudenza devono svolgere quello che in genere è un apprendistato di due anni.

Sebbene non siano avvocati pienamente qualificati e abbiano poca esperienza, questi apprendisti sono comunemente nominati per rappresentare coloro che non possono permettersi un avvocato privato, secondo Brian Concannon, un esperto con decenni di esperienza nel sistema legale di Haiti.

“Quindi stanno difendendo casi di reati gravi quando non sono autorizzati a comparire in un semplice caso contrattuale [perché non sono ancora avvocati praticanti]”, ha detto Concannon. “Non hanno budget per le indagini e in genere non ottengono alcun compenso per il loro tempo”.Gli uomini avevano sperato che il governo colombiano fornisse loro un po’ di assistenza legale, ma finora non è successo.

Il governo di Haiti ha anche affermato che ora la responsabilità è della Colombia. “Speriamo che i funzionari del governo della Colombia forniscano avvocati ai prigionieri in modo che possano essere esaminati dal giudice [che supervisiona questo caso]”, ha detto un portavoce del governo haitiano, aggiungendo che non possono essere interrogati ufficialmente senza la presenza di un avvocato.

Il governo federale colombiano a Bogotà non ha risposto alla richiesta di commento della CNN e l’ambasciata colombiana ad Haiti ha indirizzato le nostre domande al ministero degli Esteri.Una dichiarazione pubblica di fine luglio ha affermato che i rappresentanti del governo colombiano hanno incontrato sospetti colombiani con un avvocato presente. Tuttavia, gli uomini con cui abbiamo parlato hanno affermato che nessuno dei colombiani nella prigione attualmente ha una rappresentanza legale.

Aggiungendo al danno la beffa, dicono gli uomini, non hanno mai ricevuto una spiegazione della base legale per la loro lunga detenzione.”In nessun momento qualcuno [nel processo legale] mi ha guardato in faccia e ha detto: ‘Questo è il motivo per cui sei qui'”, ha detto uno degli uomini. “Ovviamente sappiamo perché siamo qui, ma non c’è uno stato di diritto o un giusto processo qui. Tutti dovrebbero essere innocenti fino a prova contraria e tutti abbiamo diritto alla rappresentanza legale”.

I prigionieri hanno concluso la conversazione di un’ora con un messaggio alla comunità internazionale.

“Per favore, trova l’amore nei tuoi cuori per capire la nostra situazione e darci il beneficio del dubbio”, ha detto un uomo. “La cosa migliore che potrebbe accadere è che questo venga portato a un tribunale internazionale. Quando sarò fuori da questo paese, dirò al mondo tutto ciò che so”.

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Ecco alcune cose che stanno succedendo in questi giorni:

Due giorni fa Jimmy Cherizier “Barbecue”, leader della G9 Family and Allies, una federazione di nove bande violente che controlla gran parte di Port-au-Prince, ha tenuto una specie di conferenza stampa per le strade di La Saline, uno dei le aree più povere della capitale. Si è rivolto al primo ministro Ariel Henry, chiedendo le sue dimissioni, e a ONU e USA, chiedendo loro di troncare i rapporti con l’attuale governo haitiano. Il capobanda ha accusato Henry di aver preso parte all’assassinio del presidente Moise del luglio scorso.

Il G9 controlla intere sezioni della capitale ed è stato accusato di assassinio e uccisioni di massa, compreso l’omicidio di bambini. Sono state anche accusate di aver causato significative carenze di carburante bloccando l’accesso al porto principale del paese nella capitale. In precedenza aveva detto che avrebbe assicurato il passaggio sicuro del carburante se Henry si fosse dimesso.

Questo accade mentre i 17 missionari USA e canadesi rapiti un mese fa continuano a rimanere nelle mani della gang 400 Mawozo.I missionari sono stati rapiti da Wilson Joseph, il leader dei 400 Mawozo, che ha minacciato di uccidere il gruppo, che comprende cinque bambini, se non verrà pagato un riscatto di $ 1 milione per membro.

La banda dei 400 Mawozo è una rivale della famiglia G9 e degli alleati.

Lo stesso giorno in cui i missionari sono stati rapiti, una banda ha rapito anche un professore universitario, secondo l’Ufficio per la protezione dei cittadini: “I criminali operano in completa impunità, attaccando tutti i membri della società”.Nel frattempo la vicina Repubblica Dominicana ha preso misure drastiche: ha schierato 12.000 soldati sulla frontiera con Haiti, sospeso i visti per studenti haitiani e limitato l’accesso agli ospedali agli immigrati irregolari. Il presidente dominicano Luis Abinader ha cancellato il suo viaggio alla #COP26 di Glasgow per seguire da vicino gli sviluppi della situazione ad Haiti e ha convocato tutti i leader della società dominicana per definire le misure da sostenere per limitare l’impatto della crisi.

La situazione è ormai fuori controllo, la crisi diplomatica tra i due paesi è aperta con scambi di battute tra i rispettivi ministri degli esteri, la comunità internazionale, per il momento, non sembra intenzionata ad intervenire.

https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/haiti-il-terremoto-senza-fine

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Il Premio per i diritti umani Robert F. Kennedy è stato istituito nel 1984 per onorare le persone coraggiose e innovative che lottano per la giustizia sociale in tutto il mondo.

Quest’anno la vincitrice del premio è Guerline M. Jozef, figlia di una coppia di immigrati haitiani negli USA che si è distinta per le sue battaglie a favore delle persone che cercano di entrare negli Stati Uniti dal confine con il Messico.

Guerline Jozef ha fondato la coalizione di organizzazioni Haitian Bridge Alliance, nota anche solo come “The bridge”, che offre assitenza fisica e legale alle persone che, soprattutto haitiane, cercano di entrare in Texas e California, come successo nella crisi di Del Rio di qualche settimana fa.

Guerline Jozef è anche presidente di  Word and Action  , un’organizzazione senza scopo di lucro che mira a prevenire e ridurre il verificarsi di  abusi sessuali su minori.

I suoi genitori hanno rinunciato a una vita comoda ad Haiti per emigrare negli Stati Uniti dopo un colpo di stato. Ad Haiti, avevano una grande casa e suo padre era sindaco. Negli Stati Uniti, suo padre è diventato un tassista e sua madre una domestica. 

Kerry Kennedy, figlia di Robert F. Kennedy e presidente di Robert F. Kennedy Human Rights, ha affermato di conoscere Jozef da tre anni da quando hanno lavorato insieme per sostenere i migranti haitiani e camerunesi a Tijuana.

Ha sfruttato il momento per spingere per la fine del Titolo 42, una politica in vigore dall’inizio della pandemia e che consente ai funzionari di frontiera di espellere i migranti in Messico o nei loro paesi d’origine senza offrire loro l’opportunità di essere sottoposti a screening per l’idoneità all’asilo, come normalmente richiesto dalla legge statunitense e dai trattati internazionali. Sebbene il presidente Joe Biden abbia fatto una campagna contro alcune delle politiche sull’immigrazione dell’amministrazione Trump che hanno portato i richiedenti asilo ad aspettare in condizioni pericolose nelle città del nord del Messico, la squadra di Biden ha continuato e ha difeso il suo uso del Titolo 42.

“La cosa straordinaria di Guerline è che lavora su grandi questioni: lavora al crogiolo della povertà, della razza e dell’immigrazione”, ha detto Kennedy. “Tutti e tre questi sono problemi molto impegnativi nel nostro paese e lei lavora dove tutti e tre si incontrano”.

Per volere di Guerline, la cerimonia di premiazione, anziché avvenire in Senato, come normalmente accade, è stata celebrata in un rifugio per migranti di Tijuana e al centro di detenzione di Otay Mesa, destinato a detenuti per l’immigrazione.

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Circa una decina di giorni fa al confine tra Messico e Texas, nelle vicinanze della città Rio Grande hanno iniziato ad arrivare grandi gruppi di migranti, in grande maggioranza haitiani, con l’intento di entrare negli Stati Uniti.

In pochi giorni si contano circa 15.000 persone. “La maggior parte delle persone che sono a Del Rio sono persone che sono state in Messico per molto tempo, ma in altre città, ad esempio Tijuana”, ha detto Guerline Jozef, co-fondatore dell’Haitian Bridge Alliance, un gruppo di difesa che è stato creato dopo l’ultima crisi migratoria haitiana lungo il confine meridionale degli Stati Uniti. “Ci sono molte voci secondo cui se vai a Del Rio, potresti essere in grado di accedervi, quindi la gente ha appena inondato Del Rio”.

La crisi ha raggiunto un livello di interesse nazionale. Venerdì, la Federal Aviation Administration ha imposto una restrizione di volo di due settimane sul ponte dopo che le foto aeree sono apparse in televisione e sui social media della ressa di persone sotto il ponte che vivevano in condizioni squallide. La decisione significa che le agenzie di stampa non possono pilotare droni per catturare immagini poiché attivisti e autorità affermano che i numeri sono in crescita.

Molti dei migranti haitiani sono rimasti bloccati in Messico per anni dopo aver effettuato il pericoloso viaggio attraverso le giungle del Sud America dal Brasile e dal Cile . Altri sono rimasti bloccati a Panama, in Nicaragua e in altre nazioni dell’America centrale dopo aver fatto quello che è diventato “un viaggio sempre più difficile con persone che sanno che stai viaggiando con soldi, con persone che vengono uccise e rapite”.

Le interviste ai migranti che arrivano a Del Rio e a Ciudad Acuña, la città messicana dall’altra parte del confine, rivelano che sono guidati da voci secondo cui se si recano al porto di ingresso del Texas, “potrebbero avere accesso a protezione.”

Con tutte le persone che stanno attraversando, le autorità su entrambi i lati dei confini non sono “ben attrezzate” per gestire quella che è una situazione difficile, ha detto un funzionario dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite.

I migranti haitiani hanno continuato a guadare il Rio Grande lunedì per attraversare gli Stati Uniti dal Messico, mentre il segretario del Dipartimento della Patria Alejandro Mayorkas si è recato in questa città di confine per avvertire che i rimpatri continueranno nonostante una recente sentenza del tribunale. Nel frattempo da domenica sono iniziati i voli di rimpatrio forzato verso Haiti, procedimento che era stato sospeso dopo il terremoto del 14 agosto scorso.

I media USA hanno diffuso le terribili immagini delle guardie a cavallo statunitensi che cercano di impedire l’accesso negli Stati Uniti mentre inseguono i migranti utilizzando anche le fruste.

Ricordiamo che Haiti ha vissuto tempi molto convulsi ultimamente, a luglio è stato ucciso il presidente, ad agosto un terremoto nel sud del paese ha portato oltre 2.200 morti e un successivo uragano ha colpito ulteriormente la popolazione.

Per chi vuole approfondire le informazioni su Haiti consiglio il testo edito da People: HAITI: IL TERREMOTO SENZA FINE.

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Il 7 febbraio 2021 potrebbe essere un giorno molto difficile per Haiti. “Molte persone potrebbero morire in quel periodo “, ha detto Djovany Michel, un analista politico con sede a Port-au-Prince.

Il punto della discordia è il termine del mandato presidenziale. Ad Haiti il 7 febbraio, ogni 5 anni, scade il mandato del presidente della Repubblica ma stavolta la data non trova concordi l’opposizione e il presidente in carica Jovenel Moïse.

Le ragioni, spiegate da Fabrizio Lorusso in un capitolo (scaricabile dal sito di People) del libro Haiti: il terremoto senza fine, risiedono nel travagliato percorso elettorale che portò all’elezione di Moïse. Il presidente precedente Michel Martelly, terminò il suo mandato il 7 febbraio 2016 (5 anni fa), senza che fossero state indette le elezioni per scegliere il suo sostituto. Dopo un periodo interino dove la presidenza fu occupata da Jocelerme Privet, Jovenel Moïse assunse il potere il 7 febbraio 2017 (4 anni fa). Quest’anno di interregno è la causa del disaccordo tra chi dice che ogni 5 anni bisogna eleggere un nuovo presidente e chi sostiene che il mandato deve durare 5 anni effettivi.

Sta di fatto che la situazione democratica è già compromessa da almeno un anno, da quando, cioè, è decaduto il Parlamento haitiano, avendo compiuto il proprio mandato quinquennale a gennaio 2020 senza che fossero indette nuove elezioni (inizialmente previste per ottobre 2019). Da allora, da oltre un anno, il presidente sta governando per decreto e con un primo ministro che non ha mai ricevuto la fiducia da parte delle camere.

Inoltre anche i sindaci sono decaduti per mancanza di elezioni e sono stati sostituti da prefetti nominati direttamente dal Presidente.

L’opposizione, che accusa Moise di essere un autocrate corrotto che non ha fatto abbastanza per frenare l’ondata di rapimenti che hanno terrorizzato la nazione, afferma che un governo di transizione dovrebbe prendere il controllo del paese dopo il 7 febbraio.

Negli ultimi mesi due decreti sono stai al centro delle critiche della comunità internazionale: il primo istituisce un corpo di agenti segreti agli ordini del presidente che godono di una immunità praticamente illimitata, il secondo classifica come atti di terrorismo (quindi punibili con le pene più alte) atti come incendio doloso e blocco delle strade pubbliche, che sono le strategie usate durante le proteste di strada.

Inoltre il tribunale amministrativo che dovrebbe controllare i contratti firmati dallo stato è stato fortemente limitato nelle proprie possibilità di verifica.

In questo contesto un piccolo gruppo di “saggi” è stato incaricato dal Presidente di riscrivere la Costituzione (in vigore dal 1987, cioè da quando terminò la dittatura di Baby Doc) per dare maggiori poteri al Presidente, abbandonando il sistema del semipresidenzialismo alla francese e il bicameralismo.

Ad inizio dell’anno Moïse ha presentato il suo calendario elettorale, non concordato con le opposizioni:
– ad aprile un referendum sulla nuova Costituzione (riscritta senza Assemblea Costituente)
– in autunno i due turni per l’elezione dei parlamentari, sindaci e presidente.

L’uno e il due febbraio è stato indetto uno sciopero nazionale per chiedere le dimissioni di Moïse e la creazione di un governo di transizione di unità nazionale.

Haiti sta ancora cercando di riprendersi dal devastante terremoto del 2010 e dall’uragano Matthew che ha colpito nel 2016. I suoi problemi economici, politici e sociali si sono aggravati, con la ripresa della violenza delle bande, la spirale dell’inflazione e cibo e carburante diventano sempre più scarsi in un paese dove il 60% della popolazione guadagna meno di $ 2 al giorno.

Per approfondire segnalo il libro HAITI: IL TERREMOTO SENZA FINE.

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Quello che vedete nella foto è l’unico “cemì” di cotone appartenente alla popolazione indigena dell’isola Hispaniola (Repubblica Dominicana e Haiti) esistente: Cemì de algodón.

La foto è stata scattata nei magazzini del Museo d’Antropologia ed Etnografia di Torino dove si trova dal 1928. Il reperto sarebbe stata una donazione di un Cambiaso il cui avo Giovanni Battista Cambiaso avrebbe ricevuto in dono dal presidente dominicano Pedro Santana nel 1848, secondo la versione del museo.

I cemí , come manifestazioni fisiche di antenati significativi, erano usati dagli indigeni come intercessori e mediatori con i quali era possibile la comunicazione con gli antenati, gli spiriti e i regni spirituali. Si ritiene che le figure di cotone, come il Cemí de Algodón, rappresentassero e contenessero i resti di behiques (sciamani).

Tra il XV e il XVII secolo furono portati in Europa innumerevoli cemí di cotone . Sfortunatamente, molti di loro si sono deteriorati o sono stati distrutti. Il Cemí de Algodón è l’unico esempio superstite conosciuto di un cemí di cotone nel mondo. Presumibilmente, il Cemí è stato trovato in una grotta a ovest di Santo Domingo, nella Repubblica Dominicana, da qualche parte prima del 1891. La storia del suo trasferimento in Europa e del suo successivo spostamento rimane vaga fino ad oggi. Nel 1970 Bernardo Vega ha ricondotto la figura al Museo di Torino attraverso fotografie d’archivio trovate al British Museum.

La Repubblica Dominicana sta reclamando da anni la restituzione del più importante reperto antropologico per poterlo esporre nel rinnovato Museo del Hombre Dominicano dove è stata predisposta un’apposita sala.

Le risposte non sono state fin qui positive. In queste settimane l’Università di Torino, titolare del museo, dovrebbe rispondere ufficialmente. Sarebbe ora di restituire il cemì, che il museo non espone, ai legittimi proprietari, culturalmente parlando.

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L’attuale crisi ad Haiti sta minando le fondamenta della società perché le istituzioni pubbliche stanno crollando. Lo afferma un documento della Compagnia di Gesù, che invita tutte le forze religiose a unirsi sulla via della rinascita di Haiti, per superare le divisioni tra cattolici, protestanti, buddisti, in ambito sociale, per il bene della nazione , ed esorta gli attori nazionali e internazionali, le forze del paese, gli attivisti sociali e politici, la diaspora haitiana e il “popolo coraggioso di Haiti” a unirsi per salvare Haiti.

Nella loro dichiarazione rilasciata ai media, i gesuiti sottolineano in particolare la crescente insicurezza nel Paese a causa dell’impunità di cui godono le bande armate. Per i religiosi quella di Haiti “è una crisi politica perché la classe politica è totalmente screditata”. “Ciò lascia spazio anche alla possibilità di un ritorno alla dittatura, come si sapeva ai tempi di François Duvalier, perché il governo governa per decreti, spesso contravvenendo alla Costituzione “.

La Compagnia di Gesù ritiene che le cause di questa situazione siano da ricercare nelle disuguaglianze sociali, nell’assenza di politiche pubbliche per l’integrazione dei cittadini, nella mancanza di empatia e consapevolezza civica, nell’accumulo di ingiustizie sociali e nel disprezzo dei valori fondamentali. come la solidarietà, il rispetto della vita e dell’ambiente, la promozione del bene comune e l’auto-miglioramento. 

Fonte: https://www.vaticannews.va/es/iglesia/news/2021-01/haiti-comunicado-compania-jesus-sacar-pais-crisis.html

 

Il 12 gennaio 2010 un terremoto devastante colpiva la capitale di Haiti distruggendo completamente la città, portando via 316.00 vite e lasciando circa 2 milioni di senzatetto.

Da allora sono passati 11 anni, 4 presidenti (uno a interim), 3 missioni ONU, una epidemia di colera. Cosa è successo lo raccontiamo dettagliatamente nel libro HAITI: IL TERREMOTO SENZA FINE, edito da People.

In questi mesi la situazione politica e sociale sta collassando. Il presidente haitiano Jovenel Moïse, che governa senza parlamento dopo che i termini sono scaduti a gennaio senza che si tengano nuove elezioni, si trova ad affrontare crescenti interrogativi su quando, esattamente, terminerà il suo mandato presidenziale. Moïse ha assunto la presidenza dopo le elezioni presidenziali del 2015, che hanno dovuto essere ripetute dopo la scoperta di diffuse irregolarità che hanno minato la credibilità del voto. Il mandato presidenziale dovrebbe scadere il 7 febbraio del 2021, cinque anni dopo la fine del mandato del presidente Martelly, ma probabilmente vorrà rimanere in carica fino al 7 febbraio 2022, 5 anni dopo il suo insediamento.

Da 11 anni Moïse sta anche governando senza un Parlamento, dichiarato decaduto a gennaio 2020 dopo che si erano compiuti i termini del mandato e che non sono state convocate dal presidente le elezioni a fine del 2019. Da allora non sono più state celebrate, ed oggi sono state annunciate per il 19 settembre e il 21 novembre 2021.

Da allora, senza più un organo legislativo controllato dall’opposizione, Moïse sta ricostruendo l’architettura dello stato a colpi di decreto: ha ridotto il potere indipendente di istituzioni autonome come la magistratura, l’università statale, il Consiglio elettorale provvisorio e Corte superiore dei conti, quest’ultima era un organo di controllo contro la corruzione governativa che è stata fortemente ridotta nei poteri dopo che ha osservato alcuni contratti firmati con General Electric. Con un decreto è stato reso possibile per Moïse e il suo team firmare unilateralmente contratti discutibili come uno con un gruppo turco-americano per chiatte elettriche.

Ha nominato il suo primo ministro e il suo gabinetto senza un consenso politico con l’opposizione; ha licenziato il capo della polizia e ha scelto un altro nonostante domande sulla sua legittimità per il posto; nominato numerosi ambasciatori senza ratifica parlamentare; ha sostituito tutti i sindaci eletti con nominati agenti ad interim nei 141 comuni di Haiti e, più recentemente, ampliati l’impronta diplomatica della sua nazione povera nel Sahara occidentale del Marocco regione con una nuova ambasciata a Rabat e un consolato a Dakhla. Attraverso i decreti, Moïse ha anche accumulato potere su se stesso al di fuori della Costituzione e ha stabilito le proprie istituzioni, compresa una commissione elettorale, un comitato di redazione della costituzione e la nuova National Intelligence Agency, i cui agenti segreti sarebbero totalmente immuni dal sistema giudiziario del paese. Moïse si lamenta da tempo del fatto che l’attuale costituzione di Haiti conferisce più potere al parlamento rispetto all’esecutivo, ma anche prima del licenziamento del parlamento, Moïse ha spesso ignorato il loro ruolo costituzionale e mantenuto il controllo sui funzionari chiave non inviandoli alla ratifica.

Ogni volta che è stato contestato per aver violato la Costituzione, Moïse lo ha fatto rispondendo che l’attuale Magna Carta del 1987 ha reso Haiti ingovernabile, e che il suo lavoro come presidente è pensare per le persone che lo hanno eletto e fare ciò che è buono per loro.

Nel 2017 Moïse raccolse 600.000 voti su un bacino elettorale di circa 6 milioni di persone. La partecipazione allora fu del 18%.

Il programma di Moïse è quello di riscrivere la Costituzione rafforzando il presidenzialismo e di andare ad elezioni solo dopo il plebiscito (annunciato oggi per il 25 aprile 2021) che dovrebbe approvarla.

Nel frattempo ricordiamo che i fondi raccolti a livello internazionale dell’immediatezza del terremoto solo stati ingenti, ma in gran parte gestiti da agenzie straniere e esterne ai governi eletti.

Ecco qualche numero:

  • Importo promesso dai donatori per la ricostruzione a breve e lungo termine in una conferenza dei donatori del marzo 2010: $ 10,7 miliardi
  • La percentuale di 2,4 miliardi di dollari di donatori ha fornito assistenza umanitaria andata al governo haitiano dal 2010 al 2012: 0,9
  • Miliardi di aiuti umanitari e per la ricostruzione erogati dai donatori dal 2010 al 2012: $ 6,4
  • Percentuale di quella erogata direttamente a organizzazioni, istituzioni o aziende haitiane: meno dello 0,6%
  • Percentuale di famiglie statunitensi che hanno donato per i soccorsi dopo il terremoto: 45 %
  • Importo stimato del denaro privato raccolto, prevalentemente da ONG: 3,06 miliardi di dollari
  • Spesa totale USAID per Haiti da gennaio 2010: $ 2.479.512.152
  • Percentuale di tale importo che è andata agli appaltatori all’interno della Beltway (Washington, DC; Maryland; e Virginia): 54,1%
  • Percentuale di spesa USAID che è andata direttamente a società o organizzazioni haitiane locali: 2,6%
  • Assistenza estera totale erogata ad Haiti dal terremoto del 2010, a partire dal 2018: $ 11.581.637.407,32

Insomma, la situazione, per il paese che Trump definì “shit hole”, dimostrando la sua grande considerazione per queste terre, non è per nulla rosea e c’è già chi parla di un pericolo scivolamento verso una nuova dittatura.

 

Notizie preoccupanti arrivano da Haiti dove da oltre un anno si susseguono manifestazioni di piazza e scontri con la polizia.
In un lungo articolo il Miami Herald, quasi l’unico media internazionale che continua a seguire le vicende haitiane, si chiede se la democrazia si stia erodendo.

I rappresentanti della comunità internazionale ad Haiti, nota come Core Group (Germania, Brasile, Canada, Spagna, Stati Uniti, Francia, Unione Europea, il rappresentante speciale dell’Organizzazione degli Stati americani e il Segretario Generale delle Nazioni Unite), esprimono preoccupazione per due decreti presidenziali recentemente emanati da Moïse, il presidente di Haiti. Uno di questi crea un’agenzia di intelligence nazionale. L’altro è stato pubblicato sotto il nome di rafforzamento della sicurezza pubblica e amplia la definizione di terrorismo.

I decreti sono stati pubblicati il 26 novembre sul quotidiano ufficiale del governo, Le Moniteur. Da quando sono diventati pubblici, sono stati oggetto di pesanti critiche da parte dell’associazione degli avvocati di Port-au-Prince, dei difensori dei diritti umani e dei leader dell’opposizione che affermano di rischiare di creare repressione in un paese che sta ancora cercando di superare il suo passato di dittatura.

La prima criticità sta nel fatto che i nuovi agenti segreti, simili agli agenti di polizia segreta, avranno poteri immensi e illimitati e dovranno rendere conto solo al presidente. Il secondo decreto estende la definizione di “atto terroristico” e prevede pesanti pene da 30 a 50 anni di carcere per i trasgressori, che possono includere agenti della polizia nazionale di Haiti che non riescono a reprimere le manifestazioni di strada o manifestanti che bruciano pneumatici sulle strade pubbliche.

Moïse governa per decreto da gennaio, quando il Parlamento è stato sciolto. Nonostante le pressioni degli Stati Uniti per tenere le elezioni legislative il prima tecnicamente possibile, ha indicato che le elezioni non si terranno fino alla seconda metà del 2021 e solo dopo che gli haitiani avranno avuto la possibilità di votare il suo tentativo di introdurre una nuova costituzione che, nei progetti di Moïse, dovrebbe eliminare la figura del primo ministro e della fiducia da parte del Parlamento, in modo da rafforzare i poteri del presidente.

Giovedì, in una rara critica pubblica al governo haitiano da parte dell’amministrazione Trump e dopo ripetuti appelli del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la giustizia nel massacro di La Saline del 2018, gli Stati Uniti hanno annunciato di aver sanzionato due ex funzionari governativi nell’amministrazione di Moïse e un ex ufficiale della polizia nazionale di Haiti che era diventato un influente leader di una banda.

Jimmy “Barbecue” Cherizier , Fednel Monchery e Joseph Pierre Richard Duplan sono stati tutti accusati di aver complottato il massacro del 2018 nel quartiere povero di Port-au-Prince di La Saline, e continuano a vagare liberi. Almeno 71 persone sono state uccise nei due giorni del regno del terrore, mentre le donne sono state violentate e decine di case sono state date alle fiamme, portando allo sfollamento di centinaia di famiglie.

Il Tesoro ha anche affermato che le bande armate ad Haiti sono sostenute da una magistratura che non persegue i responsabili degli attacchi ai civili.

“Queste bande, con il sostegno di alcuni politici haitiani, reprimono il dissenso politico nei quartieri di Port-au-Prince noti per partecipare a manifestazioni anti-governative”, si legge nel comunicato degli Stati Uniti. “In cambio dell’esecuzione di attacchi progettati per creare instabilità e mettere a tacere le richieste della popolazione di Port-au-Prince per migliorare le condizioni di vita, le bande ricevono denaro, protezione politica e abbastanza armi da fuoco per renderle, secondo quanto riferito, meglio armate della polizia nazionale haitiana”.

In molti si chiedono se queste potrebbero essere le premesse per mettere in sistema il sistema democratico haitiano.

La situazione ad Haiti è molto, molto complessa, per questo abbiamo deciso di scrivere Haiti: il terremoto senza fine (edito da People) e disponibile in formato cartaceo o elettronico.

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La pagina Ignoreland ha pubblicato una recensione del libro Haiti: il terremoto senza fine

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Haiti è stata la prima colonia europea nel continente americano e il primo paese, dopo gli Stati Uniti, a liberarsi dal dominio coloniale. Ma, sin dalla sua sofferta indipendenza, non sembra riuscire a trovar pace.

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Un paese di schiavi affrancati e di governi fittizi, manipolati sapientemente dalle Nazioni estere in grado di trarne maggior profitto. E anche un paese che, a distanza di dieci anni dal disastroso terremoto che l’ha sconvolto, vive ancora una paradossale crisi umanitaria, nonostante i massicci aiuti e interventi internazionali.

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Raccogliendo articoli e saggi, Roberto Codazzi ripercorre la storia di Haiti, nonché quella del terremoto e dell’epidemia di colera che, nel fatidico 2010, l’hanno messa definitivamente in ginocchio. Una crisi gestita in maniera inappropriata sin dall’inizio, un intervento imponente, ma zeppo di ingenuità imperdonabili, errori e abusi.

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Uno sguardo lucido e impietoso sulla situazione di un paese sfruttato fino all’osso, umiliato da politiche di intervento inefficaci e contraddittorie.

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Consigliatissimo a chi non vuole perdere il contatto con una realtà dimenticata, sia a livello politico che mediatico, ma che ancora lotta per la sua affermazione.

Il libro è acquistabile presso il sito dell’editore: https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/haiti-il-terremoto-senza-fine

A Cernusco in Libreria del Naviglio (via Marcelline)

O in versione ebook: https://www.amazon.it/Haiti-terremoto-senza-fine-Storie-ebook/dp/B08MTXN3N4

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En estos días se empieza a hablar de implementar una aplicación para celulares para trazar las personas enfermas de coronavirus y así mejorar las medidas para contrastar la pandemia.

El ex presidente Leonel Fernandez, en un conversatorio con el Colegio Medico Dominicano, anunció haber obtenido la licencia por un año de una aplicación desarrollada en Italia. El asesor del gobierno, Amado Alejandro Baez, presentó el esfuerzo para integrar datas en una única plataforma.

La aplicación debería tener las siguientes caracteristicas:

  • mantener un reporte diario clinico del estado de salud de las personas
  • identificar los pacientes que resultan positivos a las pruebas de coronavirus o que declaran tener o haber tenido el virus
  • emitir via bluetooth una señal que puede ser recibida de cualquier otro celular que tiene la misma aplicación avisando que la persona es positiva

Este proceso se conoce como “contact tracing”, o sea mantener trazas de los contactos con personas positivas al COVID-19.

Pero el “contact tracing”, por si solo, no resuelve el problema, tiene que ser una acción dentro de un plan más articulados.

El primer punto es el “testing”. Se necesitan pruebas, pruebas y más pruebas. Sin testar a la mayoría de la población no tendremos datos para alimentar la aplicación. Eso lo demuestran las experiencias exitosas de Corea del Sur, de Singapur, de Alemania. Hay que ampliar el número de personas que sabe si tienen o no tienen coronavirus. En República Dominicana hasta ahora se ha realizado un número totalmente insuficiente de pruebas: 12,229 desde el comienzo de la pandemia. En la sola Lombardia, región de Italia de 10 millones de habitantes, parecida a República Dominicana por magnitud de la población, en el solo día de ayer, 16 de abril, se realizaron 11,000 pruebas.

El segundo paso es el “contact tracing”: eso permite saber si entraste en contacto con personas que han resultado positivas al coronavirus y, por los tanto, tiene que hacer el test. Este punto es muy importante porque podría tener el coronavirus pero no desarrollar síntomas (asintomáticos) y infectar a otras personas.

El tercer paso es el “caring”, es sistema de respuesta sanitaria a la demanda de servicios de emergencia. Se habla de respuestas que tienen que estar moduladas en diferentes niveles para no saturar los hospitales:

  • aislamiento domiciliario: para las personas que resultan positivas pero no presentan síntomas o solo síntomas leves. Consiste en quedarse en la casa sin tener contactos con los otros miembros para evitar el contagio. Via App puede estar en contacto constante con medicos y especialistas para dar seguimiento al desarrollo de la enfermedad.
  • repartos COVID 19 soft: para personas que empiezan a sentir síntomas graves como falta de aire. Deberían estar en todas las provincias y a una distancia alcanzable en unos 30 minutos máximo por los pacientes.
  • repartos COVID 19: zona con intensidad de cuidado superior, dotados de oxigenas y con la posibilidad de suministrar medicamentos específicos
  • repartos COVID de cuidado intensivo: dotados de ventiladores

Una cuarta columna de este sistema es la prueba obligatoria a todo el personal de salud cada 14 días para evitar que se pongan graves y puedan enfermar a otros pacientes.

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En el boletín oficial se leen los números oficiales de la pandemia que está sacudiendo al mundo. Pero dentro de estos números generales, preocupantes, me asusta el análisis sobre la situación que se está dando lejo de Santo Domingo y Santiago.

Una lectura superficial nos puede indicar que el COVID 19 está golpeando sobre todo las grandes ciudades dominicanas:

datos Salud Pública – elaboración Juan Saladín – 14 de abril 2020

Dentro del boletín pero hay un instrumento que nos permite calcular con buena aproximación el número de pruebas que se están realizando en cada provincia para buscar personas enfermas de coronavirus. El reporte oficial proporciona el número de casos positivos por provincia y el porcentaje de pruebas que resultan positivas (en las últimas 4 semanas).
Con un sencillo calculo matematicos se puede saber cuantas pruebas se hicieron: casos positivos / porcentaje de pruebas positivas * 100.

Este el reporte del 14 de abril

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Boletín especial número 26 de Salud Pública

Este es la grafica de cuanta pruebas se han realizado desde el comienzo de la pandemia en cada provincia

Elaboración propia

Se puede ver que si se excluyen las primeras 5 provincias (Gran Santo Domingo, Santiago, Duarte e La Vega) y las dos provincias turisticas de Higuey y La Romana, en el resto del país, praticamente, no se han realizado pruebas, menos del 20% del total.

Alguien podría pensar que esto está relacionado con el hecho que en el Gran Santo Domingo reside la mayor parte de los dominicanos. Según el Censo 2010, es esta área del país viven el 35,3% de la población, pero se realizaron el 55% de las pruebas.


Santiago tiene una proporción correcta (10% de la población y 10% de las pruebas), mientras que la provincia Duarte, considerada uno de los puntos más en riesgo, tiene el 3% de la población y el 6% de las pruebas realizadas. La mayoría de la población dominicana, pero, que no vive en estas zonas, solo ha tenido acceso a meno del 30% de las pruebas.

16 provincias de 32 han tenido menos de 100 pruebas, 12 menos de 50 y 5 menos de 10.

Si no se realizan pruebas es imposible detectar casos positivos y proceder con las acciones de aislamiento y salvaguardia de los familiares.

Observando la grafica de cuantas pruebas se han realizado por cada 100,000 habitantes en cada provincia se evidencia como Duarte (foco principal por mortalidad) y el Gran Santo Domingo mantienen un indice muy por encima a todas la otras provincias. Sigue la Altagracia (Higuey), provincia donde se encuentran un gran número de resort y no sabemos si las pruebas se han realizados a dominicanos o a extranjeros (sobre todo en la fase inicial de la pandemia).

Unos de los elementos débiles es la presencia de poco laboratorios certificado para la suministración de pruebas de COVID-19. Hasta hace poco solo estaban Referencia y Amadita. Los dos realizaban la toma de muestra a domicilio, pero si vive en una zona apartada de los centros el servicio no está disponible. Referencia tiene sucursales en Gran Santo Domingo, Santiago, San Francisco, Puerto Plata, La Vega, Nagua, Azua, San Juan y en el este. Amadita está presente en Santiago, La Vega, Moca y San Francisco. Estas provincias corresponden a donde se encontraron más casos de coronavirus, quizás porque en las otras no fue posible realizar suficientes pruebas.

Una de las complicaciones más frecuente del COVID-19 es la dificultad en respirar y la necesidad de conectar el paciente a un respirador artificial dotado de ventilador. Hace un par de días el medico neumólogo Plutarco Arias publicó los números de ventiladores presente en cada provincia (no se trata de números oficiales y podrían tener algunas diferencias). Yo calculé la disponibilidad de ventiladores cada 100,000 habitantes en cada provincia.

Es evidente que Gran Santo Domingo, Duarte, Santiago y La Altagracia están muy por encima de las demás provincias. La posibilidad de conectar una persona a un ventilador hace la diferencia entre la vida y la muerta de la misma, a veces el tiempo disponible entre la crisis y la conexión a un ventilador es muy breve.

Si en las provincias no se realizan pruebas para la identificación temprana de los enfermos, solo se llegará a identificar, por diagnosi sintomáticas, a los pacientes más graves. Al no tener estructura hospitalarias cercanas, el riesgo de que los enfermos con crisis respiratoria no lleguen a tiempo a un ventilador es muy muy elevada.

Un elemento de riesgo es el número de personas que viven en el mismo hogar. Cuanto más alto es el número de convivientes más alta es la probabilidad que uno se enferme. Si la persona enferma se viene identificada en tiempo rapido otros miembros del hogar podrían enfermarse. Muchas veces en hogares numerosos viven tres generaciones (abuel@s, padre/madre, hij@s), donde l@s niñ@s son vectores para que el virus llegue a los mayores.

Censo 2010 – Volumen II – página 298

Provincias donde se han realizado un mayor número de pruebas de COVID-19 como Distrito Nacional y La Altagracia, son zonas donde los núcleos familiares son más pequeños. Mientras que zonas como el sur, Monte Plata, San Juan o El Seibo, donde las familias son más numerosas, no han sido monitoreada con igual frecuencia.

En este cuadro el dato dramático es el de la provincia Hermanas Mirabal que se encuentra entre las zonas más golpeada por el coronavirus: Duarte, Santiago, La Vega, Espaillat.

Elaboración grafica El Caribe – 14 de abril 2020

Con solos 58 casos identificados, la provincia Hermanas Mirabal registra 9 defunciones, con una tasa de letalidad del 16%, segunda solo a Duarte, donde el gobierno ha metido su atención particular con el Plan Duarte. En la provincia Hermanas Mirabal solo se han realizado 102 pruebas. Eso indica que o el sistema sanitario de la provincia ya colapsó o que el número de personas positivas es mucho más grande, por lo menos 10 veces tanto.

Tener muchas personas positivas sin identificarlas, sin ponerla en cuarentena, sin darle el correcto cuidado medico, quiere decir exponer las personas más frágiles de la sociedad (personas mayores, enfermos crónicos) a ocasiones de contagio y, por ende, de muerte.

¿Qué se puede hacer?

  • realizar más pruebas en todo el país, pero, sobre todo en las zonas donde la respuesta hospitalaria es más débil
  • organizar campañas comunitaria sobre la observación temprana de los síntomas y la necesidad de acudir a curas medicas desde el primer momento
  • organizar centros de aislamiento para personas positivas para detener la propagación del virus
  • definir zonas de toque de queda más estricto para periodos de tiempo limitados donde se detecte un crecimiento anomalo de la pandemia
  • habilitar laboratorios periféricos de análisis de las pruebas y capacitar el personal para la observación de las placas pulmonares (metodo eficaz para identificar el coronavirus)
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